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Peccato e redenzione n. 25

Le nequizie del cristianesimo
La quasi totalità dei credenti è fermamente convinta che senza la religione gli uomini sarebbero dei bruti, immersi nella malvagità e nel crimine. Si tratta di uno stupido luogo comune, alimentato ad arte dai capi religiosi, ma sconfessato dal fatto che son proprio le religioni con le loro intolleranze, coi loro assolutismi, coi loro integralismi, a violare i più elementari principi morali e a rendere grama e infelice la vita dell’uomo. Così, ad esempio, il cristianesimo millantando di aver ricevuto i principi morali da Dio, ci impone cervellotici divieti comportamentali che negano la nostra libertà; coartano i sani istinti della natura con la sessuofobia; ostacolano ogni sana gioia di vivere esaltando la penitenza, l’astinenza e la rinuncia alle gioie della vita; infine, ci impediscono di utilizzare alcuni strumenti e metodi utili alla nostra salute fisica (profilattici, contraccettivi, cellule staminali, fecondazione assistita e così via) e disturbano il nostro equilibrio mentale, inventando maniacali sensi di colpa e minacciandoci di eterni castighi divini. Insomma, con le sue assurde verità di fede, ci impone una morale spesso distorta, falsa e ipocrita, mai derivata dalla natura genuina dell’uomo, ma dedotta falsamente da un’entità superiore, chiaramente inventata. È risaputo, anche da individui dotati di modesta cultura, che la civiltà greco-romana, tramite i suoi letterati e filosofi, aveva elaborare una morale rispetto alla quale quella cristiana impallidisce. Quindi, non c’è nessun collegamento tra il senso umano del bene e del male e l’esistenza di una qualsiasi divinità soprannaturale.
La morale cristiana, infatti, è di tipo egoistico e materialista, un “do ut des”: devi essere buono per meritarti il paradiso, altrimenti vai all’inferno. Un’etica mercantile che fa dire a Einstein: «Se le persone fossero buone solo per timore della punizione e speranza della ricompensa, saremmo messi molto male». Questa forma di morale inculca sistematicamente il senso di colpa. Difatti, i preti più che incitare il fedele ad agire rettamente, si dedicano ossessivamente a enfatizzare i peccati (e a inventarne sempre di nuovi), per cui i credenti molto rigorosi sviluppano una bassissima autostima e si considerano dei reietti peccatori, spesso con possibili inquietudini psichice. Durante le cerimonie religiose c’è tutto un continuo recriminare per i peccati commessi, un continuo recitare il mea culpa per impetrare il perdono divino, un deplorare incessante il degrado morale dell’uomo. Il peccato è visto come la lebbra dell’umanità cui nessuno può sottrarsi.
I non credenti, invece, hanno un sistema etico più equilibrato e sereno, agiscono con migliore riflessività e anziché angustiarsi per i peccati immaginari riferiti a Dio, evitano nel modo più assoluto di peccare contro se stessi, contro il prossimo e l’intera natura. Coltivano la vera moralità perché agiscono senza aspettarsi ricompense, fanno il bene per il bene e basta.

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