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Pedofilia, è mistero sui sacerdoti condannati

Sotto chiave in Italia i verdetti del tribunale canonico. I volontari: almeno trecento casi.

di Franca Giansoldati –
Città del Vaticano Un’altra vittima si è fatta avanti, affiorando dal silenzio per liberarsi degli orrori subiti e da un micidiale senso di vergogna. La vicenda del prete orco di Ponticelli è destinata, per forza di cose, ad andare avanti sebbene la relativa causa canonica per abusi sui minori, avviata nel 2014, sia stata chiusa dal Vaticano e dalla curia di Napoli. Questo caso emblematico – verosimilmente chiuso un po’ sbrigativamente – fa riflettere sull’entità del fenomeno complessivo e su come la Chiesa in questo ultimo decennio si è attrezzata per far fronte alle denunce delle vittime.

Prima del 2001 l’anno in cui esplose il caso di Boston, portato sul grande schermo dal film Spotlight – ammettere l’avvenuta violenza su un minore equivaleva a infrangere un tabù. Oggi le cose stanno lentamente cambiando, Benedetto XVI prima e Francesco poi hanno introdotto nuove leggi, inasprito le pene anche se Marie Collins e Peter Saunders, le due ex vittime che hanno fatto parte della Commissione pontificia per la Tutela dei Minori (istituita nel 2014 ma fatta decadere e ancora in attesa di conferma) ritengono che non si faccia abbastanza per assistere chi ha subito abusi, privilegiando chi ha sofferto piuttosto che il buon nome dell’istituzione ecclesiastica. Le vittime prima di tutto.

In alcuni Paesi, tra cui l’Italia, ancora oggi è impossibile avere dei dati certi sul numero dei sacerdoti condannati negli ultimi dieci anni per pedofilia nel tribunale canonico in funzione presso la Congregazione della Dottrina della Fede. Mentre i dati relativi ai processi civili sono pubblici, quelli dei processi canonici restano riservati. Il numero relativo ai preti giudicati colpevoli (e quindi ridotti allo stato laicale o sospesi a divinis) è custodito tanto quanto il terzo segreto di Fatima ironizza un funzionario vaticano. La situazione della Chiesa resta a macchia di leopardo. Accanto a settori avanzati in fatto di prevenzione e adeguamento, ci sono diocesi che faticano a recepire lo spirito delle nuove leggi. Mentre l’università Gregoriana presenta la nuova licenza per la tutela dei minori, da conseguirsi dopo un corso di studi ad hoc, comprensivo di elementi di psicologia ed elementi di diritto canonico, e mentre la Cei ha istituito una task-force affidata al vescovo Lorenzo Ghizzoni per lavorare a linee guida per la prevenzione, non c’è contezza di quanti siano in totale i condannati, nè se vi sia un aumento o una diminuzione, o se si tratta di abusi lontani nel tempo oppure no, né che tipo di sanzioni canoniche hanno emesso i giudici vaticani.

Niente numeri, niente statistiche. Da qualche anno in qua, però,una associazione nata a Savona -La Rete l’Abuso – ha iniziato con meticolosità certosina a raccogliere e registrare i casi denunciati pubblicamente nei tribunali civili. Al momento ha raccolto quasi 300 episodi in tutta Italia negli ultimi dieci anni. Sul sito c’è una mappa interattiva piena di pallini rossi, gialli e blu, a seconda della gravità. Si punta il cursore, si clicca ed esce il caso giudiziario. Contrariamente a quanto accade in altri Paesi europei, in Italia i vescovi,non hanno l’obbligo di denunciare i preti pedofili né alla polizia, né ai magistrati, come per esempio sono tenuti a fare i presidi delle scuole pubbliche. Hanno,invece,l’obbligo di denunciare gli abusi al tribunale vaticano della Congregazione della Fede. Recentemente in Parlamento è stata depositata una mozione per chiedere la modifica pattizia -tra Italia e Vaticano – e imporre anche ai vescovi l’obbligo di denunciare civilmente gli orchi. L’episcopato ha sempre ribadito che si impegna a collaborare con le autorità civili ma senza essere tenuto alla denuncia.

Il Mattino del 3-02-2018

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