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Perché i vitalizi dei parlamentari saranno aboliti, ma non prima del 15 settembre

La legge che abolisce i vitalizi dei parlamentari si farà. Di sicuro. Ma è difficile pensare che questo accadrà prima del 15 settembre, data ultima per far matrurare il diritto alla pensione a deputati e senatori della presente legislatura. Al di là delle parole e delle dichiarazioni di intenti, infatti, è compatto, massiccio, vasto e ovviamente trasversale il partito dello ‘scavallamento’. Di coloro che vogliono far slittare la legge oltre la data fatidica in modo da portarsi a casa la super pensione prevista da Monti.

Che succede se la riforma torna alla Camera

Il provvedimento sui cosiddetti vitalizi dei parlamentari rientra nella riforma del sistema pensionistico. Questa, superato il vaglio della Camera (leggi articolo su Repubblica), si appresta a varcare le ‘forche caudine’ del Senato dove potrebbe essere modificata e tornare a Montecitorio rendendo inevitabile il superamento, nello scorcio di legislatura che sembra volgere al suo termine naturale, della data del 15 settembre. Secondo la riforma del 2012 del governo Monti, infatti, per maturare il diritto alla pensione servono 4 anni, sei mesi e un giorno in Parlamento. Se la legislatura si interrompesse a più di sei mesi dalla sua scadenza naturale, i parlamentari di prima nomina non conseguirebbero la pensione ma i loro anni di contributi verrebbero accantonati e, qualora fossero eletti nuovamente, sommati ai precedenti. In caso di mancata elezione, gli ex parlamentari quei soldi gli onorevoli non li vedrebbero mai. 

Come funziona la super pensione degli onorevoli

Con la riforma del 2012 del governo Monti il vitalizio è stato abolito per lasciare spazio a un sistema di tipo previdenziale che la proposta di legge, a prima firma Matteo Richetti (Pd), vuole ulteriormente modificare (leggi articolo sul Sole 24 Ore), fra l’altro estendendo le nuove norme previste nel ddl anche agli ex eletti. Con la riforma del 2012 che ha sostituito il “vitalizio” con la “pensione da Parlamentare” un deputato eletto nel 2013, quando aveva 27 anni, quando cesserà il suo mandato nel 2018 senza essere riconfermato per il secondo, percepirà nel 2051 (a 65 anni) una pensione compresa tra i 900 e i 970 euro al mese.  Come si legge su Today.it, per ottenere la pensione gli onorevoli versano un contributo pari all’8,8% dell’indennità lorda pari a 918,28 euro al mese. Un parlamentare che resta in carica per due legislature intere, potrebbe però chiedere la pensione già a 60 anni.

Quanti neoparlamentari avranno la pensione

I parlamentari di prima nomina che il 15 settembre raggiungono il fatidico traguardo sono in tutto 436 alla Camera e 190 al Senato (se dalla somma si sottrae un senatore decaduto). A Montecitorio e a Palazzo Madama i neoeletti costituiscono un numero cospicuo nei vari gruppi, e sono oltre la metà del numero complessivo degli eletti. I parlamentari del M5S sono tutti alla prima esperienza parlamentare: 88 alla Camera e 35 a Palazzo Madama. Sono nell’ordine delle centinaia (su 283) i nuovi volti del Pd del gruppo dei deputati e si avvicinano a 70 in quello del Senato composto da 99 esponenti. Fra questi anche il presidente, Pietro Grasso.

Molti deputati alla prima legislatura siedono alla Camera nel gruppo Misto, oltre una quarantina; 17 nel gruppo di deputati di Sinistra italiana e in quello di Forza Italia; anche nelle fila di Ap ce ne sono una decina, 8 in Scelta civica-Ala e 3 in Fratelli di Italia. New entry anche nelle fila della Lega Nord. A Palazzo Madama sono 8 in Mdp a figurare nell’elenco dei neo eletti sul sito del Senato, 16 in Forza Italia, 10 nel gruppo Autonomie e 5 nella Lega, 17 nel gruppo Misto, 6 in Ala e 12 in Gal, mentre in Ap sono i neo eletti sono undici.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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