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Non c’e’ niente di cui stupirsi

Articolo di William Davis, London Review of Books, Regno Unito (internazionale 1.4.18) “L’autore William Davies è un sociologo ed economista britannico. Ha scritto The happiness industry (Verso Books 2015).          “Invece di indignarci per la vicenda della Cambridge Analytica dovremmo rimettere in discussione un modello di capitalismo interamente basato sulla sorveglianza”

“”Nella vicenda della Cambridge Analytica almeno una cosa è certa. se quarantamila persone in Michigan, Wisconsin e Pennsylvania avessero cambiato idea su Donald Trump prima dell’8 novembre del 2016 e avessero votato per Hillary Clinton, questa piccola società di consulenza non sarebbe finita sulle prime pagine dei giornali. Avrebbe potuto carpire i dati degli elettori e fargli il lavaggio del cervello ma, se Clinton avesse vinto, oggi questa non sarebbe una notizia. I cattivi della storia di sicuro concorderanno con quest’affermazione, ma per ragioni poco plausibili. nell’inchiesta condotta da Channel 4 news con il supporto dell’Observer e del New York Times si vede l’amministratore delegato della Cambridge Analytica Alexander Nix (attualmente sospeso) vantarsi, con quello che riteneva un potenziale cliente, di aver incontrato Trump “molte volte” e di aver architettato l’intera strategia della sua campagna elettorale. Secondo Nix quei quarantamila voti sono stati strappati a Clinton e consegnati a Trump grazie a pubblicità mirate e a qualche messaggio molto persuasivo. “Tutta la strategia elettorale si è basata sui nostri dati”, dice Nix.
La Cambridge Analytica era stata ingaggiata per lavorare alla campagna elettorale di Trump, anche se non necessariamente per la sua genialità machiavellica. SWteve Bannon, il responsabile della campagna, all’epoca era nel direttivo della società e probabilmente ha procurato all’azienda un contratto di favore. All’inizio del 2017, quando la Cambridge Analytica ha attirato per la prima volta le attenzioni dei mezzi d’informazione britannici, si è detto che aveva avuto stretti rapporti anche con la campagna per l’uscita del regno unito dall’unione europea. In una delle tante inchieste sull’argomento, Carole Cadwalladr dell’Observer scriveva nel maggio del 2017 che “gli avvenimenti negli Stati Uniti e nel Regno Unito sono strettamente intrecciati.
La Brexit e Trump sono intrecciati. I legami dell’amministrazione Trump con la Russia e il Regno Unito sono intrecciati. E la Cambridge Analytica è uno snodo attraverso cui possiamo vedere tutte queste relazioni”. Date queste premesse, in un certo senso le rivelazioni più recenti sono una delusione, se non altro per i clienti più ingenui della Cambridge Analytica. In primo luogo non c’è alcuna prova concreta del fatto che la Cambridge Analytica abbia fornito servizi di consulenza ai sostenitori dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea in occasione del referendum del 2016. Nix si era vantato in un articolo di averlo fatto, ma a febbraio ha ammesso che quell’articolo era stato scritto da un “consulente di pubbliche relazioni un po’ troppo zelante”. Di sicuro dovremmo cercare di capire come “la Brexit e Trump sono intrecciati”, ma per farlo occorre un’analisi sociologica ed economica: non sarà semplice (o emozionante) come scoprire un centro di controllo segreto.
Strategia comune
In secondo luogo, non c’è – né può esserci – alcuna prova che la Cambridge Analytica abbia fatto vincere le elezioni a Trump (e, per le stesse ragioni, non è possibile dimostrare che non l’abbia fatto), sebbene l’azienda naturalmente sostenga il contrario. Clinton fa ancora fatica ad ammettere che la sua sconfitta potrebbe non essere dovuta a queste macchinazioni. Intervistata da Channel 4, ha parlato della “propaganda” della Cambridge Analytica, che “ha influenzato i processi decisionali degli elettori”. Eppure l’analisi dei dati è alla base di tutte le moderne campagne elettorali. Clinton ha preferito studiare i dati sul Michigan dal suo ufficio di Brooklyn invece di andare di persona nello stato, anche quando i democratici locali l’avevano implorata di farlo nelle ultime settimane di campagna elettorale. Se le cose fossero andate diversamente, avremmo letto articoli sulle innovative tecniche di analisi dei dati che per la prima volta avevano permesso a una donna di diventare presidente degli Stati Uniti. lo scandalo ha due facce, ma nessuna riguarda nello specifico le elezioni. La prima riguarda la “violazione dei dati”, che ha garantito alla campagna di Trump l’accesso a cinquanta milioni di profili Facebook senza il permesso degli utenti. Questo è potuto succedere grazie a un’applicazione chiamata thisisyourdigitallife, simile a quelle in cui si imbattono tanti utenti di Facebook. Sono applicazioni che compaiono nel news feed sotto forma di questionario sulla personalità che produce risultati relativamente banali da condividere con gli amici. Thisisyourdigitallife