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Peccato e redenzione n. 21

Paolo è veramente esistito?
È paradossale il fatto che i due presunti fondatori del Cristianesimo: Gesù e Paolo di Tarso, siano stati totalmente ignorati dagli storici loro contemporanei nonostante il clamore, quasi assordante, da essi sollevato negli scritti del Nuovo Testamento. Sul silenzio tombale riguardante Gesù abbiamo già parlato in precedenza. Ora metteremo in risalto l’altrettanto tombale silenzio riferito all’esistenza storica di Paolo. Infatti, nessun documento storico di fonte non cristiana parla di lui e noi lo conosciamo soltanto attraverso le sue Lettere e gli Atti degli Apostoli.
È molto significativo il fatto che di lui non venga fatta menzione non solo dagli storici ebrei suoi contemporanei, come Giuseppe Flavio, Filone Alessandrino e Giusto di Tiberiade, ma neppure nelle Lettere apostoliche riferite a Giuda, Giacomo il Minore e Giovanni, i quali, in base agli Atti, lo avrebbero frequentato. Solo la Seconda Lettera di Pietro ne parla esplicitamente, ma questa lettera è universalmente ritenuta un falso, e la stessa CEI, nella versione della Bibbia del 1989, la riconosce come tale. Paolo,inoltre, è totalmente ignorato anche dai primi apologeti e scrittori cristiani, come Giustino, morto a Roma nel 165, che attribuisce la conversione dei pagani esclusivamente ai dodici Apostoli (Apologia I,39-45), e Papia, vescovo di Geropoli (Asia Minore), vissuto nella prima metà del II secolo, che scrisse un’apologia sulle “Sentenze del Signore.” Anche altri Padri della Chiesa lo ignorano come Ireneo e Tertulliano.
Noi lo conosciamo soltanto per mezzo delle quattordici Lettere che gli sono attribuite ma che molti studiosi oggi ritengono solo in parte attendibili. Infatti, in base ad uno studio esegetico dei concetti espressi in esse, alle ricerche filologiche e storiche e di confronto eseguite dalla scuola di Tubinga, e ad un’analisi elettronica eseguita sul vocabolario dei testi, sono soltanto quattro le Lettere di sicura attribuzione: la Lettera ai Romani, quella ai Galati, e le due ai Corinzi (Josif Kryevelev, Analisi storico critica della Bibbia, Edizioni Lingue Estere, Mosca, 1949).
Le quattro di cui si parla risultano a loro volta così manipolate e contraffate, che alcuni esegeti, come M. Goguel (L’apotre Paul et Jèsus Christ, Libraire Fishbacher, Paris, 1904), giungono ad affermare che le due lettere ai Corinzi sono un assemblaggio di sei altre Lettere mal ricucite, e che la Lettera ai Romani presenta ben cinque finali. Considerando tutto ciò è possibile ipotizzare, come vedremo più avanti, che le 14 Lettere a lui attribuite siano state in realtà scritte da più mani, ma forse sotto un’unica regia, allo scopo di diffondere l’istituzione dell’eucaristia e della redenzione nel mondo cristiano che stava nascendo.
Esse vennero diffuse nelle Province dell’Impero nel III secolo e influenzarono i Vangeli che scaturiranno dal Concilio di Nicea del 325. La dottrina in esse contenuta collimava in molti punti coi culti pagani misterici, diffusi in Occidente già alcuni secoli prima del Cristianesimo che ponevano l’immortalità a base della loro dottrina e la associavano alla redenzione di un Dio che si incarnava in una vergine mortale per redimere l’umanità dalle sue colpe e renderla degna di una vita eterna e beata in un mondo utopistico, collocato nell’aldilà.
A fondamento della teoria paolina, quindi, c’è la credenza dell’immortalità dell’anima, divenuta per Paolo la colonna portante della nuova religione che stava nascendo. Questa era molto diffusa tra i pagani seguaci delle Religioni Misteriche, ma totalmente ignorata dagli ebrei.

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