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Perché Hezbollah combatte in Siria. E preoccupa Assad

Beirut – Bashar al-Assad ha di nuovo la sua Aleppo, perla del nord della Siria, ma a un mese dalla caduta della città emerge sempre più un dato poco rassicurante per il suo regime. Cresce infatti l’importanza e la presenza sul territorio siriano della milizia sciita e filoiraniana di Hezbollah, che dal Libano estende ora la sua influenza ben oltre la Bekaa, verso oriente. La vittoria ad Aleppo, scrive anche Newsweek, non è stata del malconcio esercito siriano: i veri vincitori della battaglia sono gli uomini del “Partito di Dio”. Fino a qualche anno dovevano contare sul fondamentale tramite di Damasco per il proprio approvvigionamento di armi dall’Iran; oggi si ritrovano ad essere una forza militarmente più consistente delle stesse forze armate di Damasco. Secondo alcuni analisti, Hezbollah,considerando la sua grandezza relativamente contenuta è oggi addirittura la più efficace e rilevante forza di terra nel conflitto siriano.

Cinque anni d’intervento oltreconfine

L’ala militare di Hezbollah è presumibilmente attiva in Siria dall’inizio del 2012, quando, in coordinamento con la forza Al Quds dei Guardiani della rivoluzione iraniani, attraversò il confine siro-libanese e prese parte alla battaglia di Zabadani contro il Free Syrian Army (FSA) e Jabhat al Nusra, gruppo affiliato ad Al Qaeda, nel governatorato di Damasco. Quasi contestualmente, reparti di Hezbollah ingaggiarono una battaglia contro il FSA nei villaggi attorno ad al Qusair. Durante tutto il 2012 l’intervento dei miliziani sciiti si limita alle zone vicine al confine tra Libano e Siria. Nel febbraio 2013 si registra la prima offensiva coordinata con le forze aeree dell’esercito di Bashar al Assad, condotta contro i reparti del Free Syrian Army nella stessa area. Dal 2014 – con l’importante battaglia di Qalamoun a maggio – la presenza di Hezbollah in Siria è stabile, continua. La battaglia di Qusair scatena i primi contraccolpi del conflitto all’interno del Libano, con attentati da parte di jihadisti di Al Nusra anche nelle periferie sud di Beirut. Da quel momento in poi, con l’esercito siriano progressivamente più debole, Hezbollah penetra sempre di più all’interno della Siria, coordinandosi dapprima con le stesse forze del regime – a loro volta guidate da consiglieri militari iraniani – e poi, dal 2013, anche con la Russia.Nel 2014, secondo i calcoli, in Siria ci sono circa 4.000 uomini fedeli ad Hassan Nasrallah, che costituiscono circa l’8% del totale dei combattenti del movimento sciita. Aumenta la presenza militare, aumentano anche le perdite sul terreno. Le stime variano molto: secondo Ali Alfoneh del Washington Institute, tra la fine del 2012 e il febbraio 2016 il Partito di Dio ha lasciato sul campo 865 combattenti; secondo l’Osservatorio Siriano per i Diritti umani questo numero ammonta a 1.387; secondo l’intelligence israeliana, si sale fino a 1.500.

La via di Damasco punta a Gerusalemme

L’intervento di Hezbollah in Siria sin dall’inizio si sviluppa secondo quattro direttrici: partecipazione attiva al conflitto, addestramento dell’esercito siriano e delle milizie, supporto logistico e creazione dei presupposti per rafforzare la propria presenza nel sud della Siria, in previsione di un futuro scontro con Israele. Si potrebbe sostenere che Hezbollah combatte in Siria in virtù delle proprie crescenti capacità militari ma in un certo senso è vero anche il contrario: cioè che Hezbollah cerca di accrescere la propria capacità e presenza militare combattendo in Siria, sopratutto nel sud.

