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Per Cina Clinton "male minore" ma Trump non dispiace

Pechino – Donald Trump o Hillary Clinton. Mancano poche ore al voto negli Stati Uniti, e mercoledì nella tarda mattina, secondo la differenza di fuso orario, la Cina saprà quale sarà il presidente con cui dovrà fare i conti nei prossimi quattro anni.

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Nonostante il tradizionale riserbo della classe dirigente sulle questioni di politica interna di altri Paesi, Pechino guarda alle presidenziali Usa a poche ore dal voto con una certezza: la linea che il nuovo presidente degli Stati Uniti adotterà nei confronti di Pechino sarà, in un senso o nell’altro, più dura rispetto a quella di Barack Obama. Tra Donald Trump e Hillary Clinton, la Cina preferisce il male minore, ovvero la candidata democratica. Un sondaggio del Pew Research Institute aveva fatto chiarezza sulle prospettive dei cinesi rispetto alla corsa alla Casa Bianca: Hillary Clinton ha guadagnato consensi perché già nota al pubblico cinese, mentre il suo avversario è ancora sconosciuto ai più.

La preferenza per la candidata democratica avrebbe un riscontro anche nella classe dirigente cinese, secondo Minxin Pei, docente di Scienze del Governo al Claremont McKenna College e autore di “China’s crony capitalism”, pubblicato quest’anno per Harvard. In un articolo pubblicato sulla Nikkei Asian Review il politologo spiega perché Clinton sia preferibile per i cinesi rispetto a Trump: più dura sulle politiche di sicurezza regionale, sulle dispute di sovranità nel Mare Cinese Meridionale, sui diritti umani.

Lo ha già dimostrato lo scorso anno apostrofando il presidente cinese, Xi Jinping, come “senza vergogna” per l’incarcerazione di cinque attiviste per i diritti delle donne, Hillary Clinton rappresenta una continuazione dello status quo nei rapporti tra Cina e Stati Uniti. Nonostante alcune linee della sua leadership potrebbero non piacere a Pechino, come un’accelerazione nella politica del “pivot to Asia” di riequilibrio statunitense verso l’Asia, la candidata democratica non  una novità. Trump rimane, invece, un personaggio imprevedibile, che potrebbe imporre sanzioni unilaterali alla Cina sul commercio in sede Wto (World Trade Organization), in un momento di fragilità e rallentamento dell’economia cinese.

L’imprevedibilità di Trump non convince Xi e gli alti dirigenti cinesi, anche se il tycoon statunitense riscuote, in Cina, un successo maggiore che in altri Paesi dell’Asia orientale: un sondaggio del South China Morning Post di Hong Kong, pubblicato sabato scorso, rivela che, in media, il consenso su Donald Trump è al 13% in Giappone, Corea del Sud, Filippine, Singapore e Indonesia, mentre in Cina raggiungerebbe un picco del 39%. Solo per il 38% degli interpellati cinesi al sondaggio, invece, Hillary Clinton rappresenterebbe una scelta migliore per l’Asia orientale rispetto al suo avversario.

La simpatia per Trump dei cinesi (sia in Cina che all’estero) rimane un mistero per uno dei dissidenti più noti della Cina, l’archistar Ai Weiwei, che proprio nei giorni scorsi, da New York, si è detto “confuso” sul sostegno al tycoon americano di molti suoi connazionali. Alla presentazione del suo ultimo lavoro “Laundromat“, che contiene indumenti smessi provenenti da un campo profughi, l’artista cinese ha sottolineato l’importanza che il nuovo presidente degli Stati Uniti continui a incalzare la Cina sui diritti umani e si è interrogato sulla fama di Trump tra i cinesi. Molti di quelli che lo sostengono, ha spiegato “sono difensori dei diritti umani in Cina, ma parlano apertamente di quanto amino Trump. Non lo comprendo”.

Non lo comprende neppure il Global Times, giornale pubblicato dall’ufficiale Quotidiano del Popolo cinese, su posizioni molto diverse da quelle di Ai Weiwei. La corsa alla Casa Bianca è una “gara verso il fondo” e i media cinesi non hanno perso l’occasione di puntare il dito sugli scandali che, da una parte e dall’altra, hanno segnato la campagna presidenziale. Il mese scorso, il Quotidiano del Popolo, organo di stampa del Partito Comunista, ha sottolineato in un editoriale a firma “Zhong Sheng”, (“Voce della Cina”, che riflette il punto di vista ufficiale del giornale) la “situazione imbarazzante dell’establishment politico statunitense”. Il sistema politico degli Usa ha al suo interno “pratiche corrotte” e si presenta, invece, come “predicatore della democrazia”, un punto su cui la Cina, lascia intendere il maggiore quotidiano nazionale, non ha però bisogno di lezioni. (AGI) 

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