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Per Trump la crisi con la Corea del Nord è colpa della Cina 

La crisi nordcoreana si intensifica. La Corea del Nord ha lanciato il secondo missile balistico intercontinentale (ICBM) in tre settimane potenzialmente capace di colpire gli Stati Uniti. Gli Usa hanno sempre più paura di Pyongyang e hanno condotto il secondo test del sistema di difesa anti-missilistico Thaad in Alaska. Trump s’infuria con la Cina. Un passo indietro.

Il secondo missile balistico di Kim in tre settimane spaventa Washington

Ha raggiunto un’altezza di 3700 chilometri e ha volato per più di mille chilometri prima di finire nelle acque tra il Giappone e la Corea del Sud. Pyongyang lo ha fatto ancora: nella notte tra il 28 e il 29 luglio ha lanciato il secondo missile balistico intercontinentale. Il primo test con il vettore Hwasong-14 era stato condotto il 4 luglio scorso – il giorno dell’Indipendenza –  con la capacità di raggiungere l’Alaska. Per l’agenzia sudcoreana Yonhap, che ha diffuso le stime sulla traiettoria, il missile lanciato poco prima della mezzanotte rappresenta un avanzamento rispetto al lancio precedente: ha una portata in grado di estendersi fino a Los Angeles e Chigago. 

I sonni degli Stati Uniti sono sempre meno tranquilli: l’obiettivo dei due test ICBM condotti dal regime di Kim Jong-un è di sperimentare un sistema che possa colpire l’America. Contro la minaccia della Corea del Nord “se necessario, siamo pronti a usare una forza rapida, schiacciante e letale” ha detto il generale Terrence O’Shaughnessy, il comandante delle forze aree Usa nel Pacifico. Gli Usa non sono rimasti inerti: il 30 luglio Washington ha condotto un secondo test missilistico nell’Oceano Pacifico – dopo la simulazione contro un missile intermedio dell’11 luglio scorso – e ha annunciato il perfetto funzionamento del sistema di difesa Thaad (Terminal High Altitude Area Defense) installato in Alaska. Il quale tuttavia, non è in grado di intercettare missili ICBM, scrive la CNN. Entrambi i test – inoltre – sembra che fossero in programma già dall’inizio del mese. Dopo la prima fase di installazione nell’aprile scorso, ha invece subito vari rallentamenti il sistema anti-missilistico Thaad in Corea del Sud; non solo per la rinnovata opposizione di Pechino, ma anche per questioni legate all’impatto ambientale: il presidente sudcoreano Moon Jae-in aveva ordinato nei giorni scorsi nuovi rilevamenti ambientali, ma dopo l’ultimo test di Pyongyang ha dichiarato che vuole introdurre lanciatori aggiuntivi.

L’ira di Trump con la Cina

Per Donald Trump l’aggravarsi della crisi nord-coreana è tutta colpa della Cina. Mentre due bombardieri statunitensi sorvolano la penisola coreana in risposta all’ultimo test missilistico di Pyongyang, torna a scatenarsi su Twitter l’irritazione del presidente degli Stati Uniti: Pechino non ha fatto nulla per risolvere la questione – scrive il 29 luglio. Due tweet, due colpi mirati:

I am very disappointed in China. Our foolish past leaders have allowed them to make hundreds of billions of dollars a year in trade, yet…

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) 29 luglio 2017

“Sono molto deluso con la Cina. I nostri sciocchi leader del passato statunitensi hanno permesso alla Cina di fare ogni anno centinaia di miliardi di dollari nel commercio bilaterale”. E poi:

…they do NOTHING for us with North Korea, just talk. We will no longer allow this to continue. China could easily solve this problem!

— Donald J. Trump (@realDonaldTrump) 29 luglio 2017

“Non fanno niente per noi sulla questione nord-coreana, solo chiacchiere. Non possiamo più permettere che questo continui. La Cina potrebbe risolvere facilmente questo problema!”.

