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Parolin: la misericordia non è “buonismo”

Card. Parolin(©Ansa) Card. Parolin.

Gianni Valente –
Roma –

La misericordia «non è “buonismo”, come dice qualcuno, semplicemente perchè non è opera nostra». Gli Apostoli scelti da Gesù non erano una «cerchia di notabili» affannati a «dimostrare di essere all’altezza» o a esibire i «requisiti richiesti». E nella Chiesa fanno «i conti senza l’oste» quelli che parlano di cose che toccano la carne viva degli uomini – come avviene al Sinodo in corso sulla famiglia – «senza guardare a Cristo, senza chiedersi Cosa farebbe Cristo, che sguardo avrebbe Cristo su questo problema”». Nella parrocchia dei Santi Simone e Giuda Taddeo, fuori dal Raccordo Anulare, il cardinale Pietro Parolin ha pronunciato col suo tono pacato un’omelia carica di suggestioni. È andato a Torre Angela, all’estrema periferia sud-orientale di Roma, a celebrare la messa per la presa di possesso del suo titolo cardinalizio, corrispondente alla chiesa dedicata ai due apostoli. Le sue parole, tutte calibrate sulla vita e le sollecitudini pastorali di quella comunità vivace, forse proprio per questo sono apparse disseminate di spunti illuminanti e appropriati anche per il dibattito sinodale in corso, sempre minacciato  dalle astrazioni del partito preso. «In certi posti» ha detto tra l’altro Parolin, alludendo alla realtà sociale in cui è immersa la parrocchia «forse è più  facile lasciar da parte i pensieri vuoti e accorgersi della realtà».

 

 

Il passo del Vangelo di Luca letto nella messa raccontava il momento in cui Gesù sceglie i 12 Apostoli. «Il cristianesimo è una storia di uomini. Di uomini e di donne. Non una lista di concetti» ha commentato il Segretario di Stato, sottolineando come nelle vite dei dodici prescelti da Gesù «tutto si mette in moto non perché sono bravi, ma perché è Cristo che li sceglie. È lui che sceglie loro, che li chiama a sé, così come sono. Non sono loro che sgomitano, che si tormentano  per raggiungere chissà quale verità. Non si affannano per dimostrare di essere all’altezza, per provare che possiedono i requisiti richiesti». Da allora e per sempre – ha sottolineato il porporato vicentino, facendo riferimento alla successione apostolica, «la Chiesa che cammina nel mondo è come sospesa alla testimonianza dei gli apostoli, i «testimoni oculari» che hanno visto Cristo Risorto. «Ogni parrocchia del mondo, a Roma come a Pechino, in Patagonia come a Gerusalemme» ha detto il Segretario di Stato «partecipa ed è connessa col fondamento apostolico della Chiesa, nella comunione col proprio Vescovo». Poi, soffermandosi sulla dinamica della predilezione divina che si rinnova in ogni autentica esperienza cristiana, il cardinale ha ripetuto che attraverso tale azione misteriosa Cristo «non vuole creare un circolo di privilegiati, un piccolo gruppo di iniziati che vivono separati dagli altri, nel mondo parallelo dei propri territori riservati». I doni gratuiti di Dio non servono a creare avanguardisti del senso religioso, ma a favorire tutti. A raggiungere le moltitudini descritte nello stesso passo del Vangelo, che andavano da Gesù per ascoltarlo e essere guarite dalle malattie. E poi è Cristo stesso che «cambia, risana ciò che appariva perduto. Aggiusta quello che era rotto». Per questo la misericordia verso le vite ferite o affaticate, verso chi cerca la salvezza e la felicità, «magari anche seguendo vie sbagliate» – ha notato Parolin – si manifesta solo come «riverbero certo del gesto con cui il Signore ci ha scelti e benedetti. Non è “buonismo”, come dice qualcuno, semplicemente perchè non è opera nostra». Essa è «solo il segno che il Signore opera in noi, sta operando attraverso di noi. E quindi è il segno più grande che Cristo è vivo. Perchè solo se Cristo è vivo po’ agire, può cambiare i cuori con le sue carezze», ha sottolineato Parolin, mandando idealmente in archivio tutte le offensive e grotteche caricature della misericordia seminate sui media in margine al Sinodo dei vescovi.

 

 

Proprio all’assise sinodale in corso a Roma il Segretario di Stato nella sua omelia ha dedicato un passaggio eloquente: «Lo pensavo in questi giorni al Sinodo sulla famiglia» – ha scandito Parolin – «a cui prendo parte anch’io: ogni volta che nella Chiesa o a nome della Chiesa si parla delle vicende e realtà che toccano la carne viva degli uomini senza guardare a Cristo, senza chiedersi “Cosa farebbe Cristo, che sguardo avrebbe Cristo su questo problema”,  è come fare i conti senza l’oste. O un po’ peggio che fare i conti senza l’oste».  Secondo il porporato «è difficile immaginare una Chiesa che dice a Cristo: “Tu sei il nostro capo, tu sei il centro di tutto”, ma poi a risolvere i problemi ci pensiamo noi, con le nostre idee giuste, le idee vere che abbiamo preso da te. Facciamo noi le cose a tuo nome. Senza la tua grazia. Senza dover seguire sempre il tuo sguardo… Senza commuoverci davanti ai tuoi miracoli». Poi, riferendosi ai problemi nuovi vissuti dalle periferie romane («Cresce l’indifferenza e l’anonimato, che prima non c’erano. Crescono dinamiche che vogliono seminare ostilità e inimicizia, metterci l’uno contro l’altro) il Segretario di Stato ha suggerito che proprio in quel tessuto di vita reale «ci sono tante occasioni nuove per vivere il Vangelo e confessare il nome di Cristo dentro le cose belle e brutte, le attese e i dolori» che segnano «questi tempi affannati». Parolin ha esaltato la bellezza del cattolicesimo «parrocchiale», la rete dei luoghi di preghiera e di carità sparsi nei quartieri dove può fiorire «una vita redenta, una vita guarita». Ha suggerito a tutti i presenti di farsi prossimi alla realtà del quartiere «non per conquistare spazi, ma piuttosto per lasciarsi sorprendere dai miracoli che Cristo stesso opera tra i suoi prediletti. A cominciare dai poveri». E a tale proposito ha citato Papa Francesco, che quando era vescovo andava per parrocchie e feste patronali «non tanto a “portare Cristo”, come si dice a volte nel gergo ecclesiastico», ma piuttosto nella speranza di imbattersi lui «nei gesti che Cristo opera nelle vite degli uomini. E rimaneva sorpreso e consolato, come pastore, dai piccoli e grandi miracoli che gli raccontavano, che gli facevano vedere». 

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