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Perché Francesco va a rendere omaggio a don Mazzolari e don Milani

Papa Francesco visiterà Bozzolo (in provincia di Mantova) e Barbiana (in provincia di Firenze) luoghi legati alla memoria di due grandi preti italiani, Don Primo Mazzolari e Don Lorenzo Milani ai quali vuole rendere omaggio con un gesto che indubbiamente rappresenta anche un atto di riparazione a nome della gerarchia cattolica che tanto ha fatto soffrire entrambi. La visita, che si svolge “in forma privata e non ufficiale” avrà complessivamente la durata di 4 ore e mezzo, dunque sarà forse la più breve del Pontificato, ma la sua importanza sarà grandissima: quello di Francesco è infatti un gesto storico perché in ginocchio con il Papa sarà la Chiesa tutta a rendere omaggio a questi due profeti scomodi uniti dall’attenzione ai piccoli e agli ultimi ma anche dal rifiuto tout court dell’uso della forza e della guerra, un atteggiamento che Francesco condivide (basti pensare alla sua condanna senza condizionali del traffico delle armi).

Don Mazzolari, all’Indice

“Lasciate che io vi dica una parola intorno alla guerra. E’ un punto oscuro dell’ umanità, la ricapitolazione di tutte le ingiustizie e di tutti i dolori umani. Però, cari fratelli, vi faccio una domanda: trovatemi una giustificazione che Dio vuole la guerra, perché quando si fanno certe affermazioni bisogna anche documentarle. Voi mi direte: ma i popoli cristiani hanno fatto le guerre… i popoli cristiani sono come tutti gli altri quando dimenticano il Vangelo, anzi, diventano peggiori degli altri? e allora perché volete fare del Padre il massacratore?”, scrisse don Primo Mazzolari in “Tu non uccidere”, che verrà messo all’ indice dal Sant’ Uffizio. Il primo provvedimento di censura dei suoi scritti emesso dalle autorità ecclesiastiche è del 1934, l’ ultimo del 1960, quando Mazzolari era ormai morto.

Don Milani, imputato per incitazione a disobbedienza

Anche peggio andò, riguardo alle sua posizione sugli eserciti armati, a don Lorenzo Milani, che finì sul banco degli imputati e che alla fine fu riabilitato dalla Giustizia italiana quando era già morto. “Dovevo ben insegnare come il cittadino reagisce all’ingiustizia. Come ha libertà di parola e di stampa. Come il cristiano reagisce anche al sacerdote e perfino al vescovo che erra. Come ognuno deve sentirsi responsabile di tutto. In piedi. Signori, entra la Corte”, disse don Lorenzo, che nel processo celebrato a Roma il 28 ottobre del 1967, quasi 50 anni fa, si difese dall’accusa di apologia e incitamento alla diserzione e alla disobbedienza civile, per le quali era stato trascinato in Tribunale. Nella sua “Lettera ai cappellani militari”, il sacerdote in realtà aveva proclamato il diritto all’obiezione di coscienza al servizio militare e il dovere della disobbedienza a ordini sbagliati. Tra un rinvio e l’altro il processo si concluse il 15 febbraio 1966 con la richiesta da parte del pubblico ministero di otto mesi di reclusione per don Milani e otto mesi e mezzo per Pavolini, il direttore di Rinascita la rivista del Pci che autonomamente aveva pubblicato la Lettera di Milani ai cappellani militari. I giudici, dopo tre ore di camera di consiglio, optarono per l’assoluzione, ma il pubblico ministero ricorse subito in appello. Il processo di secondo grado fu fissato il 28 ottobre 1967, ma don Milani morì il 26 giugno.

La venerazione di Francesco per Don Milani

Per don Milani Francesco ha un’autentica venerazione, come ha testimoniato recentemente in un videomessaggio alla Fiera del libro di Milano, nel quale ha descritto la figura di questo sacerdote che amava la Chiesa benché “ferito” da essa. “Non mi ribellerò mai alla Chiesa perché ho bisogno più volte alla settimana del perdono dei miei peccati, e non saprei da chi altri andare a cercarlo quando avessi lasciato la Chiesa”: queste parole del priore di Barbiana, che hanno anticipato di mezzo secolo il Giubileo della Misericordia, Francesco ha voluto ripeterle lui stesso nel videomessaggio trasmesso alla Fiera del libro. “Tutti – ha affermato Francesco – abbiamo letto le tante opere di questo sacerdote toscano, morto ad appena 44 anni, e ricordiamo con particolare affetto la sua ‘Lettera ad una professoressa’, scritta insieme con i suoi ragazzi della scuola di Barbiana, dove egli è stato parroco. Come educatore e insegnante egli ha indubbiamente praticato percorsi originali, talvolta, forse, troppo avanzati e, quindi, difficili da comprendere e da accogliere nell’immediato”. Nel suo videomessaggio il Papa non ha omesso di citare “qualche attrito e qualche scintilla, come pure qualche incomprensione con le strutture ecclesiastiche e civili, a causa della sua proposta educativa, della sua predilezione per i poveri e della difesa dell’obiezione di coscienza. La storia si ripete sempre”. “Mi piacerebbe – ha concluso – che lo ricordassimo soprattutto come credente, innamorato della Chiesa anche se ferito, ed educatore appassionato con una visione della scuola che mi sembra risposta alla esigenza del cuore e dell’intelligenza dei nostri ragazzi e dei giovani”.

Il perché di una visita ‘riservata’

Espressioni analoghe Francesco ha utilizzato in un altro testo bellissimo dedicato al parroco di Bozzolo che Giovanni XXIII chiamava la “Tromba della Val Padana”, la raccolta di articoli di don Primo Mazzolari curata da padre Leonardo Sapienza (il reggente della Casa Pontificia), il Papa ha scritto che “ci farà bene leggere e meditare queste pagine molto attuali. Lui ci ricorda che i poveri sono la vera ricchezza della Chiesa, i poveri sono l’ unica salvezza del mondo!”. Così il parroco di Bozzolo e il priore di Barbiana hanno fatto dell’esilio un trono, la redenzione immanente e la loro voce e il loro silenzio sono rimasti intatti. “Per questo – commenta Stefania Falasca su Avvenire – la visita ‘riservata’ voluta da Francesco a Bozzolo e Barbiana non rientra nel protocollo di un omaggio formale né in un gesto di riabilitazione dei caduti, ma è un atto di resipiscenza profonda, perché è la Chiesa qui a ricapitolarsi. Una Chiesa che non indica le periferie come centro di un nuovo conformismo, ma quell’esilio vissuto, quell’esilio da sé stessi come il luogo inalienabile che fa crescere e rende grande nell’amore e nella fedeltà la Chiesa. Perché quello di Mazzolari e di Milani è stato un amore di uomini liberi, dimentichi di loro stessi. Talmente da renderli disposti per amore di Cristo e come Cristo anche a soffrire le offese e le ingiurie di quegli stessi apparati del conformismo clericale che non hanno sopportato il dono della libertà dei figli Dio, il dono con cui il Mistero stesso ha reso preziosamente uniche le loro vite, a beneficio di tutti”. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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