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Notte tesa fra i trader, perché Wall Street teme Trump

di Francesco Russo – @CiccioRusso_Agi

Roma – Che nelle sale di trading delle maggiori banche di investimento mondiali si tifi per Hillary Clinton non è un mistero. Donald Trump vuol dire incertezza e non c’è niente che i mercati temano come l’incertezza. Sarà alta la tensione per gli operatori di borsa, ancora scottati dall’inattesa vittoria dei ‘Leave’ al referendum sulla Brexit dello scorso 23 giugno. “Stanno cercando il posto migliore per chiudersi in posizione fetale”, ha ironizzato Bloomberg.

Quel che è certo è che tutte le grandi banche di investimento, da Goldman Sachs a Morgan Stanley, da Nomura a Deutsche Bank, hanno mobilitato un numero ben superiore alla norma di operatori perchè seguano la notte elettorale, il dito pronto ad avviare vendite (e a mitigarle con i cosiddetti ordini “stop-loss” qualora la volatilità diventi ingestibile) se le urne incoroneranno il Repubblicano Donald Trump.

Da New York a Hong Kong, i trader, pieni di caffeina o di qualcosa di più forte, dovranno tenere gli occhi puntati sugli Stati più incerti. Gli algoritmi che gestiscono migliaia di operazioni in pochi secondi non aspetteranno il risultato finale. Se stanotte la Pennsylvania e il Michigan venissero attribuiti a Trump, sui circuiti potrebbe scatenarsi l’inferno in un istante.

Il candidato democratico è sempre stato il preferito dai mercati in quanto considerato meno imprevedibile è più preparato di Trump, che ha, da parte sua, un orientamento protezionista e ostile alla globalizzazione. Va però ricordato che la stessa Clinton si è espressa più volte in maniera critica nei confronti dei grandi trattati di libero scambio come il Ttp, stretto con alcuni paesi dell’area del Pacifico, dal Giappone al Cile, anche per conservare un appeal nei confronti degli elettori più orientati a sinistra, quelli che alle primarie avevano sostenuto il suo avversario Bernie Sanders.  

Uno dei motivi principali per cui i colossi di Wall Street temono Trump (e hanno generosamente finanziato la campagna della Clinton) è invece la promessa del miliardario newyorchese di riportare in vigore il Glass-Steagall Act, la norma, varata dopo il crollo di Wall Street del ’29, che impediva allo stesso intermediario di svolgere contemporaneamente l’attività di banca commerciale e quella di banca d’affari e che fu abrogata nel 1999, durante la seconda amministrazione Clinton.

Il ‘repeal’ del Glass-Steagall rese molto più stretti i legami tra speculazione finanziaria ed economia reale, esasperando i rischi sistemici che poi sarebbero scaturiti dalla crisi dei mutui esplosa nel settembre 2008 con il fallimento di Lehman Brothers. Spegnere il devastante incendio toccò all’allora numero uno della Federal Reserve, Ben Bernanke, e al presidente uscente, Barack Obama. Il primo lanciò un programma di ‘allentamento quantitativo’ senza precedenti, iniettando centinaia di miliardi di dollari di liquidità nel sistema, e varò, insieme all’allora segretario al Tesoro, Tim Geithner, il ‘Troubled Assets Relief Program’ (Tarp), un colossale piano di prestiti pubblici per salvare le banche dal fallimento.

Il secondo intervenne con l’ambiziosa riforma Dodd-Frank, tesa a mitigare gli eccessi di una finanza spericolata garantendo maggiori tutele ai piccoli investitori e introducendo il Financial Stability Oversight Council, che allarga agli hedge fund il monitoraggio sui rischi sistemici. Nonostante le buone intenzioni di Obama, la Dodd-Frank andò incontro a un cammino parlamentare travagliato, stretto nell’ostruzionismo bipartisan dei due rami del Congresso e della frenetica attività di lobbying di Wall Street, che è in parte riuscita a depotenziare una riforma che resta incompiuta. Ad esempio, è stata rinviata di continuo l’applicazione della cosiddetta ‘Volcker Rulè (dal nome dell’ex presidente della Fed, Paul Volcker), che impedirebbe agli istituti di utilizzare i fondi dei correntisti per attività speculative.

Un ripristino tout-court del Glass-Steagall Act sarebbe sicuramente una soluzione più drastica e immediata di limitare il pericolo di una nuova Lehman. Il problema è che, anche questa volta, i propositi di Trump sono tutt’altro che chiari. Il magnate ha infatti promesso anche di smantellare “in due settimane” la riforma Dodd-Frank affermando, in un’intervista a Reuters dello scorso maggio che “ha reso impossibile lavorare ai banchieri” ma senza fornire sul momento dettagli su quali sarebbero le state sue proposte. Proprio mentre i banchieri iniziavano a pensare che il tycoon potesse non essere così male, alla convention Repubblicana dello scorso luglio arrivò la sorpresa: non solo Trump si esprime a favore di un ritorno del Glass-Steagall Act ma la proposta viene inserita nella piattaforma programmatica del ‘Gop’.

L’apparente contraddizione viene risolta: secondo il testo del nuovo programma Repubblicano la Dodd-Frank deve saltare non per la ‘Volcker Rule’ ma perchè impone troppi controlli sulle piccole “community bank” (definite vittime di “molestie regolamentari”) e rischia di creare un mercato con “poche enormi istituzioni, come in molti paesi europei”.

A inquietare i mercati è inoltre la scarsa simpatia manifestata da Trump nei confronti dell’attuale presidente della Federal Reserve, Janet Yellen. Il miliardario nei primi mesi di campagna non si era mostrato troppo ostile, affermando che Yellen “non è il mio nemico ma avrei preferito un Repubblicano al suo posto”. Successivamente, con l’inasprirsi dei toni di una campagna elettorale che non passerà alla storia per fair-play, alzò progressivamente il tiro, giungendo ad affermare che Yellen dovrebbe “vergognarsi” per aver rallentato così tanto il rialzo del costo del denaro.

L’accusa esplicita che Trump lancia a Yellen è di non essere indipendente e di aver rallentato l’aumento dei tassi (il rialzo allo 0,5% dello scorso dicembre, il primo in quasi dieci anni, è rimasto tuttora isolato) per favorire i Democratici. Di sicuro, considerata la rilevanza senza precedenti delle banche centrali nell’attuale sistema economico, se Trump conquistasse la Casa Bianca, un cattivo rapporto con la Fed ostile potrebbe diventare il primo dei suoi problemi. 

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