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Orge divine

Riti di fertilità, accoppiamenti pubblici, prostitute sacre… Migliaia di anni fa sesso e religione erano tutt’uno.

Ché, come scrisse il geografo greco Strabone (I secolo d. C.), ‘La natura suggerisce di compiere i riti religiosi con l’animo rilassato di una festa per distogliere lo spirito dalle occupazioni umane e orientar! o verso il divino”. O più semplicemente perché senza sesso la vita non esisterebbe.

Popolare la Terra. 

“Il sesso, non solo per le sue implicazioni riproduttive, era ed è uno strumento di potere, appartenente alla sfera del sacro” spiega Paolo Xella, docente di Storia delle religioni all’Università di Pisa. “In fondo, offrendo all’uomo la possibilità di procreare, lo accomuna alle divinità. Per questo le pratiche sessuali, etero e orno, erano il momento dou di molti rituali”· Ogni volta che se la spassavano quaggiù, sotto le lenzuola o dentro a un tempio, sovrani e devoti imitavano insomma chi stava lassù, gli dèi che avevano popolato la terra nel più umano dei modi: facendo l’amore.

Secondo i Greci, all’inizio del mondo lo sperma del Padre Cielo (cioè la pioggia) aveva fecondato il grembo della Madre Terra. I Sumeri del III millennio a. C. raccontavano che Enki, dio della creazione e amatore instancabile, aveva affollato il paradiso terrestre grazie alle sue molteplici performance. Il dio solare egizio, Amon, si era dato invece al “fai-da-te” e aveva creato la prima coppia divina in un impeto autoerotico.

Amore Eterno

Gli antichi vedevano ovunque i segni di questo eterno fare  all’amore: in una grotta che ricordava il grembo femminile o in una colonna di roccia, ottimistica rappresentazione del sesso maschile. “Il destino di ogni comunità dipendeva dalla fertilità agricola e dalla fecondità umana” sostiene Marxiano Melotti, docente di Antiche Civiltà del Mediterraneo all’Università Bicocca di Milano. «Era quindi necessario assicurarsi, attraverso pratiche religiose e rituali magici, la vitalità riproduttiva della natura e degli esseri umani”.

Circa 9 mila anni fa, per garantirsi buoni raccolti i primi agricoltori fertilizzavano il terreno organizzando orge là dove poi avrebbero piantato i semi. In onore della Dea Madre, simbolo della natura e della maternità, plasmavano statuette di donne nude con seni prosperosi, più simili alle formose donne di Botero che alle conigliette di Playboy. “Finora si riteneva fossero rappresentazioni religiose” spiega Diana Guarisco, storica delle religioni dell’Università di Bologna. “Ma dato che non esistono altre prove del culto di questa divinità oggi alcuni studiosi pensano che potrebbe trattarsi di semplice materiale pornografico.

Ammesso che gli uomini avessero le loro “bambole gonfiabili”, anche le donne si erano attrezzate in caso di defaillance del partner. Stando a quello che gli artisti greci ci hanno tramandato, già allora avevano a disposizione sofisticati strumenti simili ai vibratori moderni, il cui significato propiziatorio non esclude un uso di piacere. Le egizie, che non avevano il Viagra, offrivano agli dèi amuleti per migliorare le prestazioni dei loro mariti: statuette di terracota che raffiguravano uomini inginocchiati, con un evidentissimo riferimento, tra le gambe, alla loro funzione.

Al Loro Posto

“Il radicamento del sesso nei rituali religiosi contribuiva a renderlo una pratica di cui non ci si doveva vergognare” continua Melotti. “Ma non dobbiamo mitizzare la libertà sessuale degli antichi. Gli uomini potevano divertirsi, ma le donne dovevano attenersi a una vita più morigerata e con meno soddisfazioni sessuali”.

Ne sapeva qualcosa la dea egizia della natura, Iside. Dopo aver rimesso insieme ipezzi del marito Osiride, dio dell”agricoltura dilaniato per invidia dal fratello Set, si era accorta che il pene di lui era andato perduto nel Nilo. Le terre d’Egitto, rese fertil dalle pene del fiume grazie al potere del fallo divino, godettero cosi di quel regalo inaspettato. Ma anche Iside trovò il modo di consolarsi, facendosene una copia in oro. Le riuscitalmentete bene che, da morto. Osiride concepi con lei il figlio Horus.

