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Perché i controdazi di Pechino penalizzano la base elettorale di Trump

La Cina risponde ai dazi americani su acciaio e alluminio colpendo la base elettorale di Trump. Domenica Pechino ha ufficializzato tariffe su 128 prodotti americani, tra cui la carne di maiale, il vino e la frutta, minacciando di fare male ai produttori del Midwest, avamposto fondamentale per il futuro politico del presidente americano in vista delle primarie nel 2020.

Dura la condanna della Casa Bianca: “Invece di colpire le esportazioni americane, la Cina deve fermare le pratiche commerciali scorrette che minacciano la nostra sicurezza e distorcono i mercati globali”, ha detto una dei portavoce, Lindsay Walters. “I sussidi e la sovracapacità – ha aggiunto – sono la causa principale della crisi dell’acciaio”.  

La mossa di Pechino giunge in risposta ai dazi Usa del 20% sulle importazioni di acciaio e del 25% su quelle di alluminio, ed è un monito a  Donald Trump ad abbandonare posizioni protezionistiche, mentre si attende entro il fine settimana l’annuncio da parte della Casa Bianca di durissime sanzioni legate alle dispute sulla proprietà intellettuale. Il timore di una guerra commerciale fa tremare Wall Street, che chiude in netto calo (-1,90%).

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Tutto ha inizio, secondo Trump, da un deficit commerciale “troppo alto”: 375 miliardi di dollari (la Cina ha esportato beni per 505 miliardi e ne ha importati per 135).  L’altro casus belli sono le politiche industriali cinesi che Washington reputa scorrette. Pechino aveva già attivato una ritorsione preventiva, dismettendo i titoli di Stato Usa, di cui è principale detentore (a gennaio il calo di 16,7 miliardi di dollari è stato il più pronunciato su base mensile da settembre). 

Due settimane fa arriva la decisione di Trump di non esonerare la Cina dai dazi del 10% sulle importazioni di acciaio e del 25% sulle importazioni di alluminio, e la minaccia di pesanti sanzioni per un valore di 60 miliardi, di cui è atteso l’annuncio già nei prossimi giorni, che andrebbero ad aumentare il prelievo del 25% su quei prodotti cinesi realizzati, nella visione di Washington, sfruttando illegalmente brevetti americane. Nel mirino i prodotti tecnologici del Piano Made in China 2025: il programma per l’ammodernamento del settore manifatturiero.

Così, domenica Pechino annuncia tariffe per un valore complessivo tre miliardi di dollari su 128 prodotti importati dagli Stati Uniti: si parla in una prima fase di dazi del 15% su 120 prodotti, tra cui frutta e vino, e in una seconda di tariffe del 25% su 8 prodotti, tra cui la carne di maiale. Una ritorsione esigua rispetto alla mossa di Trump, ma che tuona minacciosa, perché gli altri colpi in canna, dalla soia al debito, se sparati, rischiano di fare malissimo al presidente americano.

Trump colpisce il cuore della riforma economica di Xi. Xi colpisce la base elettorale di Trump. Dietro le quinte, sono in corso già da giorni trattative tra Washington e Pechino per evitare l’escalation e ricucire i rapporti. Liu He, advisor economico di Xi, di recente promosso alla carica di vice primo ministro, la scorsa settimana, in una telefonata con il segretario Usa al Tesoro, Steve Mnuchin, ha detto che i due Paesi “devono restare razionali e lavorare insieme per mantenere le relazioni economiche e commerciali stabili”.

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Trump non ha mai smesso di nutrire “enorme rispetto” per il presidente cinese Xi Jinping, al quale ha chiesto di riequilibrare il surplus mettendo a rischio la collaborazione sul dossier nordcoreano. Un concetto che ha ribadito questa mattina.”Ho un grande rispetto per il presidente” cinese Xi Jinping ma “abbiamo un problema con la Cina: dobbiamo fare qualcosa di molto sostanzioso sul deficit commerciale”, ha detto Trump durante una colazione con i leader dei Paesi baltici alla Casa Bianca. Il recente summit con Kim Jong-un a Pechino è stato un altro, sottile e chiarissimo, segnale a Trump, al quale il presidente cinese ha voluto ricordare che in Asia non comanda lui.

Dazi ristabiliscono equilibrio

La stampa cinese alza i toni su una possibile guerra commerciale con gli Stati Uniti. La decisione di imporre tariffe su 128 prodotti importati dagli Stati Uniti servirà a ristabilire l’equilibrio commerciale tra Pechino e Washington, dopo la decisione degli Stati Uniti di imporre dazi su acciaio e alluminio. Lo scrive il Quotidiano del Popolo in un articolo di commento apparso oggi. Alla Cina non piacciono le guerre commerciali, si legge nell’articolo, “ma non ha altra scelta che entrare in una guerra commerciale per porre fine a una guerra commerciale”.

 “La Cina non vuole una guerra commerciale, ma non si ritirerà qualora dovesse emergerne una”, ribadisce oggi un altro giornale gestito dal Quotidiano del Popolo, il tabloid Global Times, che usa spesso toni duri sui temi di politica estera. “Difficilmente, l’annuncio di lunedì è un indizio sottile. La Cina dimostrerà la sua forza attraverso l’azione”, prosegue il quotidiano. 

