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Obama e Bergoglio: due corpi e un’anima

Cosa succede in città

Mentre tv e giornali fanno a gara a chi pubblica i dettagli più commoventi dell’incontro tra i due capi di Stato, regna il silenzio sui temi che li dividono. E non è un caso.

giovedì 27 marzo 2014 18:19


«È meraviglioso incontrarla, grazie molte». «Ma grazie a lei».
Grande commozione. Scambio di regali. Le monete regalate dal papa al presidente Usa cadono due volte, e alla seconda il papa ride.
L’ospite invece regala al papa i semi dell’orto presidenziale. «Venga alla Casa Bianca a visitare il giardino». «Come no?» risponde l’altro.
Gran finale: «Preghi per me e la mia famiglia». Cala il sipario.

Tempo della visita di Obama a Bergoglio: 50 minuti. Contenuti riportati da tv e giornali italiani: più o meno quelli che leggete qui sopra, sebbene più infarciti di dettagli. Dei temi importanti di cui i due uomini di Stato avrebbero dovuto parlare, almeno secondo le previsioni, i media nostrani non riportano nulla, preferendo deviare l’attenzione sui buoni sentimenti e su dettagli da gossip. Pochi gli accenni al problema delle disuguaglianze sociali, unico aspetto che accomuna i due leader, per quanto Obama cerchi una soluzione di diritto (lavoro a chi non ne ha), mentre Bergoglio risolva il tutto nella carità. E d’altronde, se i poveri del mondo si affrancassero dalla loro condizione magari diserterebbero le chiese.

Silenzio totale, invece, sui temi scottanti che separano Casa Bianca e Santa Sede, come se i salamelecchi reciproci dei due capi di Stato potessero annullare le abissali distanze. Già, perché a parte il problema della lotta alla povertà, che metterebbe d’accordo chiunque ricopra un ruolo istituzionale, le fratture tra governo americano e Vaticano sono note. La prima riguarda la volontà di Obama di parificare i diritti delle persone lgbt a quelli degli eterosessuali a partire dal matrimonio. La seconda è l’Obamacare, ossia la riforma sanitaria americana che obbliga i datori di lavoro a stipulare assicurazioni per coprire le spese mediche dei loro dipendenti comprese quelle per contraccezione e aborto. La terza, infine, verte sulla bellicosa politica estera in Medioriente degli Usa.

Cosa si siano detti i due nel privato delle stanze papali non si sa. Ma certo è che questo quadretto idilliaco di risatine, strette di mano e pathos propinato dalla informazione italiana a voci unificate è una mano santa – è il caso di dirlo – per Bergoglio. Il quale si risparmia una volta in più di far trapelare in modo chiaro la sua visione su diritti, uguaglianza e autodeterminazione, affidando all’ormai celebre frase «Chi sono io per giudicare un gay?» uno slogan buono per tutte le interpretazioni.

Cecilia M. Calamani

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