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Pakistan, appello delle religioni “a non far deragliare la democrazia”

Proteste in Pakistan (da www.mashable.com)Proteste in Pakistan (da www.mashable.com)

Paolo Affatato
Roma

Una sorta di “occupy” in salsa musulmana, con la capitale Islamabad bloccata da oltre 20mila manifestanti di due partiti politici di opposizione; una crisi politica e istituzionale, con il premier Nawaz Sharif accusato formalmente da un tribunale di omicidio; un paese destabilizzato e sull’orlo di un conflitto civile: di fronte a questo scenario, che si registra in Pakistan, paese già alle prese con l’incubo terrorismo, urge ritrovare al più presto “la via del dialogo e la bussola della riconciliazione”. Con questo appello, consegnato a Vatican Insider, il domenicano padre James Channan, teologo e direttore del “Centro per la Pace” a Lahore – impegnato sul versante del dialogo interreligioso – si fa interprete dei timori e degli auspici della Chiesa pakistana in una fase davvero complicata della storia recente.

 

Accanto a lui, il Consiglio degli Ulema del Pakistan, capi di 25 partiti islamici, anch’essi preoccupati per il possibile sito di una crisi che vede la capitale occupata dal 14 agosto (giorno della festa dell’indipendenza) dai dimostranti di due formazioni politiche antigovernative: il Pakistan Tehrik-i-Insaaf (Movimento pakistano per la giustizia), guidato dal popolarissimo ex-campione di cricket Imran Khan; il Pakistan Awami Tehreek (Movimento del popolo pakistano), con a capo l’agguerrito predicatore islamico Tahir ul-Qadri. I due chiedono le dimissioni del Premier, che respinge sdegnosamente l’ipotesi, e lo scioglimento del Parlamento.

 

Lo stallo dura da due settimane. Le proteste contro il governo si sono ingrossate e migliaia di manifestanti sono accampati nella cosiddetta “zona rossa”, dove hanno sede il Parlamento, le ambasciate e numerosi uffici governativi. Gli osservatori notano: cosa accadrà se il governo deciderà di disperdere i dimostranti?

 

Anche il potere giudiziario è diviso: la Corte suprema ha invocato una soluzione di compromesso, finora negata da entrambe le parti, tra minacce e veti incrociati. Un tribunale di Lahore ha invece formalmente aperto un fascicolo con l’accusa di omicidio a carico del primo ministro Nawaz Sharif, di suo fratello Shahbaz Sharif, primo ministro della provincia del Punjab, e di altri 19 alti funzionari governativi. La magistratura indaga sul raid della polizia che ha ucciso 14 perone e fatto cento feriti tra i membri del movimento di Tahir ul Qadri, il 17 giugno scorso a Lahore, nel corso di una manifestazione di piazza. Da lì gli animi si sono surriscaldati e le posizioni radicalizzate.

 

Le religioni sono scese in campo per dire “no” al sopruso e tenere a dritta la barra della democrazia. Perché, in una situazione di altissima tensione tra manifestanti e polizia, un conflitto civile generalizzato e un conseguente golpe militare sono dietro l’angolo.

 

Gli ulema hanno richiamato all’ordine le moschee e mobilitato madrase (scuole islamiche) e università a livello nazionale, per far rientrare la crisi. Il capo del Consiglio, Tahir Mahmood Ashrafi, ribadito che “a nessuno dev’essere permesso di ricorrere alla violenza in nome della religione. Alcune migliaia di persone non hanno il diritto di decidere le sorti del Paese. Tutti i partiti politici e religiosi devono presentare le loro richieste rispettando lo stato di diritto”. Il Consiglio chiede “un’azione forte contro le forze che incitano alla violenza settaria. Tahir ul-Qadri e Imran Khan dovrebbero avere pietà di donne, bambini e anziani impegnati nei sit-in, lasciandoli tornare a casa. Occorre tutelare la stabilità in Pakistan”.

 

Channan afferma: “La situazione attuale a Islamabad è molto critica. Con gli ulema abbiamo rimarcato l’urgenza di una soluzione pacifica che percorra la strada del dialogo e il riferimento supremo alla Costituzione del Pakistan”. “Tutti noi, cristiani e musulmani – spiega a Vatican Insider – abbiamo contribuito a creare questo Paese e abbiamo fatto sacrifici per la sua indipendenza. Oggi siamo chiamati a svolgere un ruolo per la sua stabilità e per il progresso. Le minoranze religiose sono molto preoccupate per questa crisi. Ogni giorno preghiamo nelle nostre chiese perché si facciano passi concreti versi la riconciliazione nazionale”.

 

Secondo il Domenicano, “il pericolo di una guerra civile, e anche il rischio che i militari prendano il potere, è reale. È, dunque, essenziale che le parti possano avviare un negoziato: la soluzione politica è l’unica strada possibile. Come leader cristiani e musulmani, il punto su cui ci troviamo pienamente concordi è che la democrazia non può e non deve nuovamente deragliare in Pakistan”.

Fonte

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