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Perché ai ragazzi non serve un anno di scuola in meno ma cent’anni di libri in piu’

Articolo di Stefano Bartezzaghi (Repubblica 27.8.17) “L’appello di Asor Rosa e l’urgenza di una riforma: per capire il presente non si può ignorare il Novecento . Leggere non è solo quella attività noiosa, ma buona: è saper trovare un senso a quanto si ha davanti” // si riporta anche l’articolo di Asor Rosa citato “La scuola nella mani dei barbari”  LEGGI DI SEGUITO

“”«Val più la pratica della grammatica»: era tradizionalmente la massima-rifugio dell’incultura (a pari merito con «meglio un asino vivo che un dottore morto »); oggi si impone come insegna quasi eroica della scuola italiana. Negli ultimi decenni la tendenza è stata quella di ritoccare e complicare le diverse leggi e regole che sovrintendono il funzionamento della scuola: quindi, la sua grammatica. Ma se finora la scuola media superiore ha mantenuto e qui e là superato i livelli di decenza è stato invece per la pratica, volontaria e scarsamente retribuita di quei presidi e professori che, come amano ripetere, «ci credono ancora». Quindi sbrigano al meglio incombenze e tortuosità burocratiche e liberano tempo prezioso per fare qualcosa che realmente avvicini la scuola alla vita. Ieri, su queste pagine, Alberto Asor Rosa ha mostrato come siano inconsistenti gli obiettivi che si vogliono raggiungere aggiungendo due anni all’obbligo scolastico e togliendone invece uno al corso della scuola media superiore. «Non un anno in meno, ma un secolo in più», ha giustamente obiettato. I ragazzi che oggi si diplomano e si rivolgono o all’università o al faticoso accesso al lavoro sanno, eventualmente, qualcosa del secondo Novecento solo grazie alla pratica di qualche insegnante, non certo per merito della grammatica dei programmi scolastici. Non si potrà pretendere che questi cittadini siano poi consapevoli dell’importanza o anche solo della pertinenza dei problemi che agitano la contemporaneità. Ambiente, geopolitica, migrazioni, economia, new media, Europa… E la storia italiana? Chi insegna all’università sa che non può dare per nota alcuna nozione al proposito: non piazza Fontana, non Aldo Moro, non le conseguenze italiane della caduta del Muro di Berlino, non la «discesa in campo» di Silvio Berlusconi. Si rischia quel che capitò a un collega, che all’esame si sentì dire che Pietro Ingrao era stato un pioniere dell’informatica italiana. A lezione aveva sbadatamente parlato dell’importanza di Ingrao nel Pci, senza pensare all’omofonia con il Pc fatto di hardware e software, certo più alla portata della platea che lo ascoltava.
Non sono, queste, solo le meste storielle che si raccontano i professori, scuotendo la testa e dicendo «ai miei tempi». Sono il logico risultato di politiche scolastiche e culturali campate per aria, rivolte a vaghi risultati economici e del tutto ignare di (o disinteressate a) ciò per cui sarebbe impensabile abolirla del tutto, la scuola superiore.
Chi la frequenta ha l’età in cui finalmente si può «leggere ». Se ne hanno già gli strumenti e si ha ancora la massima duttilità mentale. Leggere non è infatti quell’attività noiosa ma tanto civile e buona che le campagne a favore «del libro » a volte ritraggono. È saper trovare il senso a quanto ci sta davanti, si tratti di un libro o di qualsiasi altro fenomeno. Da leggere, a scuola, ci sarebbe nientemeno che il secondo Novecento, con la sua storia, la sua arte, la letteratura, la filosofia, la scienza. Non si tratta di una partita fra tradizionalisti e “nuovisti”, cioè di sostituire o meno Albinati a Petrarca o Bauman a Machiavelli. Si tratta, al contrario, di togliere Petrarca e Machiavelli dal museo, mostrando come siano presenti nella contemporaneità anche attraverso le opere e le parole di scrittori, artisti, studiosi, scienziati viventi.
È probabile che un nuovo canone del Novecento, articolato e mirato alla contemporaneità, non possa occupare meno di un anno di scuola superiore. Invece che amputarla sarebbe allora meglio trasformarla e di quell’anno in meno fare il secolo in più: il secolo che manca alla scuola di oggi, malandata nelle strutture ma non nell’intelligenza di chi la fa davvero, ogni giorno, in aula.””