Il garbo diplomatico di Pechino

Il commercio bilaterale tra Cina e Usa e la crisi di Pyongyang sono due questioni scollegate tra di loro. Il governo cinese risponde con fermezza e garbo diplomatico alle accuse di Trump: “Riteniamo che siano questioni che appartengono a due sfere differenti”, ha commentato il vice ministro del Commercio cinese Qian Keming. “Non sono correlati, non dovrebbero essere discussi assieme”. La Cina, ha proseguito Qian, “continuerà a lavorare assieme alla comunità internazionale per promuovere la denuclearizzazione della penisola coreana, e vuole lavorare assieme agli Stati Uniti per uno sviluppo più equilibrato del commercio bilaterale”. La Cina si era immediatamente opposta all’ultimo test missilistico nord-coreano e aveva chiesto cautela per evitare una escalation della tensione nella penisola coreana.

La durissima risposta del Global Times

E’ dalle pagine di uno dei più agguerriti quotidiani cinesi, il Global Times, che arriva una durissima risposta all’inquilino della Casa Bianca: il giornale ha definito “ridicola” la correlazione tra commercio bilaterale e questione nucleare nord-coreana. E ha definito Trump un “presidente Usa principiante” per sostenere che la Cina possa “facilmente” risolvere la questione nucleare di Pyongyang.

I tweet “mostrano l’umore di Trump”, prosegue il tabloid cinese più duro in temi di politica estera. “Si ritiene che la Corea del Nord abbia lanciato un missile balistico intercontinentale in grado di raggiungere il suolo statunitense. E questo ha imbarazzato Trump, che ripone nell’opposizione alle capacità nucleari e missilistiche nord-coreane la priorità più alta a livello diplomatico”. Ma – conclude il giornale cinese – “è ridicolo per Washington collegare la questione nucleare nord-coreana al commercio Cina-Usa. Si spera che l’amministrazione Trump si attenga al principio del rispetto reciproco”.

Usa e Cina: posizioni diverse su Corea del Nord

Sulla Corea del Nord, Usa e Cina hanno posizioni diverse. L’approccio statunitense è riassunto in quella che appare come la nuova dottrina statunitense per l’Asia orientale: la fine della “pazienza strategica” di Washington nei confronti di Pyongyang. “Tutte le opzioni sono sul tavolo”: con questa frase il segretario di Stato Rex Tillerson  – durante il suo viaggio a Tokyo, Seul e Pechino nel marzo scorso –  ha marcato il nuovo corso di Washington rispetto ai ripetuti test missilistici e nucleari condotti dal regime di Kim Jong-un. L’espressione si riferisce anche l’opzione militare ed è – per Tillerson – una diretta conseguenza del “fallimento” di venti anni di diplomazia con la Corea del Nord. Gli Usa sono aperti a “tutte le opzioni” per arrivare alla denuclearizzazione della Corea del Nord, anche se Trump “preferirebbe raggiungere questo obiettivo attraverso mezzi pacifici, attraverso i negoziati”. Lo ha specificato il numero due della Casa Bianca, il vice presidente Mike Pence,  durante la sua missione asiatica in aprile.

Pechino sceglie un approccio più morbido degli Stati Uniti rispetto a Pyongyang e chiede la de-escalation nella penisola coreana. Per il momento, la Cina non rinuncia alle sue “posizioni di principio” – come le definisce il presidente cinese – rispetto alla crisi nord-coreana, che promuovono il dialogo tra “tutte le parti coinvolte”. Dopo il test balistico intercontinentale del 4 luglio, la Cina aveva chiesto alla Corea del Nord di non violare le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. “Ci auguriamo che le parti coinvolte possano mantenere la calma e la moderazione”, aveva detto il portavoce del ministero degli Esteri Geng Shuang, “e non facciano passi che possano peggiorare la tensione nella penisola”.Gli appelli non sono però serviti a fermare l’escalation.

