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Niente sesso, attenzione a violenza e razzismo: ecco la censura secondo Facebook

Un’inchiesta del Guardian rivela per la prima volta le linee di condotta del social network sui contenuti che si possono postare. Dove si scopre ad esempio che la stessa minaccia ha un valore diverso a seconda della persona cui viene rivolta.

Pubblicato il 22/05/2017 –

andrea Signorelli –

Come può un social network con quasi 2 miliardi di utenti controllare ogni foto che viene postata, ogni video che viene condiviso e decidere che cosa è lecito pubblicare e cosa invece dev’essere censurato? Un’approfondita inchiesta del Guardian , che ha visionato un centinaio di manuali per moderatori, dimostra come Facebook abbia enormi difficoltà nella gestione di una mole esorbitante di contenuti da monitorare: “Facebook è cresciuto troppo e troppo velocemente, non è più in grado di tenere sotto controllo i suoi contenuti”, ha spiegato una fonte.

Difficoltà che vengono confermate anche dai moderatori del social network, che hanno raccontato di essere sopraffatti dal volume di lavoro e di avere spesso solo dieci secondi per decidere come comportarsi davanti a un contenuto potenzialmente ambiguo. Nel recente passato, ci sono state diverse prove delle difficoltà del social network, che ha censurato la celebre foto della bambina che scappa dai soldati in Vietnam (perché nuda), ma ha consentito che venisse diffuso il video di un padre che uccide il figlio in Thailandia.

Nel tentativo di risolvere il problema, Facebook si è dotato da circa un anno di regole molto precise per moderare i contenuti violenti, razzisti, sessualmente espliciti e altro ancora; regole che variano a seconda che vengano presi di mira normali utenti, bambini o personaggi pubblici e che spesso sembrano causare non poca confusione in chi deve decidere quali contenuti permettere e quali vietare. “Abbiamo una comunità globale molto variegata e in cui le persone hanno idee molto differenti su cosa sia giusto condividere”, ha spiegato Monica Bickert, head of global policy management di Facebook. “Non importa dove segni il confine, ci saranno sempre delle aree grigie”.

I princìpi da seguire in materia di contenuti violenti, per esempio, impediscono a chiunque di scrivere “Qualcuno dovrebbe sparare a Trump”, perché il suo ruolo di capo di Stato rappresenta una categoria protetta da Facebook. Invece, rivolgere a normali utenti frasi come “vaffanc*lo e muori” oppure scrivere “per spezzare il collo a una stron*a assicuratevi di applicare tutta la pressione che riuscite al centro della gola”, sono consentite. Com’è possibile? In questo caso, dipende tutto dalla “non credibilità” e “genericità” delle minacce, che se rientrano in queste categorie vengono consentite.

“Le persone usano un linguaggio violento per esprimere frustrazione e si sentono al sicuro a farlo su Facebook”, si legge in uno dei documenti in possesso del Guardian. “Inoltre, sono indifferenti verso le persone che subiscono le minacce, a causa della mancanza di empatia creata dalla comunicazione elettronica rispetto a quella faccia a faccia”. Secondo Facebook, inoltre, in alcuni casi “consentire la circolazione di video urtanti può creare consapevolezza in chi li vede”. Per questa ragione non vengono eliminati i video che mostrano maltrattamenti di bambini – a meno che non siano abusi sessuali o che non ci sia del sadismo – o quelli che mostrano violenza nei confronti degli animali, anche quando contengono mutilazioni o tortura: “Consentiamo alle persone di condividere immagini di abusi sugli animali per aumentare la consapevolezza e condannare la violenza, ma cancelliamo i contenuti che celebrano la violenza contro gli animali”.

I contenuti sessualmente espliciti sono però quelli che mettono maggiormente in difficoltà Facebook: la severità è giustamente massima nei confronti del revenge porn, ma anche la semplice nudità è ammessa solo in casi molto specifici (opere d’arte purché fatte a mano e non in digitale o scene di guerra e terrorismo purché non sia presente nudità infantile) e sempre dipendenti dal contesto (che dev’essere analizzato in pochissimi secondi). Il cortocircuito, però, è inevitabile quando si legge che “le immagini di aborti sono accettate purché non mostrino nudità”.

Sono anni che Facebook subisce critiche feroci sia da chi ritiene che debba fare molto di più per impedire che determinati contenuti violenti, razzisti o sessualmente espliciti (per non parlare delle fake news ) circolino liberamente, sia da chi, al contrario, non accetta che una società privata con interessi esclusivamente economici si trasformi nel più grande censore del mondo. Riuscire a trovare il bandolo della matassa sembra essere una missione impossibile anche per Mark Zuckerberg.

http://www.lastampa.it/2017/05/22/tecnologia/news/le-regole-di-facebook-bhncy3OQ4WEDhkILT1qdcK/pagina.html

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