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Non vogliamo una Chiesa per ogni stagione

Non vogliamo una Chiesa per ogni stagioneChe stucchevole demagogia la frase chiave del Sinodo sui gay: «Le persone omosessuali hanno doti e qualità da offrire alla comunità cristiana». E che pia ipocrisia attaccarsi ai casi singoli, come ha fatto il cardinale Schönborn: «Ho conosciuto una coppia gay che era esemplare». È come dedurre la bontà del genere umano citando un caso positivo e trascurando il resto. C’è un salto fuori dalla logica e dalla realtà, prima che dalla teologia, nel dedurre da un caso particolare un giudizio universale. L’errore di fondo, che sconfina nella menzogna, è lo stesso del passato ma rovesciato di segno; si elogiano «doti e qualità» degli omosessuali quando la premessa dovrebbe essere realisticamente un’altra: le doti e le qualità umane non dipendono dall’orientamento sessuale, e dunque possono trovarsi o non trovarsi sia tra gli omosessuali che tra gli etero. Punto. Ci possono essere omosessuali o eterosessuali che affrontano la vita in modo esemplare e altri che non lo fanno. Ma questo, il Sinodo, la Chiesa di Francesco, lo sa benissimo: perciò appare una demagogica furbata quell’elogio alle doti dei gay (che ora spianerà la strada alle coppie gay in Parlamento).

Lo stesso elogio è stato pronunciato verso i divorziati, ma anche qui si copre la verità delle cose: le doti e le qualità umane non dipendono dallo stato civile. È ipocrita poi definire imperfette le unioni gay o le coppie non sposate, quasi che le unioni tradizionali siano perfette. Evocare l’idea di perfezione mi pare un angelismo improprio e bugiardo. Parlate piuttosto di unioni consacrate, di famiglia come fondamento sociale e naturale, culturale e religioso dell’umanità e di ogni civiltà, ma lasciate stare il perfettismo, che Padre Rosmini già condannava sul piano storico-politico. Non si può compensare la vera o presunta omofobia del passato con l’astuta omofilia del presente: la Chiesa dovrebbe semplicemente dire che guarda all’uomo, indipendentemente dai suoi gusti sessuali e dalle sue scelte. E quando queste non combaciano con l’ordine naturale e soprannaturale non è la Chiesa a convertirsi a lui, ma se lui non si converte ai principi morali cristiani, la Chiesa lo accoglierà lo stesso, con indulgente misericordia. Perché gli uomini sono imperfetti, fallibili, ma l’uomo trascende le sue inclinazioni.

Non vogliamo una Chiesa mimetica, che assume la faccia del giorno che passa; proprio perché il mondo muta vorticosamente vorremmo che la Chiesa rappresentasse un punto di riferimento saldo, non volubile né volatile, come una banderuola esposta ai venti. Arriverà il giorno che la Chiesa si accorgerà che l’idea di Dio è diventata marginale, irrilevante e la fascia di coloro che non credono si è allargata enormemente: e allora che farà, la Chiesa che va incontro all’uomo, ci farà la sorpresa di dire che la santità e il paradiso si possono ottenere anche senza credere in Dio, in Gesù e nella Chiesa cattolica e apostolica? Certificherà l’inutilità della fede e la superfluità del suo magistero pur di essere al passo coi tempi e con l’umanità che cambia? Di troppa furbizia si può morire. Accogliete tutti nelle braccia di Santa Madre Chiesa ma, vi prego, evitate la Santa Presa per i Fondelli.

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