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Peccato e redenzione n. 22

Per Paolo la redenzione del cristiano era rappresentata dalla Croce, cioè dall’immolazione di Cristo, che diventava, nella sua nuova teologia, il punto di riferimento di tutta la sua fede, il mistero del progetto di Dio per la salvezza del mondo. Il concetto di redenzione, associato a quello del peccato originale che, secondo Paolo, aveva reso l’intera umanità una massa di dannati, diventava per lui il pilastro fondamentale del Cristianesimo, il cuore pulsante della nuova religione. Se l’uomo non fosse stato redento da Gesù Cristo, tutto l’edificio del Cristianesimo sarebbe risultato inutile. Peccato originale e redenzione diventano quindi inscindibili per Paolo e per il Cristianesimo che ne derivò, come verrà confermato da Tommaso d’Aquino con la celebre formula: «Peccato non existente, Incarnatio non fuisset»; cioè: «Se non vi fosse stato il peccato [originale], non avrebbe avuto luogo neppure l’Incarnazione» («Summa Theologiae», III, q. 1, a. 3).
Per la nuova teologia paolina, Cristo si era incarnato per redimere l’umanità peccatrice e donarle il dono dell’immortalità. “Vi sia dunque noto, fratelli, che per opera di lui (Cristo) vi viene annunziata la remissione dei peccati e che per lui chiunque crede riceve giustificazione (perdono) da tutto ciò da cui non fu possibile essere giustificati mediante le Legge di Mosè (Atti 13,38-39).Ma, associata all’immortalità c’è l’idea terrificante del giudizio di Dio al momento della morte per stabilire se, in base alla nostra condotta, meritiamo il premio o il castigo nell’aldilà eterno. Secondo Paolo, per il superamento positivo di questa prova e meritare la felicità eterna, il cristiano aveva l’obbligo di praticare, durante il suo soggiorno terreno, una vita virtuosa. Purtroppo, però, essendo la natura umana estremamente corrotta, a causa del peccato originale, ciò era estremamente difficile da raggiungere. L’universalità della corruzione umana è un punto focale della teoria paolina secondo cui gli uomini, sia ebrei che pagani, erano cattivi per natura, scellerati, schiavi del peccato, immersi fino al collo nella «sporcizia della lussuria», nelle «passioni nefande» (Efesini 2,3; Romani 6,17). Essi, infatti, sono «ricolmi di ogni ingiustizia, malvagità, cupidigia e malizia, pieni d’invidia, di istinti assassini, di discordia, di perfidia e abiezione; denigratori, calunniatori, nemici di Dio, gente violenta e altezzosa, millantatori, ingegnosi nel male, insensati, sleali, privi d’amore e di misericordia» (Romani 1,29 e sgg.). Una “summa” di empietà e di nequizie, quindi. Predicando il suo Vangelo tra i giudei della diaspora e i pagani, aveva maturato la disperata convinzione che l’umanità viveva in un mondo in cui operavano potenze demoniache che scatenavano nell’uomo follie, malvagità, violenze, sfrenata lussuria e infermità di ogni genere.

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