Su posizioni analogamente dure è anche l’ambasciatore cinese a Washington, Cui Tiankai. La Cina è pronta a “dare il meglio che ci si possa aspettare” in una guerra commerciale con gli Stati Uniti, ha dichiarato il diplomatico in un’intervista concessa a China Central Television, l’emittente televisiva statale cinese. Pechino, sostiene l’ambasciatore cinese, metterà “certamente” in atto misure di ritorsione commerciale “della stessa proporzione” nel caso in cui vengano introdotti dazi su importazioni statunitensi di prodotti cinesi soggetti a indagini sulla proprietà intellettuale, innescate ad agosto scorso, in base alla sezione 301 dello Us Trade Act. 

Trump aveva annunciato l’imposizione di dazi su merci cinesi per un valore 60 miliardi di dollari accusando la Cina di non trattare equamente le aziende americane, vittime di furto di proprietà intellettuale e il cui ingresso è bloccato in alcuni settori. 

Colpita la base elettorale di Donald Trump

Tra le misure di ritorsione che vengono prese in considerazione dalla Cina c’è la possibile imposizione di dazi sui semi di soia importati dagli Usa, un’ipotesi formulata nei giorni scorsi anche dall’ex ministro delle Finanze, Lou Jiwei.  La soia è l’arma che Pechino è pronta a brandire se Washington annunciasse le pesanti tariffe punitive contro i presunti furti di proprietà intellettuale. Un’arma che farebbe molto male a Trump: porre sanzioni sull’importazione di soia colpirebbe molti stati produttori, soprattutto nel Midwest, tra cui Illinois, Iowa, Missouri e Ohio. La Cina è il primo importatore dagli Usa di questo prodotto e l’imposizione di dazi, oltre a colpire i produttori americani, potrebbe avere ripercussioni anche sui consumatori cinesi: dalle tariffe potrebbe derivare un ammanco di semi di soia sul mercato interno cinese stimato in dieci milioni di tonnellate dagli esperti dell’associazione di categoria, lo Us Soybean Export Council. Le rappresaglie di Pechino potrebbero riguardare anche anche il debito pubblico e i settori aeronautico e tecnologico (Apple in testa). 

La risposta cinese è per il momento esigua rispetto all’ultima mossa di Trump, in coerenza con una linea che tende a evitare una guerra commerciale, confermata dalle trattative in corso. Nei toni, però, il governo cinese pensa a un approccio più duro. “La Cina non auspica di essere in una guerra commerciale, ma non ha paura di essere coinvolta”, aveva  dichiarato a fine marzo il Ministero del Commercio, che ieri in un comunicato ha definito i dazi si acciaio e alluminio “un abuso” e una violazione delle regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto).

I 3 miliardi hanno però un rilevante peso politico giacché colpiscono il cuore della base elettorale di Trump, in vista della sua rielezione nel 2020: il Midwest.

I primi due produttori di carne di maiale sono l’Iowa (21 milioni di capi) e il North Carolina (9 milioni), ossia i due stati “battleground”, che nel 2016 votarono per il candidato repubblicano ma anche potrebbero cambiare idea se colpiti dai dazi cinesi.  La Cina è il terzo mercato più grande per i maiali americani, con esportazioni che hanno toccato l’anno scorso quota 1,1 miliardi: numeri esigui – scrive la Stampa – per l’economia nazionale ma vitali per gli allevatori del Midwest.

I “vecchi amici” di Xi nell’Iowa

Le relazioni tra l’Iowa e l’attuale presidente cinese Xi Jinping affondano le radici nel 1985, quando Xi da giovane funzionario era stato nel Midwest, a Muscatine, dai suoi “vecchi amici”: gli allevatori di maiali. Lo scrive Simone Pieranni su Eastwest. Sono gli anni delle riforme di apertura economica promosse da Deng Xiaoping ad inaugurare un rapporto di amicizia tra lo stato americano e la Cina. Xi tornò a Muscatine nel 2012, l’anno che lo proclamò per la prima volta segretario generale del Pcc, all’inizio del suo primo mandato, a incontrare l’allora governatore, Terry Branstand, oggi ambasciatore americano a Pechino.

Oggi l’Iowa, oltre alla carne suina, esporta più semi di soia in Cina più di quanto ne esportino tutti i Paesi messi insieme, oltre al mais e alla carne di manzo. La Cina proprio di recente aveva tolto l’embargo durato anni su quest’ultima tipologia di carne, una vittoria che Trump aveva dedicato alla sua base elettorale.

Proprio l’Iowa, dove Trump aveva vinto con il 51,1%, strizzando l’occhio a operai e agricoltori colpiti dalla globalizzazione, sarà decisivo per le sorti politiche del presidente americano.

Nel mirino delle sanzioni cinesi anche la Florida, maggiore produttrice di frutta e soprattutto di agrumi, un altro stato decisivo per la rielezione di Trump.

@ASpalletta

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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