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Papa nomina 13 cardinali da 11 paesi, più 4 ultraottantenni

CdV – Papa Francesco ha designato 17 nuovi cardinali: 13 sono possibili elettori in un eventuale Conclave, tra i quali il nunzio apostolico in Siria Mario Zenari, che resta comunque alla nunziatura di Damasco. E 4 ultraottantenni, tra i quali l’italiano Renato Corti, arcivescovo di Novara e il semplice sacerdote albanese Ernest Simoni di Scutari.

Ecco i nomi degli 11 nuovi cardinali elettori nominati oggi: Mario Zenari, che rimane Nunzio Apostolico nell’amata e martoriata Siria (Italia); Dieudonnè Nzapalainga, religioso della Congregazione dello Spirito Santo, arcivescovo di Bangui (Repubblica Centrafricana); Carlos Osoro Sierra, arcivescovo di Madrid (Spagna); Sergio da Rocha, arcivescovo di Brasilia (Brasile); Blase J. Cupich, arcivescovo di Chicago (Usa); Patrick D’Rozario, religioso della Congregazione della santa Croce, arcivescovo di Dhaka (Bangladesh); Baltazar Enrique Porras Cardozo, arcivescovo di Merida (Venezuela); Jozef De Kesel, arcivescovo di Malines-Bruxelles (Belgio); Maurice Piat, arcivescovo di Port-Louis (Isola Maurizio); Kevin Joseph Farrell, prefetto del Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita (Usa); Carlos Aguiar Retes, arcivescovo di Tlalnepantla (Messico); John Ribat, missionario del Sacro Cuore di Gesù, arcivescovo di Port Moresby (Papua Nuova Guinea); Joseph William Tobin, redentorista, arcivescovo di Indianapolis (USA).

Seguendo la prassi introdotta da San Giovanni Poalo II, anche per il suo terzo Concistoro Papa Francesco ha indicato alcuni prelati ultraottantenni, che quindi diventano cardinali a tutti gli effetti ma non saranno elettori in un eventuale Conclave. “Ai Membri del Collegio Cardinalizio unirò anche due arcivescovi ed un vescovo emeriti che si sono distinti nel loro servizio pastorale ed un Presbitero che ha reso una chiara testimonianza cristiana. Essi rappresentano tanti Vescovi e sacerdoti che in tutta la Chiesa edificano il Popolo di Dio, annunciando l’amore misericordioso di Dio nella cura quotidiana del gregge del Signore e nella confessione della fede”.

Si tratta di Anthony Soter Fernandez, arcivescovo Emerito di Kuala Lumpur (Malaysia); Renato Corti, arcivescovo Emerito di Novara (Italia); Sebastian Koto Khoarai, oblato di Maria Immacolata, vescovo emerito di Mohale’s Hoek (Lesotho) e del semplice sacerdote Ernest Simoni, presbitero dell’arcidiocesi di Scutari (Albania).

Il 20 aprile scorso, Papa Francesco ha riconosciuto don Ernest Simoni all’Udienza Generale e ha voluto baciargli le mani, sottraendosi lui allo stesso gesto che l’anziano sacerdote voleva compiere per rendere omaggio al Pontefice. Un gesto clamoroso quello del Papa che certificava però un’idea espressa più volte da Bergoglio: che sono martiri anche i sopravvissuti alle persecuzioni di ieri e di oggi. “E’ con un bacio sulle mani – confermò quel giorno l’Osservatore Romano – che Francesco ha accolto stamani don Ernest Simoni, il sacerdote albanese che ha passato ventotto anni in prigione: il Papa, commosso, lo aveva già abbracciato il 21 settembre 2014 a Tirana, dopo aver ascoltato la storia della sua persecuzione durata undicimila giorni, durante i quali don Ernest e’ stato sottoposto a torture e lavori forzati”.

Il “Calvario” di don Ernest è iniziato nella notte di Natale del 1963 quando, per il semplice fatto di essere prete, il sacerdote era stato arrestato e messo in cella di isolamento, torturato e condannato a morte. Al suo compagno di cella ordinarono di registrare “la prevedibile rabbia” del prigioniero contro il regime: ma don Ernest ebbe solo parole di perdono e di preghiera per i suoi aguzzini. E così la pena venne commutata in venticinque anni di lavori forzati, nelle miniere e nelle fogne di Scutari, durante i quali ha celebrato la messa a memoria in latino e ha anche distribuito la comunione. Finalmente il 5 settembre 1990 è arrivata la libertà e don Ernest ha ricominciato la sua attività pastorale che, come ha confidato al giornalista di Avvenire Mimmo Muolo che lo ha intervistato, in realtà non aveva mai interrotto, “ma solo vissuto in un contesto speciale”. E il suo primo atto dopo la liberazione è stato quello di confermare il perdono ai suoi aguzzini. (AGI) 

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