TwitterFacebookGoogle+

“Perché i saperi indigeni possono salvare il pianeta”

I batua del Congo che vivono esclusivamente di caccia e raccolta di frutti selvatici, i nomadi amazigh del Marocco. I magar del Nepal, gli igorot delle Filippine. Gli inuit delle immense distese ghiacciate dell’Artico, i mapuche del Cile. Insieme a una vastita’ di altri Popoli indigeni, questi sono i guardiani delle risorse naturali della terra e depositari di tradizioni millenarie, i cui saperi possono aiutare le cosiddette società avanzate a salvarsi da inquinamento, effetti del surriscaldamento climatico, aumento della povertà. Quarantacinque di loro, in rappresentanza di oltre trenta comunità, sono a Roma per partecipare al terzo incontro globale del Forum dei popoli indigeni ospitato dall’Ifad. Un appuntamento biennale – la tre giorni si chiude lunedì – per promuovere e facilitare il dialogo tra l’Ifad, agenzia specializzata delle Nazioni Unite, e i rappresentanti delle organizzazioni dei popoli indigeni di tutto il mondo. E martedì una piccola delegazione sara’ ricevuta da Papa Francesco in Vaticano. 

Alla (difficile) ricerca della sostenibilità
 

Antonella Cordone, specialista tecnico e coordinatrice per le questioni indigene e tribali dell’Ifad, ci spiega l’importanza dell’appuntamento e perché i saperi indigeni possono salvare il pianeta. Partendo da un presupposto: “Se stiamo parlando di un mondo in cui unico dio è lo sviluppo economico – spiega – le comunità indigene ci stanno dicendo che anche loro vogliono uno sviluppo economico, ma che deve tenere dentro la reciprocità con l’ambiente. Sono loro quelli che a oggi ancora riescono ad avere una sostenibilità sociale, economica e ambientale grazie ai sistemi di vita che hanno mantenuto per secoli”. Secondo Cordone dunque va cambiata la narrativa sui popoli indigeni: “Le comunità indigene non sono nate povere, ma sono state impoverite da molti dei sistemi di sviluppo messi in pratica sulle loro terre. Perché loro non le hanno più le loro terre: le risorse sono state depauperate e vengono sempre piu’ minacciate proprio perche’ sono le più ricche in assoluto”. Quindi in qualche modo gli siamo debitori. Inoltre oggi gli effetti del surriscaldamento climatico minacciano anche noi. E seppure queste comunità ci sembrano estremamente lontane (dal nostro stile di vita, ma anche da nostro modo di essere ‘civilizzati’ e moderni), c’è un filo rosso che ci lega. Perché le strategie dei popoli indigeni rappresentano (o meglio dovrebbero rappresentare) un prontuario per l’adattamento all’innalzamento delle temperature: dai sistemi di scambio di semi autoctoni dall’alto valore nutritivo, al cambio delle strategie di caccia per far fronte alla riduzione delle popolazioni di certi animali.

Imparare ad ascoltare

Per questo, continua Cordone, “occorre supportarli rispettando il loro stile di vita, riconoscendo i loro diritti alle terre e territori in cui vivono e ascoltando quello che hanno da dirci”. Secondo l’esperta, il supporto alle economie dei popoli indigeni “deve essere per questo olistico e integrato. Deve prendere in considerazione il sociale, l’economico, l’ambientale e anche lo spirituale verso uno sviluppo solidale. Solidale con la madre terra e con un utilizzo delle risorse che sia davvero sostenibile”. Imparare dai popoli indigeni, dunque, “diventa per noi fondamentale non solo per meglio tutelare i loro sistemi alimentari tradizionali attraverso i nostri programmi e progetti, ma per noi stessi e per il nostro futuro”. Per aiutarci a capire fino in fondo il valore e l’importanza dei saperi tradizionali, Antonella Cordone, fa un paragone: “Parlando di questo argomento non si puo’ non pensare all’Italia: l’Italia è conosciuta in tutto il mondo grazie ai suoi prodotti e grazie alla grande sapienza artigianale italiana: nel cibo, nelle tessiture, nelle scarpe, nella moda e in tanti altri settori che rappresentano l’eccellenza del Made in Italy. E queste comunità i loro saperi tradizionali se li portano dietro da millenni”.

Nel 2017 ricorre il decimo anniversario dell’adozione della dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni (Undrip). Nell’ambito dei lavori del Forum saranno anche discussi i progressi compiuti negli ultimi dieci anni, le opportunita’ per migliorare le condizioni economiche dei popoli indigeni, in particolare quelle di donne e giovani, e come si possa contribuire a raggiungere gli obiettivi per lo sviluppo sostenibile fissati dall’Agenda 2030.

 

Per approfondire:

Ifad – The Traditional Knowledge Advantage
Onu – Declaration on the Rights of Indigenous Peoples

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

Questo sito non rappresenta una testata giornalistica; viene aggiornato saltuariamente e non può quindi considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge 62 del 07/03/2001. Inoltre viene utilizzato materiale tratto da siti/blog che possono essere ritenuti di dominio pubblico. Se per qualsiasi motivo gli autori del suddetto materiale, o persone citate nello stesso non gradissero, è sufficiente una email all'indirizzo apocalisselaica[@]gmail.com e provvederemo immediatamente alla rimozione.