Quelo che lo sfortunato dio egizio aveva perso, Priapo, una divinità molto cara ai Greci e ai Romani, l’aveva in eccesso. Secondo una delle tante leggende che lo riguardano, era nato da una scapatella del signore dell’Olimpo, Zeus, con la bellissima Afrodite. La moglie tradita, Era, si era vendicata toccando il pancione della sua rivale. Risultato: il bimbo era venuto al mondo con una evidente deformità all’altezza dell’inguine. Afrodite non la prese bene. Abbandonò il pargolo su una montagna, dove lo trovarono alcuni pastori. “Priapo è una tipica divinità della fecondità: rapresenta la forza generatrice, incontrollata e incontrollabile, del mondo naturale. Il suo membro smisurato è segno di questa incontenibilità” spiega Melotti. “Nel mondo romano divene umn dio-portafortuna. Il suo fallo protegevva la fertilità della casa e, indirettamente, la sua fortuna economica: più figli, più lavoro, più soldi”.

In Alto I Falli

Anche in Grecia il fallo compariva spesso in publico, almeno quanto oggi si vede disegnato sui muri. Durante le processioni in suo onore, le ‘falloforie’ gli uomini portavano in giro un grosso pene di legno di fico salutato con entusiasmo dalla folla. Il simulacro faceva il suo ingresso trionfale anche nelle feste pubbliche celebrate dal VII secolo a.C. in onore di un’altra divinità greca nota per la sua passionalità: Dioniso (il Bacco romano). dio del vino e dell’agricoltura.

In onore di Dioniso non si mobilitavano solo falli: un greco che di notte in mezzo a un bosco si fosse imbattuto in un corteo di donne mezze svestite e di uomini sconvolti della frenesia della musica e della danza (oltre che dall’elevato tasso alcolico) non si sarebbe sorpreso più di tanto. Per lui quelli erano sàtiri (depravate divinità dei boschi, metà uomo e metà capra) e mènadi (le sacerdotesse di Dioniso), cioè membri del disordinato seguito del dio.

Queste danze orgiastiche erano parte delle pratiche rituali segrete, i Misteri, durante i quali il dio possedeva gli iniziati nell’estasi. Nessuno poteva raccontate i particolari di quell’incontro, ma si sache non mancava mai il cosiddetto “vaglio mistico”: una cesta di vimini a forma di conchiglia simile a quella in cui la dea Atena aveva nascosto il pene di Dioniso, strappandolo ai Titani che divoravano il dio. “In realtà, il vaglio era uno stumento agricolo che i contadini usavano per ripulile il grano: rappresentava il legame di Dioniso con l’agricoltura” sottolinea Diana Guarisco.

Alla Romana

Anche ai Baccanali (corrispondente ltino dei riti dionisiaci) partecipavano solo gli iniziati. Le baccanti, come le mènadi greche, con questo rito propiziavano la fertilità dei campi, ma spesso la festa degenerava e gli adepti si violentavano a vicenda prendendosela con gli ultimi arrivati ti. Di qualunque sesso fossero. Anche per questo le loro riunioni furono proibite dal Senato romano nel 186 a.C. su proposta del politico Catone, detto non a caso “il censore”. “Secondo un’interpretazione del mito, Dioniso era una divinità agraria rappresentante del rinnovamento generale della vita” spiega Guarisco. ” In origine i Baccanali celebrati in suo onore coinvolgevano diverse popolazione che si riunivano per alcuni giorni in luogo sacro praticando sacrifici animali”

Le pratiche sensuali che seguivano erano la naturale valvola di sfogo per i pastori, appena tornati da una lunga stagione di transumanza con la sola compagnia delle pecore.

Iniziate

“Orse” si chiamavano invece le sacerdotesse della greca Artèmide che in Attica (la regione attorno ad Atene) guidavano le giovani nel rito che prendeva il nome dall’animale sacra alla dea. Le ragazzine per un certo periodo lasciava no le loro case e traslocavano in un santuario a 40 km dalla città. Nessuno sa cosa facessero, ma una volta di ritorno erano diventate donne. “Il rito dell’orsa segnava il passaggio all’età adulta” spiega Guarisco. «L’orsa era un simbolo: un animale selvatico, in parte simile all’uomo. Le ragazze dovevano liberarsi degli aspetti più selvaggi della loro sessualità per potersi sposare”. Evidentemente gli antichi preferivano la pratica alla teoria dei corsi prematrimoniali di oggi. Tanto che l’iniziazione al sesso è stata spesso legata alla prostituzione sacra.