è stata creata da Aleksandr Kogan, psicologo dell’università di Cambridge, per verificare le teorie sui modelli di personalità in base ai like su Facebook. Solo 270mila persone hanno usato l’app, che però ha raccolto anche i dati dei loro amici. Facebook sapeva di thisisyourdigitallife, ma credeva che servisse solo alla ricerca accademica. Qualsiasi utente che avesse letto termini e condizioni (ma chi di noi lo fa?) avrebbe pensato la stessa cosa. Quello che nessuno sapeva ino a poche settimane fa è che Kogan trasmetteva i dati alla Cambridge Analytica, che a sua volta li metteva a disposizione di Bannon, come ha raccontato all’Observer Christopher Wylie, che lavorava alla Cambridge Analytica. La mietitura sono state violate diverse regole. Le norme sulla privacy presuppongono che ogni individuo abbia il diritto di sapere come verranno usati i suoi dati prima di permettere a qualcuno di raccoglierli. Kogan e la Cambridge Analytica si sono comportati in modo disonesto. Ma anche se non hanno rispettato alla lettera la sezione “termini e condizioni” e hanno violato la normativa sulla privacy, nessuno si sorprenderà del fatto che i dati raccolti in un ambito possano venire usati in un altro. L’uso di dati in modi innovativi (e segreti) è di fatto il principio guida dell’economia digitale: Sshoshana Zuboff l’ha definito “capitalismo della sorveglianza” e Nick Srnicek “capitalismo della piattaforma”. Vale la pena ricordare che negli anni novanta internet era considerata tanto una minaccia quanto un’opportunità per il capitalismo. Napster è l’esempio più celebre. Non si capiva da dove sarebbero venuti i profitti in un contesto in cui l’informazione era abbondante e l’anonimato la norma. Quello che è cambiato, come hanno spiegato Zubof e Srnicek, è che si è cominciato a pensare a internet come a un dispositivo di sorveglianza di dimensioni potenzialmente globali: si offrivano servizi migliori, più economici o gratuiti a condizione che gli “utenti” fossero tracciati in tutto ciò che facevano e che vi ancorassero le loro identità reali. Il fatto che la maggior parte dei giganti della tecnologia abbia registrato perdite enormi nei primi anni di attività è parte integrante della strategia. La gente dev’essere convinta a usare un servizio, e continuare a usarlo. Solo in seguito questo potere viene convertito in profitto. Argomentare che un utente di Facebook dà il suo consenso a tutti i modi in cui Facebook usa o potrebbe usare i suoi dati significa travisare la questione. D’altronde, dire che un lettore del Guardian dà il suo consenso a tutti i modi in cui il Guardian usa i suoi dati (di cui lascia una traccia ogni volta che visita il sito del quotidiano) significa fraintendere la natura essenzialmente malleabile dei dati stessi. Il potenziale valore dei dati emerge dopo che sono stati raccolti, non prima. Nel panico generato dal caso Trump e Cambridge Analytica, questa dura realtà capitalista è stata definita harvesting, la mietitura. Ma se creare un’app per raccogliere dati senza che le persone ne siano pienamente consapevoli è “mietere”, allora lo sono tante altre cose. Creando un wii gratuito sulla metropolitana di Londra, l’azienda Transport for London miete dati sui movimenti dei passeggeri. Il digital service britannico ha mietuto dati sui cittadini manipolando l’aspetto dei siti del governo (usando due versioni diverse di ogni sito si raccolgono dati sulla navigazione e sul tempo passato su ogni pagina). Uber continua a raccogliere dati sul comportamento degli utenti perfino dopo la fine della corsa, anche se ora si può scegliere di disattivare questa funzione. I nuovi manifesti pubblicitari a Piccadilly circus mietono dati: contengono videocamere che analizzano le espressioni della gente. L’altra faccia dello scandalo è più sporca ma meno significativa. Se si deve credere alle sue affermazioni, alla Cambridge Analytica piace giocare in modo scorretto. Nix e il suo collega Mark Turnbull sono stati colti da Channel 4 mentre parlavano di tecniche di adescamento, ricatto e controspionaggio con toni più adatti a una storia di James Bond che alla psicometria. Osservazioni buttate là su come il candidato non sia altro che una “marionetta” nelle mani della campagna elettorale e i “fatti” siano meno importanti delle “emozioni” sembrano losche se colte da una telecamera nascosta, ma non sono poi così lontane dall’atteggiamento del Partito laburista britannico negli anni novanta. E quando Nix si vanta di “agire nell’ombra” e saluta il “cliente” con una battuta a effetto (“non vedo l’ora di costruire un rapporto lungo e segreto con lei”) ci si chiede come abbia fatto il giornalista di Channel 4 a restare serio. Dunque siamo di fronte a un uso improprio dei dati, cosa che ha giustamente attirato l’attenzione dell’ufficio del commissario per l’informazione del Regno Unito, e a un po’ di gergo da marketing che scivola in fantasticherie mafiose per poi sparire al primo segnale di pericolo.