 

L’alleanza con i maroniti libanesi

Secondo le stime del Pew Research center, l’indice di popolarità di Hezbollah in Libano è passato dal 38% nel 2011 al 41% nel 2014; Nei quartieri sciiti di Dahieh, periferia sud di Beirut, circa il 95% degli abitanti sosterrebbe l’intervento in Siria, una percentuale che scende al 78% tra gli sciiti nell’intero Libano (una parte dei quali e’ fedele all’altro partito sciita, il movimento di Amal, guidato dal presidente della Camera libanese, Nabih Berri, ndr). All’interno del Libano, mentre era impegnata in Siria, Hezbollah ha ottenuto un altro successo politico: l’elezione, lo scorso 31 ottobre, del proprio alleato Michel Aoun – fondatore del principale partito cristiano maronita del Paese dei Cedri – a presidente della Repubblica.

 

Sempre più in profondità sul suolo di Siria

E’ però interessante notare l’ambivalenza del ruolo di Hezbollah in Siria, in riferimento sopratutto alla sua percezione pubblica. Secondo il Royal United Service Institute inizialmente, come annunciato dal leader Hassan Nasrallah, Hezbollah doveva intervenire per proteggere i confini libanesi e per combattere nelle aree dove sorgono mausolei sciiti, obiettivo dei jihadisti (che considerano gli sciiti sostanzialmente dei miscredenti); il graduale indebolimento dell’esercito fedele a Bashar al Assad, però, ha spinto Hezbollah a guidare sempre piu’ frequentemente le offensive all’interno del Paese, anche in zone non necessariamente a maggioranza sciita. Ciò, se da una parte ha stimolato la percezione dell’importanza di Hezbollah come “avamposto difensivo” del Libano, dall’altra ha generato malcontento, in primis all’interno dello stesso movimento: il protrarsi del conflitto, contestualmente alla diminuzione dei fondi messi a disposizione dell’Iran – nel 2013 il neo eletto presidente moderato iraniano Hassan Rouhani dedica 100 milioni di dollari a progetti infrastrutturali, togliendoli dai fondi annuali da dedicare al finanziamento di Hezbollah – determina una diminuzione dei compensi a favore dei combattenti sciiti in Siria, molto minori rispetto a quelli corrisposti nel 2006 a chi aveva partecipato alla guerra con Israele.

Ora la Russia pensa a una Siria federale

Lo scorso settembre sull’emittente russa Gazeta, è uscita una interessante analisi di Mikhail Khodarenok, colonnello russo in pensione ed analista militare. La tesi di Khodarenok è che l’esercito di Assad è oggi cosi’ debole, corrotto e demoralizzato che da una prospettiva russa varrebbe quasi la pena smantellarlo e reclutarne uno ex novo, se solo ci fosse “manodopera” siriana sufficiente. Giunge poi alla conclusione che sia opportuno per Mosca ritirare le proprie truppe al piu’ presto, lasciando solo gli effettivi nella base navale di Tartous. Khodarenok, a questo proposito, fa notare che le offensive di terra in questi ultimi anni sono state condotte da volontari iraniani e iracheni, dalle compagnie militari private (PMC), dalle milizie coordinate da Hezbollah e sopratutto da Hezbollah stesso: gli interessi di questi ultimi – e di Teheran, che piu’ di Mosca ritiene prioritario il mantenimento del centralismo amministrativo in Siria – divergono in parte da quelli dei russi, più favorevoli ad un certo grado di “federalizzazione”. L’esercito siriano – complice lo scarso equipaggiamento, il morale basso, la mancata retribuzione dei soldati, addirittura l’assenza di cibo – si e’ limitato sempre più a chiedere tributi alla popolazione nei circa 2000 checkpoint disseminati nel paese. Nell’ultimo anno di conflitto, l’esercito di Assad – ridotto a circa il 50% degli effettivi richiesti – non avrebbe condotto una sola offensiva vittoriosa in modo autonomo. L’analista russo ha le idee chiare: “per vincere un conflitto militare, proprio come nei tempi piu’ antichi, c’è bisogno di un forte spirito, di una volontà incrollabile, di fiducia nella vittoria e nelle proprie truppe, di coraggio, determinazione, flessibilità e capacità di leadership. Tutto ciò manca all’esercito siriano”. A chi invece non mancano tutte queste caratteristiche, è proprio Hezbollah. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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