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Pechino ha ordinato la chiusura delle aziende nordcoreane presenti in Cina

La Cina stringe ancora più forte la morsa sulla Corea del Nord. Dopo l’annuncio, sabato scorso, di limitazioni all’export di prodotti derivati del greggio verso Pyongyang, nel mirino di Pechino ci sono ora le aziende nord-coreane che operano in Cina. Il ministero del Commercio cinese ha annunciato l’ordine di chiusura delle aziende nord-coreane che operano nel Paese e delle joint-venture tra Cina e Corea del Nord. Le imprese avranno 120 giorni di tempo per chiudere i battenti. Il conto alla rovescia è cominciato il 12 settembre scorso, il giorno dopo l’approvazione delle ultime sanzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite contro il regime di Kim Jong-un, per l’ultimo test nucleare compiuto da Pyongyang, il 3 settembre scorso. L’annuncio di oggi cade alla vigilia dell’arrivo a Pechino del segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, e a soli pochi giorni dalla decisione, annunciata sabato scorso, di imporre limiti alle esportazioni di derivati del greggio, a partire dal 1 ottobre prossimo, e di interrompere completamente le importazioni di prodotti tessili da Pyongyang. 

Sanzioni applicate a corrente alternata

Non tutto, però, sembra filare liscio nell’applicazione delle sanzioni. Dagli ultimi dati diffusi martedì scorso, l’applicazione delle sanzioni decise in sede Onu sembra procedere a corrente alternata: la Cina sta già riducendo l’export di greggio e derivati verso la Corea del Nord, ma il mese scorso ha importato 1,6 milioni di tonnellate di carbone da Pyongyang, nonostante a febbraio scorso avesse annunciato il bando delle importazioni fino a fine 2017. Nessuna spiegazione è arrivata immediatamente dall’Amministrazione Generale delle Dogane, che ha compilato i dati, e neppure dal Ministero degli Esteri di Pechino.

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A dare una risposta è stato, invece, il portavoce del ministero del Commercio, Gao Feng, che oggi ha sottolineato che l’attuazione delle sanzioni delle Nazioni Unite dà un periodo di “ammortizzamento” o attutimento nell’attuazione del divieto all’import di carbone e di frutti di mare, altro prodotto di esportazione nord-coreano colpito dalle sanzioni dell’Onu, ad agosto scorso. La presenza di dati sull’importazione di carbone, ha spiegato Gao, non va quindi a intaccare l’impegno di Pechino nel rispetto delle risoluzioni approvate dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite verso la Corea del Nord.

Pechino si oppone alla guerra in ogni modo

La tensione nella penisola coreana continua a rimanere al centro delle preoccupazioni cinesi. Ancora oggi, il ministero egli Esteri ha rinnovato la propria opposizione a una guerra nella penisola coreana. “La comunità internazionale non permetterà mai una guerra nella penisola, che porterà al gente alla miseria e alla sofferenza”, ha dichiarato oggi il portavoce, Lu Kang. Opposizione al caos e alla guerra è arrivata anche dal Ministero della Difesa. L’esercito cinese “farà tutti  preparativi necessari per proteggere la sovranità  e la sicurezza del Paese, e la pace e la stabilità regionale”, ha spiegato nella conferenza stampa mensile, il portavoce Wu Qian. Il Ministero della Difesa ha poi ribadito la posizione già espressa nei giorni scorsi dal Ministero degli Esteri, secondo cui il ricorso alla forza militare “non può diventare un’opzione” da prendere in considerazione.

Il dialogo tra Cina e Stati Uniti sulla Corea del Nord tornerà nelle prossime ore di nuovo sotto i riflettori. Nell’agenda del ministero degli Esteri di Pechino, per il 30 settembre prossimo, ci sono gli incontri nella capitale cinese con il segretario di Stato Usa, Rex Tillerson, che vedrà sia il ministro degli Esteri, Wang Yi, sia il consigliere di Stato, Yang Jiechi, il funzionario di livello più alto della diplomazia di Pechino. La visita di Tillerson è in primo piano sulla stampa cinese. Il tabloid Global Times, spin off dell’ufficialissimo Quotidiano del Popolo, apre con i temi legati all’arrivo a Pechino di Tillerson (dato per oggi, secondo una nota del Dipartimento di Stato Usa). All’orizzonte c’è la visita del presidente Usa in Cina, prevista per novembre, ma nell’immediato Cina e Stati Uniti devono fare i conti con l’escalation verbale tra Trump e Kim che non sembra conoscere pause.

Il caso Warmbier è ancora caldo

L’ultimo capitolo riguarda la vicenda legata all’ex prigioniero Otto Warmbier, restituito agli Usa in fin di vita nel giugno scorso dopo 17 mesi passati nelle carceri di Pyongyang. Warmbier, morto a poche ore dal rientro negli Usa, è stato torturato “oltre l’immaginabile”, aveva scritto Trump in un tweet, in seguito a un’intervista di Fox News ai genitori del giovane ventiduenne condannato a quindici anni di carcere e lavori forzati nel 2016 per avere cercato di strappare uno striscione propagandistico da un albergo di Pyongyang, mentre si trovava in visita in Corea del Nord. La risposta alle accuse è arrivata proprio oggi da Pyongyang: il ministero degli Esteri nord-coreano ha minacciato “conseguenze devastanti” per il tentativo di diffamare il Paese retto da Kim Jong-un. “Il fatto che gli Stati Uniti usino persino un morto per la loro campagna complottistica per corroborare l’atmosfera internazionale nel mettere pressioni sulla Repubblica Democratica Popolare di Corea”, il nome ufficiale della Corea del Nord, “mostra quanto vile e inveterata sia l’ostilità dei politici statunitensi nei confronti della Corea del Nord”.
 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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