L’uso improprio dei dati non è una novità: nel 2010 il Wall Street Journal aveva scoperto che le app di Facebook (come quella realizzata da Kogan) raccoglievano regolarmente informazioni a uso e consumo degli inserzionisti e delle società che tracciavano i dati d’accesso ai siti, senza il permesso degli utenti. Tenuto conto di quanto Facebook controlli l’attenzione del mondo (con più di due miliardi di utenti attivi al mese, che trascorrono in media cinquanta minuti al giorno sul sito), è inevitabile che i mercanti dell’attenzione vi si buttino a caccia di scarti, proprio come i grandi eventi sportivi attirano i bagarini. Perché tanta indignazione? Bisogna fare i complimenti all’observer per la sua tenacia. Con un po’ di fortuna questa storia potrebbe farci arrivare a un punto di svolta sulla questione della riservatezza dei dati. tuttavia il fascino e lo sgomento provocati dalla Cambridge Analytica suggeriscono una rimozione dell’orrore che in realtà deriva da qualcosa di molto più profondo. In parte deve avere a che fare con il trumpismo. Un fenomeno così terribile dev’essere stato provocato da strumenti altrettanto terribili. Chi si è battuto con fervore per restare nell’unione europea deve pensare la stessa cosa riguardo alla Brexit. È chiaro che nella campagna elettorale statunitense sono intervenute forze segrete e subdole. Grazie alle indagini di Robert Mueller sappiamo che Facebook ha venduto spazi pubblicitari per un valore di centomila dollari alle “fabbriche di troll” russe, e che 126 milioni di americani potrebbero essere stati esposti a notizie false diffuse dalla Russia nel 2015 e nel 2016. Poi c’è la ripresa delle indagini dell’Fbi sulle email di Clinton in un momento critico della campagna elettorale. ma che tutto questo ci permetta di comprendere o spiegare la vittoria di Trump è discutibile.
Cattivi rassicuranti
La Cambridge Analytica sembra un sicuro colpevole soprattutto perché si è vantata più volte di esserlo. Rispetto agli eventi del 2016 Nix e Turnbull sono quello che i manager della Goldman Sachs e della Royal Bank of Scotland sono stati per la crisi finanziaria del 2008: personalità grottesche su cui concentrare rabbia e allarme. Ascoltare uomini simili vantarsi della loro spregiudicatezza è paradossalmente rassicurante, perché contribuisce a spiegare la perdita di senso morale del mondo. Come nel caso della crisi finanziaria, tuttavia, il circo rischia di distrarre dalle vere questioni istituzionali e politiche che, in questo caso, riguardano aziende come Facebook e il modello di capitalismo che tollera, facilita e addirittura celebra le loro estese e sofisticate forme di raccolta e analisi dei dati. È significativo che due dei più grandi scandali etici che hanno colpito Facebook negli ultimi anni coinvolgano dei ricercatori universitari (l’altro scandalo è l’esperimento sul “contagio emotivo” da cui è emerso che Facebook aveva alterato il news feed senza il consenso degli utenti). Avere a che fare con ricercatori esterni significa rinunciare a una parte del controllo. La disponibilità di Facebook a collaborare con i ricercatori è già scarsa, e questi scandali spingeranno Mark Zuckerberg a chiedersi se valga davvero la pena di correre rischi. Se tutti i dati restano all’interno dell’azienda non emerge nessun dilemma etico. Le dimensioni e la portata sempre più vaste di queste piattaforme eliminano gradualmente la necessità di condividere dati con qualcun altro. Si è detto che i dati sono il “petrolio” dell’economia digitale, la risorsa che alimenta tutto il resto. Un’analogia più utile è quella tra il petrolio e la privacy, una risorsa naturale nascosta che viene progressivamente saccheggiata per ricavare un profitto, con conseguenze sempre più nocive per la società nel suo complesso. Se questa analogia è corretta, le leggi per la protezione della privacy e dei dati non basteranno a lottare contro i giganti della tecnologia. distruggere la privacy in modi sempre più avventurosi è il lavoro di Facebook. Proprio come gli ambientalisti chiedo no all’industria dei combustibili fossili di “lasciarli nel sottosuolo”, quello che dovremmo fare è chiedere alla silicon valley di “lasciare le informazioni nelle nostre teste”. Il vero cattivo in questo caso è una logica economica espansiva che insiste nel voler controllare una quantità sempre maggiore dei nostri pensieri, dei nostri sentimenti e delle nostre relazioni. Il modo migliore per fermare tutto questo è quello che la silicon valley teme più di ogni altra cosa: le leggi antitrust. una volta frammentate in società più piccole, le aziende tecnologiche sarebbero comunque in grado di controllarci, ma da punti di vista diversi che non potrebbero essere messi in connessione tra loro con facilità o in modo poco trasparente. un mondo pieno di truffatori come la Cambridge Analytica, che alla fine vengono colti in fallo a causa delle loro stesse stupidaggini, è meglio di un mondo in mano a enormi monopoli come Amazon e Facebook, che un po’ alla volta assumono le funzioni del governo mantenendo un inquietante silenzio su quello che fanno.””

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