L’atteggiamento cinese nei confronti di Pyongyang si era fatto sempre più critico tra la fine del 2012 e l’inizio del 2013, con la “risoluta opposizione” di Pechino al terzo test nucleare sotterraneo a febbraio. Da allora i rapporti si erano raffreddati. Pechino aveva appoggiato assieme al resto della comunità internazionale le nuove sanzioni Onu alla Corea del Nord – atto che Pyongyang aveva rigettato formalmente a distanza di poche ore. Del resto la Cina è sempre stata la migliore alleata della Corea del Nord: l’interscambio commerciale del primo trimestre del 2017 ammonta a 2,6 miliardi di dollari, in crescita del 10% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Tuttavia il divieto di importazioni di carbone da Pyongyang starebbe già partorendo i primi effetti: la Cina ha drasticamente ridotto del 75% le importazione del carbone, una mossa che rischia di prosciugare la maggiore fonte di finanziamento per la fragile economia di Pyongyang. Sono i dati forniti dal portavoce delle Dogane cinesi, Huang Songping. Cresce la schiera  degli intellettuali cinesi – come Xie Tao della Foreign Studies University di Pechino – che sostengono da tempo la linea dura, convinti che la Cina debba scaricare la Corea del Nord. Ma l’indecisione di Pechino verso Pyongyang è sempre stata legata anche al ruolo della Corea del Nord come argine asiatico all’influenza statunitense nella regione.

Eppure da quando è presidente Xi Jinping, nel marzo 2013, nel cerchio ristretto di Kim Jong-Un si sa che il rapporto con la Cina non è più quello di una volta. Xi Jinping non è mai stato in visita in Corea del Nord e non ha mai incontrato il leader nord-coreano, terzo discendente della dinastia al potere da quando è stato fondato il Paese a nord del trentottesimo parallelo nel 1948. Xi ha invece incontrato l’ex presidente sud-coreana, Park Geun-hye, nel 2014 a Seul, una decisione che per Pyongyang deve essere apparsa come uno schiaffo in pieno volto. Il punto è che Xi non tiene Kim in grande considerazione e la crisi nord-coreana del 2017 ha messo in luce il rapporto complesso tra la Cina e il suo riottoso vicino.

La Cina oggi non fa mistero rispetto all’ipotesi di nuove sanzioni nei confronti di Pyongyang, nel caso di un nuovo test atomico, assieme agli Stati Uniti: ad aprile scorso, esperti cinesi sulle pagine del Global Times avevano parlato di un possibile embargo petrolifero nei confronti della Corea del Nord. Un cambio di atteggiamento che Pyongyang ha subito fatto sapere di non gradire: la Korean Central News Agency, l’agenzia di stampa nord-coreana, aveva pubblicato due editoriali fortemente critici nei confronti  della scelta di “ballare alla musica” di Washington. Pechino non veniva mai nominata direttamente. La Cina aveva rispedito l’accusa al mittente attraverso un altro editoriale pubblicato sul Global Times.  La diffidenza tra Pyongyang e Pechino non è un fatto nuovo. 

Eppure per Trump, Pechino possiede le chiavi per risolvere la crisi. A dimostrazione che le cose sembrano essere più complesse di come le veda il presidente degli Stati Uniti, le recenti minacce nord-coreane all’Australia. Non solo: la vicenda (grottesca) della portaerei Usa Carl Vinson, attesa nelle acque coreane per il 25 aprile e ripresa, invece, dieci giorni prima, a 5600 chilometri di distanza al largo dell’Indonesia; la detenzione di un altro cittadino statunitense nell’aprile scorso. I toni e le azioni del regime di Pyongyang segnalano come Kim non abbia intenzione di fermarsi, e che i ripetuti appelli di Pechino alla moderazione non sembrano sortire – apparentemente almeno – alcun effetto.

