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Perché il primo raid dell'era Trump è stato un disastro sul campo e sui media

Non è chiaro se si sia trattato di uno dei “fatti alternativi” che la Casa Bianca vuole diffondere o di una semplice gaffe, ma dal Pentagono è partita una sostanziale bufala con l’obiettivo di dimostrare che la prima operazione militare sul terreno ordinata da Donald Trump è stata stata un successo. Il filmato che certifica la riuscita dell’attacco compiuto in Yemen alla fine di gennaio e che è stato diffuso dalla Difesa americana, è vecchio di almeno dieci anni e facilmente reperibile in rete, per esempio su Site, sito di analisi sul terrorismo. Per capire cosa sia successo, però, bisogna raccontare la storia.

La versione ufficiale

Nella notte tra il 28 e il 29 gennaio nel mirino della Difesa e dell’inteligence americana c’è un covo di al-Qaeda nella provincia yemenita di al-Bayda, nel sud del paese arabo. Bombardato l’edificio, in cui si riteneva alloggiasse il capo terrorista Abdoulraouf al-Dahab, una squadra composta da sei Navy Seal si è avventurata sul terreno, ha ingaggiato una battaglia di circa un’ora con gli occupanti della casa e l’ha vinta. Il bilancio, secondo la dichiarazione rilasciata il 29 gennaio dal presidente americano, registra “l’uccisione di 14 membri di Al Qaeda nella penisola arabica” e un bottino importante dal punto di vista dell’intelligence, ovvero elementi necessari all’antiterrorismo per analizzare le prossime mosse del nemico. Ma con un bilancio pesante: la morte di un marine, William Owens, e il ferimento di altri tre.

Cosa è successo in realtà

Nelle ore successive emergono altri particolari, che progressivamente smontano la versione del Pentagono. “E’ andato tutto male”, dice una fonte militare a Nbc. Nell’attacco, condotto da un ‘Team 6’ (la stessa forza di elite che uccise Osama bin Laden), sono rimaste uccisa Nora, 8 anni, figlia di Anwar al-Awlaki – il capo terrorista liquidato cinque anni prima in un attacco aereo americano – e altre donne, definite dal Pentagono “combattenti”. “Mia nipote Nora era con sua madre quando si è scatenato l’attacco, e nella casa c’erano altri bambini, che sono morti insieme a loro. I marines sono poi entrati in un’altra casa e hanno sparato a chiunque si trovasse la dentro, incluse le donne, tra cui un’insegnante. Poi hanno bruciato l’edificio”, ha raccontato a Nbc il nonno, Nasser al-Awlaki, ex ministro dell’Agricoltura dello Yemen. Al-Awlaki ha riconosciuto la nipote tra le foto di bambini uccisi postate sul web qualche ora dopo l’attacco da fonti che non è stato però possibile verificare.

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Troppa fretta, Mr President

Secondo diverse organizzazioni dei diritti umani e fonti locali, afferma il Telegraph, in quell’attacco sono morte almeno 23 civili, tra i quali 10 bambini, e la stessa operazione era stata messa a punto senza che vi fosse stata una seria valutazione delle condizioni di sicurezza sul terreno. Donald Trump e il suo team avevano voluto accelerare, seppur senza le necessarie informazioni di intelligence o il sostegno sul terreno, rivela il New York Times.

La decisione di intervenire era stata presa durante una cena il 25 gennaio, cinque giorni dopo l’insediamento di Trump. Il presidente era con i suoi consiglieri speciali, tra i quali il genero Jared Kushner, Steve Bannon e il segretario alla Difesa Jim Mattis. Secondo quanto riferito dalle fonti, gli abitanti del villaggio si erano accorti che stava per succedere qualcosa, perché i droni volavano troppo basso; le forze speciali, apparentemente senza il sostegno di informazioni di intelligence, si sono quindi trovate contro posizioni nemiche estremamente rafforzate, terreni minati, fuoco pesante proveniente dagli edifici circostanti durante tutti i 50 minuti di durata dello scontro; un velivolo giunto in soccorso e abbattuto è stato distrutto deliberatamente da un Navy Seal per impedire che finisse nelle mani del nemico.

Un disastro sul campo e una figuraccia sui media

Ma al fallimento della missione si accompagna anche una figuraccia mediatica. La missione, ricorda il quotidiano britannico, era già stata preparata durante l’amministrazione Obama, ma non era stata approvata dall’ex presidente, probabilmente perché non sicura. Il pressing dei media ha spinto il Pentagono a diffondere, e poi a ritirare con tanto di scuse (“Non sapevo fosse un vecchio file”, ha detto il portavoce di Centcom – Comando centrale usa in Medio Oriente- John Thomas) il filmato di un segmento di quella che il portavoce della Casa Bianca, Sean Spicer, aveva definito “una incredibile quantità di elementi necessari all’intelligence per prevenire attacchi e morte suol suolo americano”. ma in realtà altro non era che “Come distruggere la croce”, un video in cui un terrorista insegna a costruire ordigni e che era stato postato nel forum di qaedisti Al-Ekhlass il 23 ottobre 2007. Quasi dieci anni prima del disastroso esordio di Trump come comandante in capo.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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