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Pensioni: uscita anticipata, ma con prestiti per 20 anni

Roma – La storia del sistema pensionistico italiano è in continua evoluzione, dalle baby pensioni con il sistema retributivo, all’incubo di oltre 40 anni di versamenti con il sistema contributivo. Dopo una prima fase espansiva che dal 1898, data di nascita dell’Inps (tra i più grandi enti di previdenza d’Europa) arriva alla fine degli anni Ottanta, allargando la platea degli aventi diritti all’assegno e aumentando le prestazioni. A partire dal 1992 con la riforma Amato, prende il via la fase di contrazione con l’entrata in vigore di requisiti più stringenti per aver diritto alle prestazioni previdenziali diventate due nel 2012: la pensione di vecchiaia e quella anticipata. La legge di Stabilità 2016 avvia
una nuova fase che apre ai lavoratori dipendenti del settore privato a cui manchino non più di tre anni alla pensione di vecchiaia la possibilità di andare in part-time al 40-60%, senza che la busta paga e l’assegno pensionistico subiscano detrazioni.

Il nuovo meccanismo  

Dal prossimo anno,  tutti i nati compresi tra il 1951 ed il 1955, potranno beneficiare di un’uscita anticipata verso la pensione. Rispetto ai 66 anni e 7 mesi canonici si potrà lasciare il lavoro anticipando il termine di uno, due o tre anni. Resta centrale il ruolo dell’Inps, che certificherà il diritto alla pensione e gestirà i rapporti con banche e assicurazioni che dovranno garantire i capitali. Sarà il lavoratore a decidere se ricevere in anticipo dall’Inps l’intero importo della pensione che andrà poi a maturare o una cifra inferiore. Il prestito verrà poi restituito sulla pensione normale in 20 anni, con rate che peseranno in maniera variabile sull’importo dell’assegno, fino a un massimo di circa il 15% per il redditi maggiori. Gli interessati verranno suddivisi in tre fasce: chi sceglie l’anticipo perchè rimasto senza lavoro, chi lo sceglie volontariamente e chi lo fa su richiesta dell’azienda (che si dovà far carico dei costi dell’anticipo). (AGI)

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