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Niente alieni, universo e realtà oggettiva. Siamo dentro l’universo olografico digitale di Matrix

matrix-copertinaGli esperimenti delle due fessure ad azione ritardata di Wheeler e Mandel hanno dimostrato in maniera inequivocabile che siamo noi a creare la realtà. Infatti le particelle subatomiche ed i fotoni sono onde che collassano in particelle nel momento in cui le osserviamo. Inoltre i neurofisiologi Libet e Dylan hanno dimostrato che diventiamo coscienti delle azioni che compiamo qualche secondo dopo che i primi segnali cerebrali provenienti dalla corteccia fronto-polare sono visibili alla risonanza magnetica funzionale. Insomma, niente libero arbitrio. La percezione di compiere una scelta è mera illusione ed il cervello si trova in perenne ritardo con la realtà per darci questa illusione e per non farci impazzire.

Il fisico quantistico Roger Penrose ha comprovato la tesi secondo cui la coscienza sarebbe il prodotto di effetti di tipo quantistico insieme al dott. Hameroff, professore emerito presso il Dipartimento di Anestesiologia e Psicologia e direttore del Centro di Studi sulla Coscienza presso l’Università dell’Arizona. La coscienza sarebbe basata su vibrazioni quantistiche nei microtubuli all’interno dei neuroni cerebrali e sono state osservate dagli scienziati nel cervello. Penrose procede anche a contrastare i suoi critici, sostenendo che tutte le previsioni fatte in base alla sua teoria sono state confermate dalle osservazioni. I due scienziati hanno dimostrato che le vibrazioni quantistiche dei microtubuli possono essere messe in relazione con determinati ritmi elettroencefalografici finora non spiegati, a dimostrazione della loro influenza sui processi cerebrali, e che è nei microtubuli che le onde che arrivano ai neuroni collassano facendo emergere l’illusione della realtà. Le nostre anime sarebbero quindi inserite all’interno dei “microtubuli”, contenute all’interno delle nostre cellule cerebrali, ed il nostro cervello risulta essere un “computer biologico”, equipaggiato con una rete di informazione sinaptica composta da più di 100 miliardi di neuroni che contengono la nostra esperienza di coscienza. Con la morte corporea, i microtubuli perdono il loro stato quantico, ma le informazioni in essi contenute non vengono distrutte e l’anima torna alla sua sorgente quando il cuore smette di battere e il sangue non scorre più, facendo sì che i microtubuli smettono di funzionare perdendo il loro stato quantico.

Insomma il nostro cervello risulta essere una sorta di antenna atta a decriptare i bit d’informazione che provengono da una pellicola a 2 dimensioni che proietta l’immagine di un universo olografico-digitale, dove spazio e tempo emergono da questa “dimensione altra”, una sorta di pellicola cosmica dove sarebbe scritto tutto il film della nostra vita, del nostro universo e forse dell’intero multiverso. Spazio e tempo a livello di Planck sono infatti discreti, e se potessimo vedere a un miliardesimo di miliardesimo lo spazio di un protone e la divisione del tempo, vedremmo muoversi tutto a scatti e non in maniera continua come il nostro cervello percepisce la realtà. Esattamente come se rallentassimo un film arrivando a vedere i singoli fotogrammi che lo compongono. Per questo non abbiamo libero arbitrio e diventiamo coscienti delle azioni che compiamo solamente qualche secondo dopo che i primi segnali cerebrali sono arrivati alla corteccia fronto-polare. Sempre per questo motivo due particelle correlate tra loro attraverso il fenomeno denominato entaglement mostrano di poter comunicare tra loro in modo istantaneo anche a distanza di miliardi di chilometri, valicando il limite assoluto della velocità della luce come dimostrò nel 1982 l’esperimento di Aspect con la conseguenza di infrangere la velocità della luce. Questo perché le particelle appaiono solo separate, in realtà sono collegate a livello della pellicola bidimensionale che proietta l’universo olografico-digitale di cui noi stiamo solo vedendo una manifestazione apparente.

