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Parliamo un po’ di poligamia

Articolo di Chiara Saraceno (Repubblica 9.8.16

“”«Se è solo una questione di diritti civili, ebbene la poligamia è un diritto civile». È polemica sulla frase scritta sul suo profilo Facebook da Hamza Roberto Piccardo, fondatore dell’Ucoii (Unione comunità islamiche d’Italia). Al di là dell’intento provocatorio di Piccardo, esplicitamente contro il riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso, la questione se si debba o meno riconoscere la poligamia come una forma famigliare legittima ritorna periodicamente alla ribalta, non solo in Italia. Istituzione antica e diffusa in passato in molte culture e religioni (se ne trova traccia anche nella Bibbia),soprattutto nella forma della poliginia, ovvero di un matrimonio tra un uomo e due o più donne, molto meno della poliandria, ovvero del matrimonio di una donna con molti uomini, nelle società occidentali la poligamia come istituzione sociale e legale non è riconosciuta e sembra ancora meno accettabile dell’omosessualità come fondamento della coppia. Si pensi alle persecuzioni cui vennero sottoposti i mormoni negli Stati Uniti prima che cessassero di praticarla ufficialmente.
Nelle società occidentali, infatti, benché l’adulterio non sia più considerato un reato punibile penalmente e vi siano casi, più o meno clandestini, di uomini con famiglie “multiple” (si pensi a Mitterrand),sia poliginia sia poliandria sono accettate a livello legale solo nella forma seriale, ove a un rapporto di coppia legittimo interrotto dalla morte o dal divorzio ne può seguire un altro, pure legittimo.
Modello culturalmente, anche se non numericamente, prevalente in molti paesi dell’Africa e dell’Asia esclusivamente nella forma della poliginia, la sua legittimità legale è divenuta oggetto di discussioni e talvolta restrizioni anche in questi stessi paesi. In Cina è vietata dal 1953. In India è consentita solo ai cittadini musulmani. Turchia e Tunisia sono gli unici paesi islamici ad averla vietata formalmente, la prima dagli anni trenta, la seconda dal 1957. In altri paesi, come la Libia e più recentemente l’Egitto e il Marocco, sono state imposte restrizioni, subordinandone, ad esempio, la possibilità al consenso della prima moglie o consentendo a questa di divorziare se ritiene che il nuovo matrimonio del marito leda i suoi diritti.
Le motivazioni che hanno portato al divieto o alla restrizione di questo istituto riguardano principalmente la parità uomo-donna nel matrimonio. È vero che tradizionalmente anche il matrimonio monogamico è stato, e in molti casi ancora è, fondato sulla asimmetria dei sessi. Tuttavia nella sua evoluzione recente in Occidente è stato sempre più orientato alla autonomia di scelta dei singoli, alla pari dignità e parità legale tra i coniugi.
Non è forse un caso che il modello valoriale della parità tra coniugi sia maturato a partire dalla forma del matrimonio monogamico e non dalla poliginia, che invece favorisce rapporti uomo-donna fortemente asimmetrici. La monogamia certamente non garantisce la parità e nemmeno il rispetto (come testimoniano drammaticamente i troppi casi di uxoricidio),ma la favorisce quando se ne danno le condizioni culturali e legali.
In questa prospettiva si può ragionevolmente sostenere che, in società democratiche e fondate sul principio dell’uguaglianza tra uomini e donne, la poliginia non è un diritto, perché sancirebbe rapporti tra uomini e donne asimmetrici. Non lo sarebbe neppure se venisse integrata dalla poliandria. Nessuno può impedire a un uomo di convivere con molte donne, se queste sono tutte consenzienti, così come non si può impedire legalmente a un uomo o a una donna di avere, oltre a un coniuge, un/una amante. Ma nel nostro ordinamento civile non può trovare posto l’istituto della poliginia, anche se sancito religiosamente. Sarebbe dovere dei rappresentanti religiosi delle comunità che praticano la poliginia non avallare pratiche che non hanno riconoscimento civile/legale, perché espongono le donne che vi si prestano a rischi di abbandono e mancanza di protezione legale, oltre che di sopraffazione.
Rimane la questione di come riconoscere gli effetti, le obbligazioni, che scaturiscono da rapporti poliginici contratti legalmente altrove. È una questione che hanno dovuto affrontare tutti gli stati meta di migrazioni da paesi in cui la poliginia è legale. Mentre l’equiparazione tra figli naturali e legittimi sgombra il campo da ogni possibile discriminazione di figli della seconda o terza moglie, e la giurisprudenza consente a un figlio di ricongiungersi alla propria madre, anche se nel paese d’origine è la seconda moglie del padre, un uomo non può chiedere il ricongiungimento di più di una moglie. Gli obblighi verso di questa nel paese di destinazione rimangono puri fatti privati, come verso un’amante.””

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