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Perché al Sud si sorride ai Borbone dopo il successo M5s?

Non è dei politologi il sorriso più attendibile dopo la visita della famiglia reale borbonica al presidente americano. Piuttosto è quello esibito da Carlo e consorte con Donald Trump nelle foto assieme postate sul sito della Real Casa, su media e social network. Un re che non ha ereditato un regno ma una ipoteca storica pesante: il diritto di pretenderlo, serbato a costo della perdita dei beni da Francesco II, avo di Carlo e l’ultimo che sul trono delle Due Sicilie sedette, prima di esserne scalzato da una guerra non dichiarata, da un plebiscito combinato e da un’unificazione condotta più come un’annessione.

Carlo di Borbone, con il titolo di duca di Castro (lo stesso che volle darsi, nel sesto anno di esilio romano, Francesco II sciogliendo il Ministero), non ha mai avanzato la pretesa di riportare indietro l’orologio storico. Sono anni che opera invece a intercettare la revisione della storia, ormai politicamente trasversale, e a sviluppare un ruolo di autorità morale nei confini dell’ex Regno delle Due Sicilie. Per iniziativa del Sacro Militare Ordine Costantiniano di San Giorgio, di cui è gran maestro, il duca di Castro svolge opera di filantropia e interventi sociali nel campo della scuola, della salute, dell’assistenza alla povertà.

‘Il lato B’ della storia

Rivendica allo stesso tempo quella riscrittura della storia compilata dai vincitori e che dell’epopea risorgimentale vide solo il ‘lato A’, quello di Garibaldi sul cavallo bianco e dei giovani prodi immolatisi per l’ideale dell’unità d’Italia. I massacri dei “briganti” (nella realtà, spesso, insorgenti contadini e lealisti borbonici) e di innocenti civilli, le spoliazioni finanziarie e industriali del Sud, il trasferimento di ricchezze al Nord, l’alimento a mafia e camorra nelle prime incerte fasi del Regno d’Italia sono stati oggetto di sempre più numerosi e attenti studi. Anche su quelli, non comprendendo i riflessi politici che avrebbero prodotto, si fecero un sorriso i politologi: sugli scritti e le opere di Angelo Manna (poi deputato del Msi), di Nicola Zitara (che veniva dal socialismo del Psiup) e prima ancora sui libri di Carlo Alianello (che ispirarono anche lo sceneggiato televisivo “L’eredità della priora”).

In scarsa considerazione furono presi pure gli artisti, da Carlo d’Angiò a Eugenio Bennato, e modesto rumore fecero i saggi giornalistici del piemontese Lorenzo Del Boca su una materia molto più sviluppata nella ricerca certosina di Gigi Di Fiore. Quando Pasquale Squitieri, ispirato non solo da questi materiali, ma dalle ricerche dello storico Franco Molfese portò a cinema “Li chiamarono… briganti” (1999), ricostruzione emozionale ma assai filologica dell’insorgente Carmine Crocco, al film furono praticamente inibite le sale.

Il movimento neoborbonico, negli anni Novanta, era ancora liquidato come folklore nostalgico, per cui nessuno se la prese se lo scrittore Riccardo Pazzaglia (rinomato per Arbore, ma che fece tanto di più) mise le parole all’Inno Reale musicato nel Settecento da Giovanni Paisiello. Qualche congiuntura, o forse una maturazione che prima non poteva giungere, regalò molto successo al saggio d’esordio di Pino Aprile “Terroni” (2010), mentre il Sud – borbonico o meno – riacquisiva la consapevolezza trasversale di un’azione concreta dopo i tanti studi, che avevano scavato rigo su rigo la breccia di cui la politica non s’era accorta o aveva sottovalutato. Neanche quando sugli spalti dello Stadio San Paolo si fischiava all’inno di Mameli nelle partite della Nazionale o fu interdetto il bianco vessillo borbonico. Né quando alcuni sindaci hanno cominciato a smantellare la toponomastica risorgimentale sostituendola con nomi dinastici Borbone.

I confini del M5S

Molti sorrisi e indifferenza si sono spenti il 4 marzo scorso, quando i colori dei collegi vinti dal Movimento 5 Stelle hanno riprodotto, in giallo, gli antichi confini delle Due Sicilie. Non in nome di un’ideologia – non c’è – ma raccogliendo un premio che il Mezzogiorno offriva a chi se lo prendeva.

Quattro giorni dopo, l’8 marzo, perché la visita a Trump non sappia d’improvvisata, la campanella che apre le contrattazioni a Wall Street la scuoteva la duchessa di Castro, Camilla, come ambasciatrice alle Nazioni Unite della Women for Peace Association. E il duca di Castro, intervistato dalla ‘Voce di New York’, commentava con laconica ma densa frase i risultati elettorali: “E’ probabile che questo voto sia un segno, da parte dei popoli del Sud, al tempo stesso di insofferenza e di volontà di cambiamento”.

Nessun endorsement, per carità. Nessuna voglia di un intervento diretto. Però l’atteggiamento che pertiene ai re: rappresentare super partes l’identità di tutti: “La nostra Casa Reale è radicata nel Meridione. Esprime la grande cultura, politica e amministrativa dei Borbone, che per lunghi tratti di storia sono stati sinonimo di amministrazione efficiente, buon governo, mecenatismo, innovazione e opere di bene”. Ora,  “è innegabile che ormai si è creato un gap nella distribuzione del benessere e della ricchezza in Italia, che penalizza il Meridione. È anche evidente che, senza il rilancio del Sud, è tutta l’Italia a essere penalizzata e a rischiare di non agganciare la ripresa. Colmare i ritardi è fondamentale”.

Sarebbe piaciuto all’ex stratega di Trump, Steve Bannon, l’incontro in Florida con Carlo di Borbone. Perché la gente delle ex Due Sicilie è differente dai francesi: non cacciò il re (tantomeno lo avrebbe decapitato). Gli fu tolto. Nel proclama dell’Immacolata del 1860, Francesco II prometteva ai meridionali “tempi più felici”. Non si sono ancora visti. Ma era già quella una promessa contro la politica. Il monarca non parlava alle cancellerie ma “ai popoli”. Gettando semi che qualcuno coglie o, forse, coglierà. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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