Divine Prostitute

Le donne sumere, intorno al 2300 a. C., si prostituivano nel nome di Inanna, dea della fecondità e dell’amore, amante preferita di Anu, padre di tutti gli dèi sumeri. In Fenicia invece il ruolo di divina maitresse toccava ad Astarte: a Tiro e a Sidone tutte le ragazze in età da marito venivano arruolate nel tempio della dea della fertilità e messe a disposizione dei pellegrini in cambio di pochi soldi. Lo stesso accadeva alle babilonesi, costrette una volta nella vita a offrirsi a pagamento nei templi della dea Ishtar. se ne stavano sedute nel rednto sacro, in attesa che il devoto di turno pagasse un obolo in cambio della loro verginità. L’uomo doveva pronundare la frase rituale “Invoco per te la dea Mylitta” (un altro dei nomi della divinità) dopodiché poteva appartarsi nel tempio con la prescelta. Fatto il suo dovere. la donna deponeva sull’altare i soldi ricevuti e se ne tornava a casa. Anche a Locri (nell odierna Calabria) le figlie delle 100 famiglie aristocratiche discendenti dai fondatori della dttà avevano l’onore di concedersi servendo la dea Afrodite (o, secondo alcuni, Atena). Ed era cosi che anche loro diventavano donne adulte, pronte al matrimonio.

“ln certi casi la prostituzione rituale costituiva un rito di passaggio” spiega Marxiano Melotti. “Segnava il distacco tra una condizione prematrimoniale di asessualità, in cui la ragazza era ancora inserita nel proprio sistema famigliare, e la condizione di sessualità attiva, in cui, divenuta sposa, si preparava a essere madre”

Sesso Vendesi

Se la “vendita” della verginità poteva avvenire una volta sola, la ierodulia (che in greco significa “schiavitù sacra”) era invece un servizio permanente. spesso l’unico mezzo di sostentamento per i luoghi sacri. Intorno all’VIII secolo a. C., anche i popoli itali à aprirono uno di questi “templi di tolleranza” nel santuario di Venere Ericina, in Sicilia. Non si sa se, come credeva la gente, le loro secrezioni avessero virtù curative, ma di certo le ieródule erano considerate le crocerossine dell’amore per i pellegrini che tra le loro braccia assaporavano l’ebbrezza di congiungersi, con un po’ di fantasia, alla dea della fertilità. “La ierodulia era tipica dei santuari mediterranei vicini a porti e scali marittimi” spiega Paolo Xella. “A questa pratica si sottoponevano in genere le donne libere: si prostituivano a favore del tempio, cui donavano le offerte dei pellegrini”. Molti dei quali, verosimilmente, marinai di passaggio.

Non andava meglio alle sacerdotesse di Bastet, protettrice egizia della casa e della fertilità, che durante una danza rituale dovevano sollevarsi la gonna, mostrando quel che c’era sotto. E nepure alle vergini vestali latine che, a meno di essere violentate (e poi sepolte vive per punizione), non potevano avere rapporti sessuali con nessuno durante i 30 anni passati al servizio di Vesta, protettrice del focolare.

Accoppiamenti Pubblici

ln confronto le sacerdotesse sumere, babilonesi e assire erano privilegiate: usavano il tempio come pied-à-terre. ln primavera, durante il rito della ierogamia (“nozze sacre” in greco) nella città-Stato sumera di Ur il re e la sacerdotessa di Inanna si davano da fare per garantire la fertiliti al popolo e alla terra. Il rito rievocava l’unione della prima coppia divina, che aveva dato origine al mondo: la sacerdotessa impersonava la dea e trasferiva al sovrano (e quindi alla città) il suo potere divino.

Con lo stesso spirito l’imperatore romano Marco Aurelio Antonino, nel III secolo d. C., sposò una vergine vestale, commettendo un grave sacrilegio. Convinto di incarnare il dio sole siriaco El-Gabal (per questo si faceva chiamare Eliogabalo), era sicuro che da quella unione sarebbero nati semidèi. I farti lo smentirono: non ebbe figli, dimostrando cosi che quando un uomo si vanta di essere un dio a letto, non è detto che si tratti di Priapo.

Di Maria Leornarda Leone, estratti “Focus Storia”, Agosto 2008, n.22 Mondatori, Milano, pp.40-47.  Adattato e illustrato per essere pubblicato da Leopoldo Costa

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