Articolo di Alberto Asor rosa (Repubblica 26.8.17)
“”Si parla sempre più spesso ma sempre più superficialmente della scuola in Italia. Per esempio: l’allungamento dell’obbligo fino a diciott’anni. Come? Perché? In quale modo? Non una parola di spiegazione sulla riforma (si vedano gli articoli di Mariapia Veladiano e Alessandro Rosina, su Repubblica giovedì e ieri). Se però si entra nel merito, e si passa al già programmato, la situazione appare ancora peggiore. È infatti ufficiale che con l’anno scolastico prossimo inizierà la sperimentazione per ridurre gli anni delle scuole medie superiori italiane da cinque a quattro. È la riprova che siamo nelle mani dei barbari. Anzi, più esattamente, di barbari incolti.
Siccome nessuno può persuadere qualcuno che sia possibile studiare meglio la stessa mole di contenuti ed esperienze scientifico- disciplinari in un tempo più breve, restano tre motivazioni, abbondantemente propagandate, e cioè: 1. La minore spesa d’investimento; 2. Il più rapido avvio dei giovani al mercato del lavoro; 3. Il cosiddetto “allineamento” all’Europa.
Vediamo. 1. La spesa d’investimento nella cultura e nella formazione è drammaticamente sempre più bassa in Italia. L’attacco portato in questo senso all’Università nel corso degli ultimi anni è impressionante. Direi dunque che la logica è sempre la stessa: si cerca di omogeneizzare la scuola media superiore all’Università: minore spesa, maggior profitto (profitto di che?). 2. Si legge da tutte le parti, con dati ben fondati, della drammatica situazione dei giovani nell’attuale mercato del lavoro italiano: spedire di anno in anno una leva anticipata di un anno servirebbe a migliorare la situazione? 3. In Europa ci sono situazioni diverse, e in ogni caso il puro “allineamento”, come dice la parola stessa, sarebbe destinato a rappresentare una pericolosa frattura con bisogni e tradizioni della cultura italiana, sia scientifica sia umanistica.
Il vero problema dunque è un altro. A cosa serve la scuola media superiore? In ciascuna delle sue branche — modi e finalità diversi, certo, ma che alla fine dovrebbero risultare il più possibile convergenti — serve a due cose: orientare con tutti gli strumenti disciplinari necessari all’esercizio di una professione e/o alla scelta consapevole di una facoltà universitaria; ed egualmente — o forse soprattutto — formare nei giovani una cultura sufficientemente approfondita e consapevole, sia scientifica che umanistica, ripeto, che consenta loro di affrontare in maniera (discretamente) matura i mille problemi della società contemporanea, politici, tecnologici, economici, culturali in senso lato e, soprattutto, umani, nel senso estensivo del termine. La domanda da porsi, dunque, è: che cosa si può fare per innalzare il cosiddetto trend di addestramento e formazione che la scuola media superiore italiana trasmette ai suoi studenti?
Una buona scuola è fatta d’insegnanti ben preparati e consapevoli del ruolo fondamenta le che svolgono e di buoni programmi. Un programma scolastico, vuoi di matematica vuoi d’italiano, vuoi di scienze vuoi di filosofia, è la ricaduta operativa di un’alta informazione e al tempo stesso di un’attenta rispondenza ai bisogni della società in mutamento, oggi più rapidi e sostanziali che in altre stagioni. Fino a che punto questa ricaduta oggi si verifica?
È di questo che oggi bisogna parlare: con gli esperti, ma anche, anzi in primo luogo, con gli stessi professori della scuola media superiore. Propongo per farmi capire un solo esempio. Ho “fatto” la mia maturità nel 1951 (ahimè!). In quegli anni il programma di letteratura italiana si concludeva pressoché ovunque con i tre numi del tardo Ottocento primo Novecento: Carducci, Pascoli, D’Annunzio. Già allora, dunque, molto in ritardo rispetto agli svolgimenti successivi. Ma non così tanto come accade oggi.
I centoventi anni che ormai ci separano dall’inizio del secolo che convenzionalmente definiamo Novecento non sono ancora entrati a pieno titolo — anzi spesso non sono entrati per niente! — nei programmi scolastici di cui stiamo parlando.
Dunque, il problema va rovesciato rispetto a come viene attualmente posto: invece di diminuire i corsi di un anno, si tratta di far entrare un secolo in più nei programmi.
Innovando, ma non distruggendo, si potrebbero riformulare i programmi dell’intero corso quinquennale, attribuendo all’ultimo anno il compito pressoché esclusivo d’investigare questi ultimi cento anni, decisivi per far capire ai giovani chi siamo e con cosa abbiamo a che fare. Portare la storia fino alla globalizzazione; consentire di leggere e approfondire, al pari di Cavalcanti e dei Promessi sposi, Primo Levi, Gadda, Pasolini, Calvino, de Céspedes e Ginzburg e — perché no? — Tabucchi e Del Giudice; accostarsi consapevolmente a filosofia, politologia, sociologia dell’ultimo secolo; avere una nozione precisa dello svolgimento storico delle scienze, di tutte le scienze, in questo periodo decisivo; conoscere per la prima volta (più o meno, suppongo) la storia dell’arte e della musica del Novecento (formidabili!).
Certo, i professori, per affrontare questo allargamento e questa “modernizzazione” dei programmi dovrebbero studiare un po’, ma ne varrebbe la pena. Non esistevano una volta i benemeriti corsi di aggiornamento? Sì, ma costavano troppo.””

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