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Padre Lombardi, la bocca della verità

Dà di Francesco una descrizione molto lontana da quelle elogiative correnti, e molto più credibile. Su questioni come la riforma della curia e la diplomazia. Ma lascia aperto un dubbio: questo papa agisce più per istinto o per calcolo?

di Sandro Magister –
ROMA, 29 luglio 2015 – Nei primi mesi del pontificato di papa Francesco vari osservatori avevano individuato in lui – tra gli altri – tre caratteri distintivi.

Il primo era l’insofferenza nei confronti della curia. Invece di avvalersi di essa, Francesco sembrava voler fare da sé, costituendo attorno a sé una squadra minuscola ma attivissima di collaboratori fidati, un po’ come aveva fatto un secolo prima Pio X con la sua “segretariola” personale:

> La “segretariola” di Francesco, il papa che vuol fare tutto da sé (8.8.2013)

Il secondo elemento peculiare era individuato nella novità di forma e di contenuto dei suoi interventi in campo geopolitico, di cui la giornata di preghiera e digiuno contro l’intervento militare occidentale in Siria, il 7 settembre del 2013, fu il più emblematico, quasi espressivo di una sua nuova strategia planetaria:

> Francesco e il miracolo dell’icona (12.9.2013)

Il terzo era l’apparente spontaneità e improvvisazione di tanti suoi gesti e parole. Francesco abbandonava sempre più spesso il testo scritto per parlare a braccio, dava interviste senza controllarle né prima né dopo, agiva infrangendo i protocolli.

Oggi però, dopo più di due anni, nessuna di queste tre impressioni sembra più reggere. E a smentire definitivamente almeno le prime due è un testimone di sicura attendibilità, uno che conosce papa Francesco molto da vicino e lo frequenta quotidianamente: il gesuita Federico Lombardi, direttore della sala stampa della Santa Sede.

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I giudizi di padre Lombardi sono annidati in un lungo servizio sul pontificato di Francesco uscito sul numero di agosto della famosa rivista internazionale “National Geographic”:

> Will the Pope Change the Vatican? Or Will the Vatican Change the Pope?

L’autore del servizio, il giornalista americano Robert Draper, riporta alcune battute di un colloquio avvenuto a Roma tra padre Lombardi e un suo collega argentino, Federico Wals, già addetto stampa di Jorge Mario Bergoglio a Buenos Aires.

“Come ti senti con il mio ex capo?”, chiede Wals. Risponde Lombardi: “Confuso”.

Altro che piccola ma compatta squadra parallela, a servizio personale e diretto del papa. Lombardi spiega che ciascuno dei collaboratori di Francesco, anche i più intimi, conosce solo una parte di ciò che il papa decide e fa.

Padre Lombardi porta l’esempio di un incontro a Casa di Santa Marta tra Francesco e quaranta esponenti ebrei, di cui la sala stampa vaticana e lui hanno saputo solo a cose fatte. “Nessuno è a conoscenza di tutto quello che il papa sta facendo”, dice Lombardi. “Nemmeno il suo segretario personale lo sa. Devo sempre fare un giro di telefonate: Una persona è a conoscenza di una parte della sua agenda, un’altra di un’altra parte “.

Da ciò si arguisce che Bergoglio utilizza l’uno o l’altro dei suoi confidenti più stretti a seconda delle proprie inclinazioni e delle rispettive abilità.

Tra i più vicini a lui, alcuni sono argentini:

– Fabián Pedacchio Leaniz, suo segretario personale;
– Guillermo Javier Karcher, cerimoniere pontificio e addetto al protocollo, l’ufficio della segreteria di Stato dal quale passano tutte le carte della Santa Sede;
– Marcelo Sánchez Sorondo, cancelliere delle pontificie accademie delle scienze e delle scienze sociali;
– Víctor Manuel Fernández, rettore della Universidad Católica Argentina di Buenos Aires e suo intellettuale di riferimento, nonostante le credenziali tutt’altro che brillanti:

> E questo sarebbe il teologo di fiducia del papa?

Altri sono italiani:

– Antonio Spadaro, gesuita, direttore de “La Civiltà Cattolica”;
– Dario Edoado Viganò, direttore del Centro Televisivo Vaticano e ora anche prefetto della neonata segreteria per la comunicazione;
– Battista Ricca, direttore della Casa di Santa Marta e promosso da Francesco a prelato dello IOR, nonostante i suoi trascorsi scandalosi, specie quand’era consigliere della nunziatura di Montevideo, dirimpetto a Buenos Aires sul Rio de la Plata:

> Il prelato della lobby gay

In ogni caso – sempre a detta di padre Lombardi – anche con la curia vera e propria il papa opera in forma scoordinata, appoggiandosi di volta in volta all’uno o all’altro funzionario o ufficio:

“Francesco ha ridotto drasticamente i poteri del segretario di Stato, in particolare per quanto riguarda le finanze vaticane. Con ciò il problema è che la struttura della curia non è più chiara. Il processo [di riforma] è in corso, e che cosa ne uscirà alla fine nessuno lo sa. La segreteria di Stato non è più al centro di tutto come prima, e il papa ha molte relazioni che sono dirette solo da lui, senza alcuna mediazione”.

Eppure anche questo disordine, aggiunge Lombardi, presenta qualche vantaggio:

“In un certo senso ciò è positivo, perché in passato c’erano delle critiche per il fatto che qualcuno aveva troppo potere sul papa. Non si può più dire che questo oggi sia il caso”.

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Padre Lombardi demitizza anche la strategia di papa Francesco in campo geopolitico.

