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Perché i fattorini in bici di Foodora non sono stati reintegrati o assunti

Il Tribunale del lavoro di Torino ha respinto il ricorso presentato da sei ex fattorini ciclisti di Foodora, che erano stati allontanati dopo le proteste di piazza per le questioni relative alla paga oraria e che avevano chiesto il reintegro e l’assunzione, oltre al risarcimento e ai contribuiti previdenziali non goduti. “Siamo soddisfatti – dice il legale dell’azienda di food delivery Giovanni Realmonte – ora aspettiamo di leggere le motivazioni del giudice”. 

Un risarcimento di 20 mila euro per ciascun lavoratore, era la richiesta avanzata dall’avvocato dei raider Giulia Druetta al giudice del tribunale del lavoro di Torino, durante quello che è stato il primo processo in Italia contro Foodora, la società tedesca di food delivery, chiamata in causa dai fattorini che hanno contestato l’interruzione improvvisa del rapporto di lavoro, giunta dopo le proteste di piazza per le questioni relative alla paga oraria e che chiedevano appunto anche il reintegro e l’assunzione, oltre al risarcimento e ai contribuiti previdenziali non goduti.

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La versione dei rider

“Foodora – aveva dichiarato un altro legale dei raider, Sergio Bonetto – ha costruito un piccolo mondo felice per il datore di lavoro, in cui i fattorini dovevano solo seguire quello che lo smartphone diceva loro di fare. Inoltre – spiegava Bonetto – trovo assurdo far lavorare delle persone in bicicletta senza prima compiere accertamenti medici sulle loro condizioni di salute”. 

“Nella vicenda Foodora c’è stata una discriminazione, un comportamento lesivo della dignità dei lavoratori”, aggiunge dice Druetta. “I fattorini Foodora erano sottoposti a un continuo controllo ogni loro movimento era tracciato, come se avessero un braccialetto elettronico. Un vero e proprio rapporto di lavoro subordinato, nonostante fossero inquadrati come collaboratori autonomi. A Foodora non importava delle condizioni del lavoratore – continua l’avvocato – vi era una costante pressione psicologica sui rider, finalizzata al mantenimento del posto di lavoro”. 

Il legale aveva quindi spiegato che i fattorini fossero totalmente assoggettati al potere del datore di lavoro, con un controllo totale sugli orari che potevano essere modificati anche senza alcun preavviso. Druetta ha poi citato il caso di un fattorino che, dopo quattro ore di pedalate, scrisse nella chat aziendale di avere male alle gambe. “Il superiore rispose che gli spiaceva, ma che aveva bisogno di tutti i rider per l’intero turno”. 

Ma il tribunale non è stato convinto da queste versione. Dopo la lettura della sentenza, i fattorini presenti in aula sono rimasti in silenzio. A parlare è l’avvocato Sergio Bonetto. “Purtroppo oggi non è stata fatta giustizia, questo è il nostro Paese. Quello che colpisce di più è che un’azienda può mandare chiunque a lasciare pacchi senza alcuna tutela”. Aggiunge la collega Giulia Druetta: “Forse per cambiare le cose deve scapparci il morto. Sicuramente faremo appello. Questi contratti tolgono dignità ai lavoratori. È come se tutte le battaglie combattute negli ultimi ottant’anni non contassero più nulla”. 

La versione dell’azienda tedesca 

“Foodora non ha violato la privacy dei rider. L’applicazione utilizzata sullo smartphone poteva accedere, attraverso il gps, soltanto al dato sulla geolocalizzazione, istantaneo e non memorizzato”. Lo spiega l’avvocato Giovanni Realmonte, legale difensore di Foodora. “Non c’è stato alcun rapporto di subordinazione – aggiunge l’avvocato Ornella Girgenti – i rider accedono alla piattaforma dei turni e decidono quando e in che misura dare la loro disponibilità. Non c’è scritto da nessuna parte che il rider debba offrire una disponibilità minima, di questa circostanza non c’è traccia da nessuna parte. Foodora decide chi far lavorare e quando far lavorare”.

L’avvocato ha poi osservato che “in caso di maltempo aumentavano gli ordini e più rider non si presentavano a lavorare, senza preoccuparsi di trovare un sostituto. Per questo motivo si decideva all’ultimo. In un mese poi si sono registrate addirittura 70 defezioni di ragazzi che, semplicemente, si sono dimenticati di aver preso l’impegno”.

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Articolo originale Agi Agenzia Italia

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