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Peccato e redenzione n. 32

A causa delle continue sommosse provocate dagli zeloti accadde che: “Spinti dall’odio e dal furore, i soldati romani si divertivano a crocifiggere i prigionieri in varie posizioni, e tale era il loro numero che mancava lo spazio per le croci e le croci per le vittime” (Bellum V 451). Come vedremo nel proseguo della trattazione, tutti i cinque figli di Giuda il Galileo e il loro nipote Eleazar finiranno di morte violenta combattendo con spietata durezza per la causa messianica.
Ma perché gli zeloti, nonostante la continua e feroce repressione romana che costò loro migliaia di crocifissioni e la distruzione di città e villaggi, mai desistettero dalla loro lotta armata contro i romani? Per una complessa serie di motivi, tra i quali era determinante il sostegno massiccio avuto dall’opinione popolare, specie dai giovani; ma principalmente perché credevano fermamente che, come avevano vaticinato i Profeti ebrei, Jahvè sarebbe intervenuto schierando le potenze celesti e la sua ira avrebbe annientato la supremazia dei “Kittim” pagani invasori, con una grande strage, consentendo al popolo eletto di costituire l’antico regno di Davide che sarebbe durato in eterno” (Rotoli di Qumran: frammento 4Q 246).
E, come vedremo nel prosegue dello studio, il vero Gesù (Giovanni di Gamala) e suo fratello minore Giuseppe o Menahem, riuscirono, in due successivi momenti, a scacciare i romani dalla Giudea e farsi ungere re d’Israele. Il “Rotolo della Guerra” trovato a Qumran nel 1947 ci ha dimostrato il linguaggio rassicurante, basato sulla certezza dell’intervento divino, adottato dai Profeti zeloti per istigare le masse a ribellarsi contro i “kittim” invasori: “Ascolta, Israele! Voi state per combattere contro i vostri nemici… Non spaventatevi e non allarmatevi innanzi a loro. Poiché il vostro Dio cammina con voi per combattere i vostri nemici e per salvarvi… Allorché nel vostro paese verrà una guerra contro un oppressore che vi opprime, suonerete le trombe e il vostro Dio si ricorderà di voi e sarete salvi dai vostri nemici … ” . E , una volta sconfitti e catturati, non avendo avuto il tempo di suicidarsi prima della cattura, come affrontavano la morte gli zeloti? Giuseppe Flavio, il massimo storico ebraico che li odiò a morte, ritenendoli responsabili della distruzione di Gerusalemme e del Tempio e che forse era lontano parente dei figli di Giuda il Galileo, nel suo libro Guerra Giudaica così dice degli zeloti: “…non vi fu alcuno che non restasse ammirato per la loro fermezza e per la loro forza d’animo, o cieco fanatismo che dir si voglia…accogliendo i tormenti e il fuoco, con il corpo che pareva insensibile e l’anima quasi esultante” (Bellum VII 416-419). E ancora:“Il loro spirito fu assoggettato ad ogni genere di prova durante la guerra contro i romani, in cui stirati e contorti, bruciati e fratturati e passati attraverso tutti gli strumenti di tortura perché bestemmiassero il Legislatore, o mangiassero qualche cibo vietato, non si piegarono a nessuna delle due cose, senza una parola meno che ostile verso i carnefici e senza versare una lacrima. Ma sorridendo tra i dolori e, prendendosi gioco di quelli che li sottoponevano ai supplizi, esalavano serenamente l’anima, certi di tornare a riceverla” (Antichità II 152).
Nel 34 d.C. in Giudea imperversò una grave carestia che opprimeva l’intera popolazione, costringendo molti poveri a morire di fame. La carestia era aggravata anche dai forti contributi imposti da Roma sui prodotti agricoli e determinava scontri sociali cavalcati prontamente dagli zeloti allora campeggiati da Giovanni di Gamala, figlio primogenito di Giuda il Galileo. Nello stesso anno scoppiò un conflitto fra l’Impero romano e il Regno dei Parti, obbligando le legioni romane del Medio Oriente a marciare, sotto il comando di Lucio Vitellio, verso il fiume Eufrate per bloccare l’esercito persiano.
Approfittando di questa eccezionale situazione, Giovanni di Gamala (il Gesù dei Vangeli), stante i medesimi rapporti di forza fra i due Imperi, il Romano e il Partico, adottò l’identica strategia del suo predecessore, Antigono II asmoneo, contando, come lui, sulla vittoria dei Parti e si accordò con il re parto Artabano III per sollevare la Giudea contro i romani. Durante la Festa delle Capanne del 35, che riuniva a Gerusalemme gran parte della popolazione giudaica, spinse la nazione a ribellarsi, e dopo aver annientato la guarnigione romana, si impadronì del potere facendosi osannare dal popolo come “Re dei Giudei” e “Salvatore” (Yeshùa). Giovanni restaurò la prassi degli antenati monarchi Asmonei che rivestivano entrambi i sacri uffizi di Re e Sommo Sacerdote. Per gli Ebrei Giovanni divenne così il “Yeshùa” (Salvatore) della terra santa, e tramite il rituale dell’unzione, il nuovo Messia (Cristo). A quella data, il Prefetto Ponzio Pilato era stanziato nel palazzo pretorio di Cesarea Marittima, ma, non avendo saputo disporre forze sufficienti per impedire la rivolta, venne da Roma riconosciuto colpevole e destituito.

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