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“Perché non ho social? Sono una droga, e nessun politico può permettersela”

“Una volta ho partecipato ad una diretta Facebook. Mi hanno detto che aveva avuto dei numeri pazzeschi in termini di condivisioni e like. Fui preso da una irrefrenabile curiosità di capire cosa fosse successo. Ho cominciato a leggere qualche commento. Ma capii subito che non l’avrei più fatto. Era bellissimo, ma era come una droga. E per un politico essere dipendente da una droga che condiziona le tue scelte può essere letale”.

In un’intervista a Il Foglio di Claudio Cerasa, il ministro dell’Interno Marco Minniti spiega la sua visione della politica al tempo dei social network. Lui, che di social network non ne usa nemmeno uno. Niente Facebook, niente Twitter, niente Instagram. L’unico politico in Italia a non averne nemmeno. Ma anche uno dei ministri più apprezzati degli ultimi anni (41% secondo gli ultimi dati). Un politico che li mette al centro delle proprie scelte mina il concetto di politica, ma anche quello di democrazia. Per questo se ne sta lontano.

“Credo sia arrivato il momento di fare uno sforzo, di ribaltare alcuni equilibri e di smetterla di porre la politica alle dipendenze di un social network: di filtri che possono diventare specchi deformi”. La sua teoria degli specchi deformi la spiega più avanti nell’intervista: “I social hanno cambiato profondamente sia la comunicazione sia i processi di formazione della coscienza individuale” spiega il ministro.

Tutto avviene velocemente. I feedback sull’operato di un politico sono immediati. Ma questo non è un bene per chi fa politica, perché è indotto a pensare “che il consenso relativo – ovvero quello che riscuoti nella tua cerchia di amici – corrisponda al consenso assoluto” costituendo una sorta di “democrazia bonsai […] il cuore della democrazia è avere rapporti con quelli che non la pensano come te”. Quello che chiama ‘lo specchio deformante’ sarebbe quindi una specie di comfort zone nel quale il politico sui socia si siede, sicuro che i like siano indice del suo successo”. Se avesse badato ai social probabilmente non avrebbe preso alcune delle decisioni importanti che ha preso, spiega al Foglio. Che poi si sono rivelate positive, almeno agli occhi dell’elettorato.

Ma nessuna relazione tra il proliferare del populismo e i social network: “Il populismo è un fenomeno che ha sempre accompagnato le democrazie e provare a spiegare l’evoluzione del populismo attraverso gli strumenti della tecnologia lo trovo pigro”, spiega Minniti, ma invece ha aperto al populismo l’incapacità da parte dei politici di diventare un argine, un contrappeso al rumore di fondo dei social. Spesso assecondandone gli istinti invece che smorzarli. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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