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"Non c'è solo la jihad, questo terrorismo è stato sottovalutato"

NEW YORK. «Dopo l’11 settembre – dice Richard Cohen – gli Stati Uniti si sono preoccupati solo del terrorismo jihadista, come se si trattasse dell’unica minaccia per il paese. Ma l’orribile tragedia nella chiesa di Charleston ci ricorda che i pericoli del terrorismo domestico sono reali e non vanno sottovalutati». Avvocato di formazione, 60 anni, Cohen presiede dal 2003 il Southern Poverty Law Center (Splc), l’organismo d’oltreoceano più attivo nell’individuare e combattere, anche a livello giudiziario, gli “hate groups”, cioè tutti quei gruppi che fomentano l’odio razziale, etnico o religioso, e che si riconoscono in movimenti come i neo – confederati, i neo – nazisti, i suprematisti e il Ku Klux Klan.
Cohen, possono esserci dubbi sulla matrice ideologica di quel che è accaduto nella Carolina del Sud?
«Guardiamo ai fatti: un ragazzo bianco che ha sempre inneggiato all’apartheid entra in una chiesa afroamericana, e uccide nove persone. Si tratta chiaramente di un crimine dell’odio, commesso da qualcuno che si è sentito minacciato dai cambiamenti demografici in atto negli Stati Uniti e dalla rilevanza crescente degli afroamericani nella vita pubblica americana».
Il Southern Poverty Law Center, che lei presiede, ha un enorme database sugli “hate groups”. Quali sono i trend di fondo che riscontrate?
«Dal 2000 abbiamo registrato un costante aumento di questi gruppi: nel 2011 abbiamo individuato 1018 associazioni che promuovono l’odio razziale o religioso. Anche se negli ultimi due anni il fenomeno si è un po’ rallentato, siamo ancora sui massimi storici. E non bisogna dimenticare che alcuni movimenti, come il Ku Klux Klan, tendono sempre di più ad agire di nascosto».
Come spiega l’incremento del fenomeno?
«E’ una sorta di contraccolpo rispetto alla maggiore diversità razziale del paese, simboleggiata, dicono in molti, dall’arrivo di un presidente afroamericano alla Casa Bianca».
E proprio Obama è stato molto duro nei suoi commenti sull’eccidio di Charleston.
«Sì, e giustamente: da sempre nella storia americana le chiese “black” del Sud, a cominciare da quelle nella Carolina del Sud, sono state prese di mira dagli “hate groups”. Ma la storia ci ricorda anche che i fedeli non si sono mai fatti intimorire».
Arturo Zampaglione

(La Repubblica 19 giugno)

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