Quindi se il nostro universo non è che un ologramma è per questo che appare sgranato quando viene osservato dai nostri telescopi? L’ologramma è una forma proiettata da un fascio di luce che passa attraverso una pellicola impressionata nello spazio tridimensionale. Se noi abbiamo due cubi apparentemente identici, uno fatto di materia e l’altro un ologramma dello stesso cubo con una qualità talmente elevata da renderlo indistinguibile dall’oggetto materiale, come possiamo identificare l’ologramma dall’oggetto materiale senza toccarlo? Se osserviamo le due immagini con un microscopio, ad un certo punto l’ologramma comincerà ad apparire sgranato, come quando si guarda una fotografia molto da vicino. Si inizieranno a vedere piccole imperfezioni, macchie di colore, spazi vuoti, raggiungendo un livello in cui l’ologramma non ha più la stessa qualità dell’oggetto reale, così come se guardiamo un quadro molto da vicino, arrivando a vedere le singole pennellate di colore del quadro. Ma se miglioriamo la qualità della pellicola da cui si forma l’ologramma, riducendo la dimensione della grana fotosensibile e stipando sempre più perfettamente i particolari dell’oggetto su di essa, con questo nuovo ologramma dobbiamo aumentare la potenza del nostro microscopio per arrivare a vedere i difetti e gli spazi vuoti. Ma comunque con un microscopio più potente arriviamo a notare la differenza tra l’oggetto tridimensionale e l’ologramma che apparirà di nuovo sgranato. Quindi come possiamo rendere l’immagine dell’ologramma tanto fedele da rendere impossibile distinguerla dall’oggetto reale? Non è possibile in quanto nel cubo tridimensionale abbiamo uno spazio solido nel quale possiamo accumulare dati invece nell’ologramma abbiamo solo una superficie piatta, che è costituita dalla pellicola, sulla quale ovviamente possiamo registrare molti meno dati che non nello spazio solido, raggiungendo alla fine il cosidetto vincolo olografico che rimane limite invalicabile. Il fisico Leonard Susskind ha dimostrato che quando un buco nero assorbe la materia, l’informazione contenuta in essa non si perde, ma rimane sulla superficie dell’orizzonte degli eventi del buco nero. Una superficie e non un volume. Quindi i buchi neri secondo la mia ipotesi sono dei punti di contatto del supercomputer quantistico che proietta l’immagine olografica del nostro universo. Un universo artificiale digitale creato da bit d’informazione che ha ottenuto riscontri dai ricercatori dell’Università di Bonn guidati dal professor Silas Beane di Bonn, basato su una ricerca a livello di cromodinamica quantistica, una teoria fisica che cerca di spiegare le leggi che gestiscono l’universo a livello subatomico, descrivendo l’interazione tra di loro di particelle elementari come quark, gluoni e stringhe cosmiche. I ricercatori hanno riprodotto al computer una simulazione dei presupposti della teoria di cromodinamica quantistica che è in grado di replicare una parte molto piccola, ma esatta, dell’universo nella misura del diametro di un singolo protone, applicando la tecnica di rilevazione del reticolo spazio-temporale. Il risultato? Il team avrebbe identificato la presenza di un possibile vincolo che indicherebbe la natura artificiale dell’universo. A questo punto se ci troviamo immersi in un universo artificiale dove tutto è scritto, compreso il film della nostra vita, qualsiasi essere dell’universo che si trova immerso in questa “Matrix” non sarebbe diverso da noi, starebbe solamente vivendo il film della sua “esistenza virtuale” già scritto anche per lui all’interno di questa virtualità. Questo pone inquietanti interrogativi: cosa c’è fuori da questa illusione che chiamiamo vita? Chi l’ha creata? Cosa ci aspetta dopo questa esperienza virtuale che chiamiamo vita? E ancora, è possibile agire sulla pellicola cosmica bidimensionale da qui alterando la realtà illusoria che stiamo vivendo? Benvenuti in “Matrix – Oltre la mente di Dio” dove diamo risposta a questi quesiti apparentemente senza soluzione.

Alessandro De Angelis scrittore ricercatore di antropologia delle religioni

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