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Ora Renzi non può più farsi il suo partito. E ha un piano B

Incassata la peggior sconfitta elettorale della storia del Pd, dopo il 4 marzo al Nazareno la proverbiale “analisi della sconfitta” si è trasformata in un processo a Matteo Renzi, il leader che aveva prima portato il partito al trionfale 40% delle elezioni europee e poi, un po’ vittima di un successo forse irripetibile, lo aveva progressivamente trascinato verso un inarrestabile erosione di consensi. I giorni successivi al voto furono agitatissimi, con il segretario che prima annunciava le dimissioni e poi le congelava (con l’apparente obiettivo di bloccare una possibile intesa con il M5s) e poi lasciava la reggenza al vice Maurizio Martina. Un passo di lato che però non diminuì il tasso di litigiosità all’interno di un partito spaccato, che faticosamente cercò l’unità in una convulsa direzione per poi tornare a sfasciarsi il giorno dopo, con Dario Franceschini nel ruolo di nuova nemesi dell’ex sindaco di Firenze. Pochi giorni prima le tensioni avevano aggiunto l’apice con l’apparizione di una sorta di “lista di proscrizione” dei membri del partito favorevoli all’accordo con i grillini, prospettiva poi tramontata perché, alla conta, i renziani si sarebbero rivelati maggioranza. Il Pd resta sull’Aventino.

L’apertura (effimera) a Gentiloni

L’8 maggio, quando la prospettiva di un voto anticipato appariva abbastanza concreta, Renzi annuncia che il candidato premier del Pd sarà Gentiloni​ e alcune divisioni appaiono ricompattarsi. Verrebbe da dire che, se Renzi avesse preso questa decisione prima del 4 marzo, il Pd non sarebbe andato così male. I dem si erano infatti presentati alle urne senza un candidato premier chiaro, probabilmente perché Renzi stesso puntava a tornare a Palazzo Chigi. Ma la mancata ricandidatura del premier uscente, che pure godeva di una buona popolarità, aveva dato agli elettori l’idea che fosse il Pd per primo a non credere nei risultati del suo governo. Senza contare una campagna elettorale sbagliata, che non aveva puntato su due dei maggiori traguardi dell’esecutivo Gentiloni che, se sottolineati con efficacia, avrebbero arginato i consensi di grillini e leghisti: ovvero il reddito di inclusione da una parte e la riduzione degli sbarchi di migranti dall’altra. 

Un partito personale?

Il sodalizio tra Di Maio e Salvini e il successivo incarico a Giuseppe Conte cambia tutto. La prospettiva (poi tramontata in pochi giorni) di un esecutivo in carica per cinque anni riaccende le voci su un Renzi che, stanco di un partito perennemente spaccato, dove uno dei principali motivi del contendere è la sua persona, sarebbe pronto a lanciare un partito autonomo di profilo centrista ed europeista, sullo stile di En Marche!, insomma. E misurare la sua popolarità personale di fronte agli elettori. A scriverne in modo esplicito è Il Giornale, secondo il quale “le due anime del Pd, o di quel che ne è rimasto, stanno volando verso la scissione, o meglio, l’anima renziana punta a rinascere in un nuovo soggetto politico. Un nuovo soggetto in gestazione, la cui costruzione è in fase avanzata con tanto di modelli e di scadenze, affidata alle cure di un vero e proprio team”. Il quotidiano di Sallusti parla di una nuova “Leopolda” in autunno che segni la nascita del nuovo soggetto politico. Fosse o meno questo l’intento dell’ex premier, il naufragio dell’esecutivo giallo-verde (salvo il probabile colpo di scena di un nuovo tentativo con l’appoggio di Fdi​) e la prospettiva di nuove elezioni già in estate, lo ha reso impraticabile. Ora Renzi deve provare, nuovamente, a riprendersi il partito.

Il ‘fronte repubblicano’

Le polemiche seguite alla crisi istituzionale che ha coinvolto il Quirinale, dopo il veto su Paolo Savona a via XX settembre e la conseguente remissione dell’incarico affidato a Conte, ricompattano, per una volta, il Pd che si schiera compatto a fianco di Mattarella. Renzi appare in diretta su Facebook mostrando i toni battaglieri di un tempo. Accusa Lega e M5s di aver consegnato il Paese all’instabilità, definisce le prossime elezioni un “referendum sull’Europa” e invita alla formazione di un “fronte repubblicano”, un “fronte ampio contro gli sfascisti”. Nelle stesse ore i medesimi concetti vengono espressi da Carlo Calenda. Una sintonia che appare concordata. “Va fatto un Fronte repubblicano che unisca chi si riconosce nelle istituzioni repubblicane e nella nostra collocazione europea e occidentale. Lista unica e un solo obiettivo: non vedere distruggere quello che è stato costruito da tre generazioni di italiani”, dice Calenda, utilizzando praticamente le stesse parole.

Secondo Il Sole 24 Ore, Gentiloni si appresta ormai a diventare il candidato degli antirenziani, mentre Renzi – che non intende correre di nuovo per Palazzo Chigi (“giocherò da mediano”, dice) vuole puntare sul ministro dello Sviluppo Economico uscente. I due si somigliano, sia per i modi franchi e a volte bruschi che per l’orientamento centrista e non ideologico. “Come che sia, sia Gentiloni sia Renzi sia Calenda sono consapevoli che qualche possibilità di successo c’è per il Pd solo se a vincere sarà l’unità e la fine delle liti sulla leadership e sulla composizione delle prossime liste elettorali”, prosegue il quotidiano, “intanto la reggenza di Maurizio Martina alla guida del Pd si avvia per così dire a stabilizzarsi, ipotesi sostenuta da settimane da Franceschini e dallo stesso Gentiloni, dal momento che di fronte al nuovo scenario di elezioni a settembre i renziani non hanno più l’intenzione di porre all’ordine del giorno la questione del congresso anticipato. Non ci sarebbe il tempo, e le priorità sono cambiate velocemente”. Calenda, intanto, in un’intervista al Corriere mette le mani avanti: il leader del “fronte repubblicano” c’è già. E si chiama Paolo Gentiloni.

Un messaggio a Forza Italia

L’invito a coalizzare le forze europeiste appare rivolto a Forza Italia. Sulla carta, l’alleanza di centrodestra rimane ma tra gli azzurri il nervosismo cresce e in molti temono che Salvini possa scegliere di continuare a lavorare con i Cinque stelle. Berlusconi non vuole però prendersi la responsabilità della rottura e il primo ‘stress test’ è stato superato: Forza Italia, come la Lega, non voterà la fiducia a Cottarelli (sempre che – in queste ore la situazione è assai fluida – l’ex commissario alla spending review si presenti davvero alle camere). Certo, nel lungo periodo il partito potrebbe dissolversi e, se sempre più suoi esponenti cercheranno riparo all’interno della Lega, non è da escludere che i più moderati si farebbero attrarre da un Pd ‘macronizzato’ con il quale sarebbero sicuramente più in sintonia. Che un simile scenario possa concretizzarsi nel tempo, sembra molto breve, che ci potrebbe separare da nuove elezioni non appare semplice, a meno che a decidere, clamorosamente, di rompere non sia Salvini. Se dopo il voto anticipato si riproponesse il sodalizio giallo-verde, invece, il “partito della nazione” che Renzi non ha mai smesso di sognare potrebbe diventare realtà molto in fretta.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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