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Perchè Trump è un rischio per l'economia messicana

di Francesco Russo

Roma – Il Messico è sicuramente uno dei Paesi che ha guardato con la maggiore preoccupazione alla vittoria di Donald Trump alle elezioni presidenziali in Usa. Non tanto per la promessa del magnate di costruire un muro al confine (in realtà già in parte esistente) per tenere lontani gli immigrati irregolari e farlo pure pagare al Paese latinoamericano, quanto per l’intenzione di ridiscutere, se non cancellare, il North American Free Trade Agreement (Nafta), l’accordo di libero scambio tra Stati Uniti, Messico e Canada in vigore dal 1994. La reazione dei mercati il giorno dopo il voto in Usa fu eloquente: il peso precipitò ai minimi storici nei confronti del dollaro e la borsa messicana segnò forti perdite mentre gli altri mercati finanziari si riprendevano dallo shock iniziale.

A rischio il Nafta, per Trump ‘il peggior accordo di sempre’

In campagna elettorale Trump definì il ‘Nafta’ come “il peggior accordo di sempre”, minacciando di uscirne se Canada e Messico non avessero accettato di riformularlo. Secondo l’immobiliarista newyorchese e il suo approccio protezionista, l’intesa è andata a vantaggio del Messico e ha portato le aziende statunitensi a delocalizzare risorse oltreconfine. Il ‘Nafta’ e’ stato in effetti un enorme volano per il Messico, il cui Pil è passato dai 527 miliardi di dollari del 1994 al record storico di 1.295 miliardi di dollari del 2014, più che raddoppiando in vent’anni.


  • L’80% dei ricavi delle esportazioni messicane arriva dagli Stati Uniti,
  • Negli Usa i posti di lavoro di 6 milioni di persone dipendono dagli scambi commerciali con il Messico.
  • Il valore delle esportazioni messicane verso gli Usa sono salite dai 39,9 miliardi di dollari del 1993 (l’anno prima l’entrata in vigore del ‘Nafta’) a 294,7 miliardi di dollari nel 2015, un aumento del 639%.
  •  Nello stesso periodo le esportazioni di beni ‘made in Usa’ in Messico sono invece passate da 41,6 miliardi di dollari a 240,3 miliardi di dollari, un incremento del 478%

Prese di posizione opposte

Trump ha minacciato di portare al 35% i dazi sui prodotti ‘made in Mexico’, ipotesi che ha causato grande preoccupazione tra gli imprenditori del Paese. Nondimeno, appare molto difficile che Trump possa uscire dal ‘Nafta’, dato che tale intento si scontrerebbe con un forte e prevedibile ostruzionismo del Congresso. Il governo messicano si è detto aperto a “modernizzare” il Nafta ma non intende rinegoziarlo.

Le rimesse degli emigrati valgono il 2% del Pil

Una stretta di Trump sull’ingente immigrazione dal Messico agli Stati Uniti avrebbe effetti negativi sull’economia del Paese anche solo per le conseguenze sulle rimesse degli emigrati, che contano, secondo i dati di Fitch, per il 2% del Pil messicano. Gli Stati Uniti sono inoltre di gran lunga il maggiore erogatore di investimenti esteri diretti (Fdi) in Messico, saliti da 17 miliardi di dollari nel 1994 a 92,8 miliardi di dollari nel 2015. Molto minori i flussi di ‘Fdi’ dal Messico agli Usa, pari a 16,6 miliardi di dollari nel 2015.

L’incognita dei piani di Trump

Per gli operatori economici, il vero rischio non è che Trump metta in pratica tutto quello che ha promesso in campagna elettorale, ma che si riveli un presidente molto più moderato e pragmatico di quanto sia apparso finora. L’imprenditore costituisce ancora una colossale incognita e non c’è niente i mercati temano quanto l’incertezza. “Dovremo affrontare mesi di volatilità e incertezza mentre il nuovo governo di Washington si insedia e capiremo se Trump sarà in grado di costruire qualcosa di buono sulle promesse e sulla retorica sciagurata della sua campagna elettorale”, ha commentato l’ex vice ministro degli Esteri messicano, Andres Rozental.

Il crollo del peso e il rischio inflazione

Il governatore della banca centrale messicana, Agustin Carstens, pochi giorni prima delle elezioni in Usa annunciò di avere un “piano di contingenza segreto” nel caso di una vittoria di Trump. Carstens non spiegò nulla del contenuto del piano ma annunciò di averne già discusso con il ministero delle Finanze. Nell’immediato, appena giovedì scorso l’istituto ha alzato i tassi di interesse dal 4,75% al 5,25% per scongiurare un balzo dell’inflazione, un rischio molto concreto dato il forte deprezzamento del peso, che solo nel giorno dell’annuncio del verdetto delle urne perse oltre il 12% del proprio valore, toccando i minimi di sempre nei confronti del biglietto verde, salito oltre quota 20 pesos.

Il prossimo direttivo di politica monetaria della banca centrale messicana si terra’ il 15 dicembre, il giorno dopo il vertice nel quale la Fed dovrebbe alzare i tassi di un quarto di punto, mossa alla quale Citta’ del Messico dovrebbe replicare con un’ulteriore stretta, per evitare eccessive turbolenze valutarie. Il quadro dell’inflazione, poco al di sopra dell’obiettivo del 3%, rimane comunque, al momento, sotto controllo.

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