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Noi, maschi sgomenti, alla fine siamo rimasti nudi

Articolo di Roberto Finzi (Fatto 18.4.18)

“”Molto si discusse, quando si pensava a una “costituzione” europea, delle radici dei nostri attuali valori identificandoli nelle culture classica e giudaico-cristiana, imbevute e portatrici di umanesimo. Ma pure, a chi si interroghi sulla plurimillenaria subjection of women, per usare il titolo di un saggio di John Stuart Mill del 1869, dell’idea che ogni male dell’umanità sia stato originato dalla donna (e proprio per questo ogni costituzione o dichiarazione dei diritti deve ancor oggi ossessivamente riaffermare il rispetto dell’eguaglianza tra i sessi). Quando Zeus volle vendicarsi di Prometeo e dei suoi protetti, gli umani, pensò di inviare loro una grave sventura. Ordinò agli dei di plasmare un essere “simile a una vereconda fanciulla”, Pandora, da cui iniziò “la stirpe funesta e la razza delle donne”. Funesta perché la donna cui era stato affidato un vaso con l’ordine di non aprirlo disubbidì e per il mondo si sparse ogni male. Finì così l’originaria “età dell’oro” in cui gli uomini vivevano senza il bisogno di lavorare e privi di malattie “che recano agli uomini la morte”. Solo la speranza rimase nell’orcio. Parola del più antico poeta greco la cui identità sia certa, Esiodo. La Bibbia poi, si sa, attribuisce a Eva la cacciata dell’uomo dal paradiso terrestre. Se si guardano le cose attentamente si scorge un fatto curioso: in entrambi i casi la donna disobbedisce per due caratteri distintivi, “alti” dell’essere umano. Il serpente dice a Eva che se infrangessero il divieto impostogli da Dio “i vostri occhi si aprirebbero e diverreste come Dio conoscitori del bene e del male” (Genesi, 3, 5). Dunque, Eva agisce per desiderio di conoscenza e lo fa usando di un’altra peculiarità dell’uomo: il libero arbitrio, la possibilità di scegliere. Una prerogativa formidabile ma formidabilmente ansiogena, difficile e complicata. “Pochi – noterà Albert Einstein – si dimostrano capaci di esprimere con equità opinioni diverse dai pregiudizi del loro ambiente sociale. I più sono persino incapaci di concepirne” in quanto, nota sarcastico, “per essere l’immacolato componente di un gregge di pecore bisogna essere, prima di tutto, una pecora”. L’attribuzione dell’origine di ogni male alla donna è espressione di una società in cui il maschio è già riuscito a imporre la sua prevalenza e una visione del ruolo dei sessi che a lungo viene interiorizzata anche dalla donna. Per quanto sempre esistano donne “diverse”, capaci di battersi contro i pregiudizi. Il punto allora è: come il maschio afferma il suo predominio e, soprattutto, perché in maniera costante, seppure diversa, volge la propria forza e violenza o la “più ordinata oppressione della legge” (Adam Smith) proprio verso il soggetto con cui condivide vita, desideri, affetti, dolori.
Le spiegazioni date sono molte e ognuna ha una parte di verità. Ad, esempio, quella, diffusissima, che, una volta instaurata la proprietà, la sessualità femminile debba essere controllata per avere la certezza di una successione legittima. Osservando con attenzione le tessere del mosaico, culturale e fattuale, della plurimillenaria subjection of women ne spunta qualcosa di diverso, e assai inquietante per il maschio. La grande difficoltà a comprendere, penetrare, cogliere fino in fondo, il femminile psichico e fisico per di più in una situazione di oggettiva, naturale diseguaglianza sessuale. Ché la donna è in questo campo più forte, potente dell’uomo. Il suo istinto e desiderio non può avere paragone con quello maschile se, aveva notato Giacomo Casanova, è pronta a mettere nel conto “una gravidanza di nove mesi, (…) un parto più o meno doloroso, e qualche volta mortale”.
Per questo una testa pur acuta come quella di Erasmo da Rotterdam “traduceva” un meschino detto maschilista – “sublata lucerna nullum discrimen inter feminas”, spenta la luce ogni femmina è eguale – in un’accusa alle donne, alla loro lascivia: “Ogni donna sarebbe impudica, se le fosse data facoltà di peccare senza testimone”. Insomma il sesso femminile squassa l’io maschile mettendone in dubbio forza e virilità, che della potenza maschile è il simbolo. La soggezione imposta alla donna ne è stato il feroce ma problematico antidoto.
Oggi però, nonostante le tante forti resistenze che a lungo rimarranno, due dati essenziali sono mutati rispetto alla lunga storia della “questione femminile”: la progressiva eclissi dell’introiezione e quindi accettazione in parte cospicua delle donne della loro supposta inferiorità e lo sgretolamento dello scudo della legge. Così il re è nudo. Sgomento, gli è inevitabile ridefinire se stesso.””

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