Fa il paragone tra ciò che gli diceva Benedetto XVI dopo un incontro con l’uno o l’altro leader mondiale, per consentirgli di sintetizzare in un comunicato i contenuti del colloquio, e ciò che gli dice oggi papa Francesco:

“Era incredibile. Benedetto era così chiaro. Diceva: ‘Abbiamo parlato di queste cose, sono d’accordo su questi punti, avrei obiezioni contro questi altri punti, l’obiettivo del nostro prossimo incontro sarà questo’. Due minuti e avevo totalmente chiaro il contenuto del colloquio. Con Francesco [mi sento dire]: ‘Questo [che ho incontrato] è un uomo saggio; ha avuto queste esperienze interessanti’. La diplomazia per Francesco non è tanto una strategia, ma invece: ‘Ho incontrato questa persona, ora abbiamo un rapporto personale, cerchiamo ora di fare del bene per la gente e per la Chiesa’”.

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Padre Lombardi – sempre su “National Geographic” – insiste invece nel giudicare “totalmente spontaneo” papa Francesco anche quando compie dei gesti eclatanti come ad esempio l’abbraccio a tre a Gerusalemme, davanti al Muro Occidentale, tra lui, il papa, l’imam musulmano Omar Abboud e il rabbino ebreo Abraham Skorka, entrambi suoi amici argentini.

Ma che Bergoglio sia una personalità di puro istinto, portata a improvvisare, è stato smentito, nel caso specifico, dallo stesso rabbino Skorka, il quale ha detto di avere discusso col papa l’idea dell’abbraccio già prima di partire per la Terra Santa.

E in generale sono numerose le testimonianze di conoscitori di Bergoglio di lunga data che lo descrivono come un “giocatore di scacchi”, un calcolatore sopraffino, di cui ogni giornata è perfettamente organizzata e ogni mossa è accuratamente studiata.

Lui stesso, d’altra parte, ha detto a “La Civiltà Cattolica”, nella più importante delle sue interviste da papa:

“Diffido sempre della prima decisione, cioè della prima cosa che mi viene in mente di fare se devo prendere una decisione. In genere è la cosa sbagliata. Devo attendere, valutare interiormente, prendendo il tempo necessario”.

Anche la sua espressività a contatto con le folle, così ilare ed estroversa, difficilmente può essere attribuita solo a una speciale infusione dello Spirito Santo, seguita alla sua elezione a papa, come lui stesso alcune volte ha detto. Chiunque lo conosceva da tempo e gli era amico – ultimo l’arcivescovo Agostino Marchetto, in un’ampia intervista a “Critica marxista” del giugno 2015 – lo ricorda come “una persona estremamente seria, che non rideva mai, mai”. Un cambiamento così netto nei comportamenti esteriori non può non derivare anche da una valutazione razionale della sua opportunità.

E lo stesso vale per l’evidente preferenza del papa per lo stile comunicativo orale, rispetto a quello scritto.

Su “L’Osservatore Romano” del 15 luglio monsignor Viganò, uno specialista in materia, ha mostrato come tale preferenza non sia affatto slegata da una consapevole ponderazione da parte del papa dei vantaggi dell’oralità:

> Francesco nel villaggio globale

Ma si può aggiungere che Francesco cominci a soppesare anche gli svantaggi di una troppo disinvolta oralità comunicativa.

Quando ad esempio Francesco insiste sulla necessità di sottoporre a una corretta “ermeneutica” le sue stesse parole – come ha fatto nella conferenza stampa sul volo di ritorno a Roma del suo ultimo viaggio – ha forse in mente anche la colossale gaffe in cui è caduto l’11 luglio ad Asunción, parlando a braccio ai rappresentanti della società civile e alle massime autorità politiche del Paraguay.

Lì a un certo punto disse testualmente:

“Ci sono due cose, prima di concludere, a cui vorrei fare riferimento. E in questo, poiché ci sono politici qui presenti, c’è anche il presidente della Repubblica, lo dico fraternamente. Qualcuno mi ha detto: ‘Senta, il tale si trova sequestrato dall’esercito, faccia qualcosa!’. Io non dico se è vero o non è vero, se è giusto o non è giusto, ma uno dei metodi che avevano le dittature del secolo scorso era allontanare la gente, o con l’esilio o con la prigione; o, nel caso dei campi di sterminio, nazisti o stalinisti, la allontanavano con la morte. Affinché ci sia una vera cultura in un popolo, una cultura politica e del bene comune, ci vogliono con celerità giudizi chiari, giudizi limpidi. E non serve altro tipo di stratagemma. La giustizia limpida, chiara. Questo ci aiuterà tutti. Io non so se ciò qui esiste o meno, lo dico con tutto rispetto. Me lo hanno detto quando entravo, me lo hanno detto qui. E che chiedessi per non so chi… non ho sentito bene il nome”.

Il nome che Francesco non aveva “sentito bene” era quello di Edelio Murinigo, un ufficiale sequestrato da più di un anno non dall’esercito regolare del Paraguay – come invece il papa aveva capito – ma da un sedicente “Ejército del pueblo paraguayo”, un gruppo terrorista marxista-leninista attivo nel paese dal 2008.

Eppure, nonostante la dichiarata ed enfatizzata sua ignoranza del caso, Francesco non temette di utilizzare i pochi e confusi dati da lui occasionalmente raccolti poco prima per accusare “fraternamente” l’incolpevole presidente del Paraguay addirittura di un crimine assimilato ai peggiori misfatti nazisti e stalinisti.

È un caso, questo, nel quale padre Lombardi torna ad avere ragione. Qui l’impulso, la “spontaneità”, ha vinto sulla ponderazione. Qui papa Francesco pare proprio che abbia fatto “la prima cosa che mi viene in mente di fare”.

http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351102

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