Xi e Trump divisi dal principio di Unica Cina, si riavvicinano a Mar-a-Lago su questione nordcoreana

“Perché mai dovrei definire la Cina manipolatrice di valuta quando lavora con noi sul problema nord-coreano”, aveva scritto su Twitter il presidente degli Stati Uniti ad aprile qualche giorno dopo la conclusione del summit a Mar-a-a-Lago (6-7 aprile), in Florida, quando i due capi di Stato – Trump e Xi –  si erano incontrati per la prima volta, peraltro raggiungendo anche un accordo di massima per evitare una guerra commerciale.  Secondo il Financial Times, Pechino aveva promesso a Washington un migliore accesso al mercato per gli investimenti nel settore finanziario e per le esportazioni di carne bovina; ed entro cento giorni dal summit – quindi entro luglio – Cina e Stati Uniti avrebbero avviato un piano per i negoziati commerciali. Il summit aveva segnato un avvicinamento tra Cina e Usa anche sul piano militare, con l’annuncio di Xi che dal prossimo anno la Cina parteciperà agli esercizi militari a guida statunitense nel Pacifico.

Un riavvicinamento che a dicembre scorso sembrava impossibile, quando Trump, prima di insediarsi ufficialmente alla Casa Bianca, aveva debuttato ricevendo una telefonata della presidente di Taiwan, Tsai Ing-wen, provando a rompere un protocollo che dura dalla fine degli anni ’70 – cioè da quando gli Usa hanno ristabilito le relazioni diplomatiche con la Cina, chiudendole formalmente con Taipei – e che si basa sul concetto di “Unica Cina”: il principio che prevede che tutti i cinesi che vivono da un alto o dall’altro dello Stretto di Formosa appartengono a un’unica Cina e che “Taiwan è parte della Cina”. La sfida di Trump a questo principio – fortemente difeso dalla leadership cinese – aveva suscitato un forte nervosismo a Pechino.

La querelle sul concetto di “Unica Cina” è andata avanti per diverse settimane. L’atteggiamento iniziale di Trump, guidato da tentazioni protezionistiche, ha portato beneficio alla Cina: Xi si è presentato al World Economic Forum di Davos come leader globale che ha a cuore il concetto di “global governante”. E di fronte all’escalation della crisi nordcoreana, il presidente cinese è apparso come l’interlocutore in grado di fermare le minacce di Pyongyang. Il tenore delle relazioni sino-americane, a Mar-a-Lago, è nettamente migliorato. Mettendo in secondo piano persino le polemiche sulla Cina manipolatrice di valute.  Certo, restano critiche altre questione, quali la controversia sulle isole contese nel Mar Cinese Meridionale.

Il punto è che Trump, pur tenendo in grande considerazione l’alleanza con il Giappone in chiave anti nordcoreana, vorrebbe che ci pensasse Pechino a liquidare il problema. Aprile è stato un mese di intensi contatti tra Cina e Stati Uniti: prima il vertice tra Trump e Xi in Florida, poi due telefonate, il 12 e il 24, in cui Xi ha ribadito che la Cina vuole una soluzione pacifica all’escalation della tensione nella penisola. Nella prima chiacchierata, secondo quanto ha ammesso lo stesso Trump, Xi gli avrebbe spiegato il rapporto tra Cina e Corea del Nord, facendo capire al suo interlocutore perché le cose non stanno esattamente come Trump crede, nel rapporto tra Pechino e Pyongyang. “Dopo averlo ascoltato per dieci minuti ho capito che non è così facile. Non è come penseresti”, ha dichiarato l’inquilino della Casa Bianca. 

Tornano tra Cina e Usa “alcuni fattori negativi”

Ma dopo il vertice informale di Mar-a-Lago, l’intesa tra i due capi di Stato sembra essersi incrinata di nuovo. “Alcuni fattori negativi” turbano il rapporto tra Cina e Stati Uniti: lo aveva detto Xi Jinping al telefono con Donald Trump il 3 luglio scorso, qualche giorno prima che i due si incontrassero al summit del G20 di Amburgo (7-8 luglio): il primo faccia a faccia dopo il vertice di Mar-a-Lago.  Al telefono i due leader avevano affrontato le questioni di Taiwan e – ovviamente – della Corea del Nord. “Attribuiamo grande importanza alla riaffermazione del governo Usa della politica dell’Unica Cina”, aveva detto Xi.

