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Nuova commissione cardinalizia dello IOR: il “partito americano” perde terreno

IorCITTÀ DEL VATICANO-ADISTA. Due notizie probabilmente più connesse tra loro di quanto si possa, a tutta prima, immaginare.

Innanzitutto quella, più recente, della richiesta di custodia cautelare in carcere per mons. Nunzio Scarano, l’ex contabile dell’Apsa (Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica), già agli arresti domiciliari, dal 28 giugno 2013, per un’inchiesta che ruota attorno al tentativo di Scarano di far rientrare dalla Svizzera, a bordo di un jet privato, 20 milioni di euro in contanti di proprietà di alcuni amici del prelato.

L’attuale inchiesta avrebbe invece accertato false donazioni per 6 milioni di euro provenienti da società offshore, transitate su conti aperti all’agenzia Unicredit di via della Conciliazione e allo Ior (l’Istituto per le Opere di Religione del Vaticano), intestati al religioso.

Con il denaro, Scarano avrebbe anche proceduto a investimenti societari e all’acquisto di quadri d’autore, restituendo parte delle ingenti somme ai titolari, una volta che il denaro fosse stato “ripulito”. Di qui la richiesta di riportare in carcere Scarano.

La seconda notizia riguarda la nomina dei nuovi componenti della Commissione cardinalizia dello Ior, che ha tra i suoi compiti quello di nominare i membri del Consiglio di Sovrintendenza dell’Istituto, l’equivalente di un consiglio di amministrazione. Nomine attese già da tempo, nonostante l’intera commissione fosse stata rinnovata solo il 18 febbraio del 2013. Si trattava però di una designazione avvenuta dopo l’annuncio delle dimissioni di Benedetto XVI, in cui in molti videro il tentativo del gruppo di potere legato a Bertone di mantenere serrate le fila. Difficile quindi che il nuovo papa accettasse di mantenere inalterata la composizione dell’organismo, specie dopo avere a più riprese prefigurato una riforma complessiva dello Ior.

Il cambio ai vertici dell’Istituto sembrano inoltre legati alla vicenda di Scarano (come, più in generale, a tutte le vicende giudiziarie, alle inchieste ed agli scandali che hanno riguardato in questi ultimi anni le vicissitudini economico-finanziarie del Vaticano) per la necessità, fattasi più urgente con la nomina e dopo la nomina di Francesco al soglio pontificio, di mettere mano a tutta una serie di scelte che rendano più credibile la finanza vaticana presso l’opinione pubblica e le istituzioni internazionali.

Certo, coloro che –  sulla scia delle parole dette dal papa alcuni mesi fa in merito al fatto che «S. Pietro non aveva un conto in banca» – immaginavano la chiusura dello Ior o una sua radicale trasformazione (gli stessi che forse pensavano alla creazione di un cardinale donna, o laico, o comunque non vescovo) devono ridimensionare oggi le loro aspettative. E fare realisticamente i conti con il fatto che il Vaticano è una realtà fatta di enormi interessi economico finanziari, oltre che politici e diplomatici, per di più a carattere transnazionale. Così le nuove nomine – che seguono la creazione di una commissione ad hoc per la riforma delle finanze vaticane e l’approvazione del nuovo statuto per l’Aif, l’Autorità di Informazione Finanziaria che deve vigilare sull’operato della “banca” vaticana – cambiano più nelle forme che nella sostanza il volto dello Ior e rientrano pienamente dentro le logiche, gli equilibri, le compatibilità del “sistema”. Costituiscono semmai la conferma di uno spostamento dei rapporti di forza interni, piuttosto che lo scardinamento del potere delle lobby che da anni dominano, in forme sempre più conflittuali, l’enorme massa di denaro e di interessi che gravitano intorno all’istituzione Chiesa. Tra queste l’Opus Dei, la cui egemonia è stata in questi anni fortemente minacciata dall’ascesa dei cavalieri di Colombo e dal “partito americano”, sempre più presente nei posti chiave del Vaticano. E che sta serrando le fila, dopo i colpi dati e ricevuti in seguito allo scandalo Vatileaks, attraverso l’alleanza con i settori “riformatori” ostili al vecchio establishment di Curia ed ai Cavalieri di Malta.

Vicino a questi ultimi è il solo cardinale confermato in commissione, Jean Luis Tauran (che peraltro fa parte anche della Commissione referente sulla cosiddetta banca vaticana). Ad uscire sono invece il card. Tarcisio Bertone (che all’Opus aveva voltato le spalle con il clamoroso caso della defenestrazione del presidente opusdeista dello Ior, Gotti Tedeschi) che dopo quella di segretario di Stato perde anche questa prestigiosa carica; il card. Domenico Calcagno (presidente dell’Apsa, già vicino a Bertone quando egli era segretario di Stato Vaticano e comunque indirettamente toccato dall’affaire Scarano, perché proprio all’Apsa il prelato lavorava come contabile); i cardinali Odilo Pedro Scherer, brasiliano, arcivescovo di San Paolo, Telesphore Placidus Toppo, indiano, arcivescovo di Ranchi, entrambi vicini al “partito americano”. Dal 15 gennaio 2014 la commissione ha cambiato i rapporti di forza interni, e oggi, oltre che da Tauran, risulta composta dai cardinali Christoph Schönborn, austriaco, arcivescovo di Vienna; Thomas Christopher Collins, canadese, arcivescovo di Toronto; Santos Abril y Castelló, spagnolo, arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore; infine, dal nuovo segretario di Stato, mons. Pietro Parolin.

Schönborn, tradizionalmente considerato vicino all’Opera fondata da Escrivà de Balaguer, è stato uno dei più forti oppositori di Bertone, capofila di quella parte di gerarchia vaticana ostile allo spoil system attuato dall’ex segretario di Stato. Collins è membro dei Cavalieri di Colombo. Gli altri due sono di stretta osservanza bergogliana. Abril y Castelló è stato chiamato nel 2011 al ruolo di arciprete della Basilica di Santa Maria Maggiore, in sostituzione del card. Bernard Law, travolto dagli scandali pedofilia avvenuti quando era arcivescovo a Boston. Diplomatico di carriera (come Parolin: è la rivincita dei diplomatici, che tanto avevano “patito” nell’era Bertone), Abril è stato nunzio in Camerun, Gabon, Guinea Equatoriale e Jugoslavia. Nel 2000 fu nominato responsabile della nunziatura in Argentina, dove ebbe modo di conoscere e stringere amicizia con l’allora cardinale Bergoglio. La Commissione cardinalizia è guidata, per Statuto, da un presidente scelto dai componenti stessi della Commissione e  dura in carica cinque anni. Il papa non avrebbe espresso preferenze o indicazioni in merito alla designazione del presidente. Per cui stavolta è possibile che ad essere eletto non sia, come tradizionalmente avviene, il cardinale segretario di Stato. (valerio gigante)

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