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Peccato e redenzione n. 18

Le due fasi del cristianesimo.
A causa delle origini del Cristianesimo poco attendibili e piuttosto contraddittorie pochi credenti sanno oggi che esso si è sviluppato in due tronconi, molto diversi l’uno dall’altro. Il primo, che possiamo chiamare giudeo-cristiano, ha avuto origine dagli Apostoli guidati da Giacomo, fratello di Gesù; il secondo, che possiamo chiamare ellenistico-pagano, è stato una creazione personale di Paolo di Tarso, il san Paolo della Chiesa. Il Cristianesimo giudaico, nella sua breve esistenza, è rimasto sempre ligio all’ebraismo più ortodosso e ha praticato, constraordinario zelo, tutte le pratiche del giudaismo rituale: la frequentazione quotidiana del Tempio, la partecipazione ai sacrifici, l’osservanza delle festività e della Legge ebraica. Per esso il Cristianesimo non era una nuova religione contrapposta all’ebraismo, ma un suo completamento e riguardava soltanto gli ebrei della Palestina e quelli della diaspora che si erano sparsi nelle molte contrade dell’Impero romano. Tutti gli altri popoli, che adoravano gli dei pagani, erano esclusi perché l’etica biblica, ed anche quella evangelica, erano settarie e ostili nei loro confronti. Non dimentichiamo che gli ebrei si considerano il popolo eletto, l’unico in cui scorreva sangue divino, e che Mosè, su preciso comando di Jahvè, aveva condannato a morte e sterminio tutti gli infedeli.
La Parusia, cioè la nascita del Cristianesimo giudaico, ignorava il peccato originale e non preconizzava la Redenzione.
Le aspettative del Cristianesimo giudaico erano incentrate sulla Parusia, cioè sulla credenza che Gesù, dopo la sua risurrezione, sarebbe tornato quasi subito dal cielo, in carne e ossa, per creare il Regno di Dio in Terra, come avevano annunciato i profeti, e che avrebbe dato inizio ad un lungo periodo di pace e di armonia per Israele prima e per il resto del mondo poi.
Al tempo di Gesù gli ebrei, che avevano sofferto un lungo periodo di dominazione sotto gli assiri, i babilonesi, i persiani e i greci, e che dal 62 a.C. erano stati sottoposti al dominio romano, accusavano la decadenza dei costumi e il degrado socio-politico e religioso. Per reazione a questa situazione di diffuso malessere, si erano radicate in tutte le classi sociali le aspettative messianiche, che possiamo riassumere nell’utopica, ossessiva e delirante credenza che Dio avrebbe mandato un uomo a ristabilire la giustizia sociale, l’osservanza della Legge e l’indipendenza del Paese. Quest’uomo prescelto, di discendenza davidica, sarebbe stato il Messia (in ebraico Mashià, in greco Christòs), preannunciato dai profeti.
Messia allora significava l’Unto dal Signore, secondo l’antica cerimonia di investitura regale che prevedeva l’unzione sulla fronte con olio profumato del futuro re d’Israele. Vedremo che in seguito questo termine, con l’evoluzione del cristianesimo, perderà il suo significato originario per assumere quello attuale di Figlio di Dio. A causa del degrado politico in cui era caduta la Palestina sotto i romani, l’aspettativa messianica dell’avvento imminente del Regno di Dio, che avrebbe dato inizio ad un periodo di giustizia, di uguaglianza, di benessere e di pace in Israele, era sempre più sentita dalla maggioranza della popolazione e trovava negli zeloti e negli esseni, che impersonavano la lotta armata clandestina contro i romani, i più decisi sostenitori. Mentre i primi, contando sull’aiuto delle schiere angeliche di Jahvè, perseguivano il messianismo come sola lotta armata, come aperta ribellione ai romani, da attuare con efferata ferocia e determinazione, i secondi associavano alla lotta armata l’esigenza di ripristinare, come mezzo per prepararsi spiritualmente a questo grande evento e rendersene degni, lo spirito autentico della fede dei padri, vivendo in preghiera e in penitenza, seguendo una morale rigorista, abbracciando una lieta povertà, rinunciando a ogni proprietà personale e chiamandosi “fratello” l’uno l’altro.

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