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Pechino ha pubblicato la lista dei prodotti Usa sui quali imporrà i dazi

La guerra è vicina. La Cina era pronta a mettere in atto misure di ritorsione commerciale “della stessa proporzione” di eventuali dazi statunitensi sui prodotti hi-tech. Non mentiva: la guerra di Pechino colpirà i produttori di soia nel Midwest, cioè la base elettorale di Donald Trump.

Non si è fatta attendere la replica del governo cinese alla contromossa della Casa Bianca, che ieri ha proposto dazi fino al 25% su oltre 1300 prodotti tecnologici importati dalla Cina per un valore di 50 miliardi: il Consiglio di Stato ha pubblicato oggi una lista di 106 prodotti importati dagli Stati Uniti sui quali verranno applicate tariffe dello stesso peso di quelle americane.

Fino al 25% per un valore di 50 miliardi di dollari. Detto, fatto. Lo ha reso noto l’emittente televisiva statale, China Central Television. Nella lista ci sono 14 categorie di prodotti, tra cui i semi di soia – misura di ritorsione ventilata da giorni –  il settore automobilistico (trema Tesla), quello aeronautico e il settore chimico. Lista che farà malissimo a Donald Trump.

Soffrono le borse. Avvio in profondo rosso per la Borsa di Tokyo: l’indice Nikkei perde l’1,51% nelle prime battute a 21.064,64.  L’escalation  della guerra commerciale annulla l’effetto positivo del rimbalzo di ieri a Wall Street. In Europa i listini accrescono le loro perdite, mentre Hong Kong cede oltre il 2%. Londra arretra dello 0,34%, Milano dello 0,74%, Francoforte dell’1,09% e Parigi dello 0,5%. 

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Se fino a ieri le misure decise da Pechino (3 miliardi) erano state esigue rispetto alle mosse protezionistiche di Trump, in coerenza con una linea che tende a evitare una guerra commerciale, confermata dalle trattative in corso, oggi l’approccio più duro non è più relegato ai toni ma si è concretizzato nell’incubo degli agricoltori americani.

La soia, dopo la carne di maiale, era l’arma che Pechino era pronta a brandire qualora Washington avesse annunciato pesanti tariffe punitive contro i presunti furti di proprietà intellettuale. Un’arma che colpisce molti stati produttori, soprattutto nel Midwest, tra cui Illinois, Iowa, Missouri e Ohio, gli stati dove si gioca il futuro politico del presidente americano nel 2020. La Cina è il primo importatore dagli Usa di questo prodotto (14 miliardi di dollari) ma l’imposizione di dazi, oltre a colpire i produttori americani, potrebbe avere ripercussioni anche sui consumatori cinesi: dalle tariffe potrebbe derivare un ammanco di semi di soia sul mercato interno cinese stimato in dieci milioni di tonnellate dagli esperti dell’associazione di categoria, lo Us Soybean Export Council. Le rappresaglie di Pechino colpiscono anche il settore auto (10,5 miliardi) e l’aviazione civile (16,3 miliardi). In futuro potrebbero riguardare anche anche il debito pubblico. 

La reazione cinese era stata preannunciata nelle ultime ore dagli inferociti organi di stampa. Gli Stati Uniti dovranno pagare “a caro prezzo” una guerra commerciale con la Cina, aveva scritto uno dei più influenti giornali cinesi, il Global Times, costola del Quotidiano del Popolo, noto per le posizioni oltranziste, in un editoriale pubblicato online. “Dal momento che gli Stati Uniti hanno iniziato la guerra commerciale – scriveva – le contromisure della Cina dovranno dare un duro colpo, colpendo quello che gli Stati Uniti temono di più”. A cominciare dai semi di soia e il mais. “Se l’agricoltura avverte sofferenza, causerà un’enorme ricaduta nel Paese, con un forte impatto politico”. Il direttore del tabloid, Hu Xijing, molto attivo sui social network, aveva eloquentemente twittato qualche ora fa: “Sulla base delle informazioni che ho ricevuto, il massiccio piano di cinese in rappresaglia delle tariffe Usa sarà pubblicato nel pomeriggio cinese”.

Nella mattina di oggi, ora locale, alla notizia della pubblicazione della lista di oltre 1300 prodotti di importazione cinese da parte degli Stati Uniti, il Ministero del Commercio di Pechino aveva espresso “forte condanna” e “ferma opposizione” a quella che considera una misura “unilaterale e protezionistica” degli Stati Uniti. Promettendo contromisure “di eguale portata e forza”, in base alla legge cinese. A breve giro di posta.

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La lista pubblicata dallo Us Trade Representative prende di mira soprattutto i prodotti tecnologici importati dalla Cina (aerospazio, elettronica e industria meccanica), oggetto di indagini per sospette violazioni di proprietà intellettuale in base alla sezione 301 dello Us Trade Act del 1974, decise dall’amministrazione guidata da Donald Trump, nell’agosto scorso. L’elenco, che comprende prodotti chimici industriali, medicinali e metalli, deve ancora essere ultimato (è stata programmata un’audizione pubblica in materia per il prossimo 15 maggio) ed è considerato la risposta al presunto furto cinese di segreti industriali, con violazione della proprietà intellettuale di software, brevetti e tecnologia “Made in Usa”. 

Le tariffe vanno a colpire il cuore della riforma economica del presidente cinese Xi Jinping: i dieci settori innovativi del programma “Made in China 2025”, varato dal governo cinese nel 2015, e che prevede l’ammodernamento dell’apparato industriale cinese. L’ambasciatore cinese presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio, Zhang Xiangchen, aveva definito i dazi proposti dagli Usa come una “intenzionale e grossolana violazione” delle regole del Wto. 

La nuova lista cinese di 106 prodotti va ad aggiungersi alle tariffe ufficializzate domenica scorsa su 128 prodotti americani, tra cui la carne di maiale, il vino e la frutta, minacciando di colpire i produttori del Midwest, avamposto elettorale di Trump. I controdazi giungevano in risposta ai dazi americani del 20% sulle importazioni di acciaio e del 25% su quelle di alluminio, mentre si attendeva che l’annuncio di Trump di nuove tariffe legate alle dispute sulla proprietà intellettuale venisse ufficializzato entro il fine settimana. L’ufficializzazione è arrivata molto prima: ieri nella tarda serata italiana la Casa Bianca ha annunciato la rappresaglia su oltre 1300 prodotti tecnologici per un valore di 50 miliardi di dollari.

Donald Trump si era sfogato qualche ora prima alla Casa Bianca. “Ho un grande rispetto per Xi Jinping – aveva detto – ma abbiamo un problema con la Cina: dobbiamo fare qualcosa di molto sostanzioso sul deficit commerciale”. Trump non ha mai smesso di nutrire “enorme rispetto” per il presidente cinese Xi Jinping, al quale ha chiesto di riequilibrare il surplus, giudicato inaccettabile (375 miliardi di dollari), e mettendo a rischio la collaborazione sul dossier nordcoreano. Ad aizzare l’ira di Trump le politiche industriali cinesi che Washington reputa scorrette. 

Pechino ha sempre detto di non volere una guerra commerciale ma di essere pronta a rispondere nel caso in cui dovesse verificarsi. Lo ha ribadito poco fa il vice ministro del Commercio cinese, Wang Shouwen, durante una conferenza stampa indetta dopo la pubblicazione della lista. “Se si vuole combattere una guerra commerciale, noi ci saremo. Se si vuole negoziare, la porta è aperta”, ha dichiarato Wang.

@ASpalletta

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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