Pochissimi giorni prima, il Dipartimento di Stato Usa aveva approvato una vendita di armamenti a Taiwan per un valore complessivo di 1,42 miliardi di dollari. Pechino aveva reagito con durezza: una “decisione sbagliata” l’aveva definita l’ambasciatore cinese negli Stati Uniti, Cui Tiankai,  la prima vendita di questo tipo da quando The Donald è presidente. Per il quale la priorità resta la crisi coreana: “Entrambi i leader hanno riaffermato il loro impegno per una penisola coreana denuclearizzata”, aveva spiegato la Casa Bianca in una nota. “Il presidente Trump ha ribadito la sua determinazione a cercare più equilibrate relazioni commerciali con i partner commerciali”. Quella stessa mattina, Trump ne aveva parlato al telefono con il primo ministro giapponese, Shinzo Abe; riaffermando l’alleanza – ha scritto la Casa Bianca – Usa e Giappone si sono detti “pronti a difendersi e a rispondere a ogni minaccia o azione presa dalla Corea del Nord”.

Ma il giorno dopo – il 4 luglio – Trump aveva dato sfogo alla sua frustrazione nei confronti di Pechino, dopo il test missilistico di Pyongyang, per quello che ritiene un mancato apporto della Cina nella risoluzione della crisi nucleare e missilistica nord-coreana. Sempre da Twitter aveva auspicato da parte di Pechino una “pesante mossa” nei confronti della Corea del Nord, in grado di “mettere fine a questa assurdità una volta per tutte”. 

Il 5 luglio, Donald Trump, era tornato a criticare la Cina su Twitter, alla vigilia del suo viaggio europeo. “Il commercio tra Cina e Corea del Nord è cresciuto di quasi il 40% nel primo trimestre. Tantissimo per la Cina che lavora con noi. Ma dovevamo provarci!”, aveva scritto il presidente Usa in un tweet.

L’incontro al G20 di Amburgo rafforza le aspettative di Trump

“Qualcosa va fatto”, aveva dichiarato Trump all’inizio dell’incontro con Xi al G20 di Amburgo, il 10 luglio scorso, pochi giorni dopo il lancio nordcoreano del primo missile balistico intercontinentale. La soluzione della crisi nordcoreana “potrà richiedere più tempo di quanto ci piacerebbe, ma ci sarà un successo in un modo o nell’altro”. Un incontro dal tono cordiale anche per Xi che aveva parlato di “nuovi progressi” nella relazione con Washington, “nonostante alcune questioni sensibili”. Le aspettative degli Usa per il coinvolgimento di Pechino nella risoluzione del problema nord-coreano “sono immutate”: lo aveva puntualizzato giorni prima scorso il capo della diplomazia, Rex Tillerson. “Non abbiamo abbandonato le speranze”, aveva dichiarato, definendo gli sforzi Usa una “campagna di pressione pacifica” su Pyongyang.

L’incontro tra Xi e Trump ha messo a tacere i “signornò” dell’Occidente, scriveva in un editoriale il Global Times. Ci sono state frizioni sulla questione di Taiwan e sul Mare Cinese Meridionale, ammetteva il Global Times, “ma l’incontro Xi-Trump rinnega simili speculazioni, e sembra spingere l’atmosfera sino-statunitense di nuovo ai livelli dei colloqui di Mar-a-Lago”. Il tabloid cinese aveva poi sottolineato la distanza tra gli Usa e gli altri membri del G20 sul clima. Al primo Comprehensive Economic Dialogue che si è tenuto a Washington tra Usa e Cina il 21 luglio, almeno in via ufficiale, non è stata affrontata la spinosa questione nordcoreana.

Ma i tweet di Trump contro la Cina del 29 luglio lasciano trapelare nuove frizioni diplomatiche tra le due sponde del Pacifico.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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