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Perché dilaga l’integralismo

Che l’integralismo religioso sia un fenomeno in forte ascesa costituisce un dato di fatto che non credo sia passibile di replica. Ciò su cui vorrei concentrare la mia riflessione, però, rappresenta un aspetto poco indagato in senso critico ed analitico: le responsabilità della formazione teologica in ordine all’affermarsi di un’accezione dogmatica della fede cristiana. Dico questo perché l’integralismo non è un fenomeno che interessa esclusivamente l’islam; e nemmeno, sebbene ciò possa destare una certa sorpresa, si tratta di un aspetto che riguarda solamente il fondamentalismo cristiano di stampo neo-pentecostale. L’integralismo è una struttura portante dell’ortodossia cristiana, la quale viene riproposta acriticamente in seno ai percorsi di formazione della maggior parte delle facoltà teologiche e dei seminari ecclesiastici.

I limiti di tale formazione sono a mio avviso riconducibili a tre elementi principali. In primis, la stretta interdipendenza che lega le facoltà teologiche alle rispettive denominazioni ecclesiastiche, il che inficia inevitabilmente la potenzialità critica ed innovativa del lavoro di ricerca, condannato a muoversi entro gli angusti perimetri della conformità dottrinale. Non è possibile svolgere un lavoro scientificamente attendibile se i risultati della ricerca devono necessariamente approdare a conclusioni predefinite. L’indagine teologica, se viene svolta come servizio all’istituzione di appartenenza, impedisce ogni rinnovamento non soltanto del pensiero, ma anche della struttura ecclesiale. È per questo che la conformità dottrinale costituisce un requisito indispensabile del teologo “allineato”, al quale non viene richiesto di problematizzare, bensì di sostenere, prescindendo dai risultati della sua ricerca, il sistema di riferimento teoretico e politico-istituzionale.

In seconda istanza, la limitazione che caratterizza la formazione teologica è in massima parte dovuta all’estraneità al contesto sociale che connota tanto la vita degli studenti quanto il piano di studi. Le facoltà teologiche sono il più delle volte corpi estranei, immersi in un sistema di funzionamento in tutto e per tutto autoreferenziale, che si limita a riprodurre e a rinsaldare strutture ideologiche così come organizzative per lo più appartenenti al passato ed impermeabili alla complessità che caratterizza la “modernità liquida”.

Infine, la limitazione più evidente riguarda il fatto che le facoltà teologiche si occupano in maniera quasi esclusiva della preparazione dei futuri ministri di culto: la funzione che esse espletano, pertanto, è assai più istituzionale che non accademico-pedagogica.

In un quadro siffatto l’originalità che dovrebbe caratterizzare ogni ricerca disciplinare degna del nome viene congelata a monte: l’istituzione, difatti, ancor più quella ecclesiastica, richiede fedeltà e continuità, non creatività ed innovazione. L’unica alternativa possibile all’autoreferenzialità ecclesiastica è rappresentata dallo studio delle scienze religiose, le sole capaci di ridimensionare le pretese di esaustività e di autosufficienza dell’analisi teologica. Sino a quando l’approccio scientifico al fenomeno religioso non godrà del pieno diritto di cittadinanza in seno al progetto formativo delle facoltà di teologia, si continuerà ad alimentare l’integralismo, sia pure quello ammantato di pseudo-liberalismo, che in nessun modo è disposto a mettere in questione i presupposti dogmatici stanti a fondamento delle strutture ecclesiastiche e, men che meno, il tacito, nefasto assunto della presunta (e presuntuosa) “assolutezza del cristianesimo”.

Alessandro Esposito – pastore valdese in Argentina

22 aprile 2015

http://blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it/2015/04/22/alessandro-esposito-perche-dilaga-l%e2%80%99integralismo/

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