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No, il cedimento dell’Italia ad al-Sisi non e’ realpolitik: e’ solo una resa totale

Articolo di Massimo Cacciari  (Espresso 21.8.17) “La riapertura dei canali diplomatici e il ritorno dell’ambasciatore italiano in Egitto sono un’abdicazione a capire il reale e a plasmarlo da parte della nostra politica. Il duro commento del filosofo”

“”Politica è chiacchiera, “frase”, propaganda quando non è realistica. Non c’è bisogno di disturbare Tucidide e Machiavelli per simili banalità. Detto questo – che è necessario “andare dietro alla verità effettuale della cosa” e non alla “immaginazione” – si è detto tutto e nulla. Cosa significa “verità effettuale”? come “andarci dietro”? E quante specie di “immaginazione” possono esservi? Vi è una Realpolitik degli stenterelli; il mondo attuale ne è pieno. Per costoro essere realisti significa meno che “compromesso”: il puro adattarsi alla situazione, ai rapporti di forza che essa ci sembra indicare, alle presunte convenienze da garantirci per il giorno dopo. Per una politica di “adattamento” conoscere la “verità effettuale” non può che risultare un optional: chiunque è in grado di constatare chi oggi, così stando le cose, è il più forte, e dunque a quali interessi dominanti sarebbe “realistico” obbedire. Ma ciò non significa affatto conoscere o sforzarsi di conoscere la realtà. Poiché può dire di conoscerla soltanto chi riesca, sulla base di un’analisi anche storica, a comprenderne le tendenze evolutive, a coglierne le linee di frattura e contraddizione. Non conosce nulla della realtà chi la assuma come un qualcosa di dato, cui semplicemente commisurare la propria azione. La realtà attuale è stata fatta e si fa .
Abbiamo riaperto i rapporti diplomatici con l’Egitto, nonostante abbiano provato a rifilarci una fandonia irricevibile sulla morte di Giulio. E per questo viene da chiedersi: quanto sarà mai credibile ogni altra verità che ci verrà proposta?
Realista è colui che dice in quale direzione intende trasformarla. La situazione data è per lui la materia indispensabile per l’esercizio della propria virtù politica. Perciò l’autentico realista si è sempre espresso attraverso un’etica della responsabilità: egli affronta la situazione in atto per dare risposta ai problemi che gli appaiono fondamentali e irrisolti. Risposta che deve essere (e non apparire) fondata, coerente, calcolata anche, per quanto possibile, ma non certo immagine speculare di ciò che appunto occorre risolvere. Realista davvero è solo chi sa rispondere in base a una propria strategia; e ogni suo passo ottiene da questa il proprio significato. Gli stenterelli rispondono rimandando. Quando va bene il loro realismo garantisce la sopravvivenza all’interno del dramma in atto, la dilazione della sua fine. E dunque sono gli attuali detentori del potere, i protagonisti del dramma, coloro che questo pseudo-realismo consolida e rassicura.
Il realismo degli stenterelli ha così sempre finito col rafforzare proprio quelli che timidamente riteneva di dover contrastare. Nulla ne rivela più acutamente la miserabile natura della retorica che lo contraddistingue, nella quale si combinano l’occultamento o l’ignoranza delle cause fondamentali delle crisi in atto, la riduzione a emergenza d’ordine pubblico dei loro effetti, alla spropositata enfasi sui benefici derivanti dalla “concretezza” con cui si sarebbero affrontate. Mentre l’“idealista” va predicando, ecco che noi “realisti” riduciamo i flussi di migranti, collaborando, perché no, con servizi egiziani, bloccandoli in accoglienti lager libici o lasciando che anneghino, lontano dai nostri porti, in acque del Mare-non-nostro.””

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