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Perché il British Museum di Londra non restituirà i tesori razziati in Benin

Per 120 lunghi anni è stato appeso ad una parete della mensa di una delle due più prestigiose università di Sua Maestà Britannica, segno di rivincita e di una visione imperiale del mondo e dei popoli. Oggi quel gallo in bronzo, tesoro d’arte africana preso come bottino di guerra ai tempi in cui Londra dominava su cinque continenti e Vittoria era la sua imperatrice, dovrebbe lasciare il Regno Unito e tornare in Nigeria e in Benin. Insieme ad una lunga serie di cimeli portati in patria, sulla punta delle baionette, da giubbe rosse vittoriose dal Capo di Buona Speranza alla città di Fashoda. Torneranno in Africa, ma con una formula insolita: “prestito a lungo termine”.

Il British Museum e le opere razziate

Il British Museum dovrebbe essere uno dei principali protagonisti di una conferenza a livello europeo che discuterà proprio della restituzione di una serie di opere artistiche strappate nel XIX secolo al Regno del Benin, che all’epoca occupava un territorio oggi sotto la giurisdizione della Nigeria.

L’anno era il 1897, un lustro prima della Guerra dei Boeri, nel pieno del’espansione inglese in Africa subsahariana. Il Regno del Benin, formalmente indipendente, ebbe il torto di sfidare la corte di San Giacomo imponendo dei dazi sulle importazioni. Gli inglesi, punti sul vivo, reagirono con una spedizione punitiva, imposero la loro dura legge e alla fine portarono a Londra, come bottino di guerra,il meglio dell’arte dei vinti.

Okukor, il gallo di bronzo 

L’Okukor, il gallo di bronzo, è già stato rimosso dalla mensa di uno dei college di Cambridge all’inizio di quest’anno, soprattutto a causa delle proteste degli studenti provenienti dai paesi dell’Africa Occidentale, ma quando si parla della sua restituzione l’accademia britannica si fa molto più restia, per non dire apertamente contraria ed impermeabile al politicamente corretto. In realtà sono centinaia i cosiddetti “bronzi del Benin” che giunsero sulle rive del Tamigi come bottino di guerra. Molti sono conservati, appunto, al British Museum ed in altre istituzioni culturali, e non stupisce se, per trattare la delicata faccenda, si sia scelto il campo neutro del Museo Nationale Etnografico di Leida, in Olanda.

Il busto della Regina Idia

Un portavoce del  British Museum, che ospita il busto in bronzo della Regina Idia, l’altro grande frutto della razzia, ha già fatto sapere che non esistono preclusioni, anche se richieste formali da parte nigeriana non sono state avanzate.

Quanto a Cambridge, l’Università ha diramato un comunicato. “Sosteniamo l’idea di una esposizione permanente a Benin City“, vi si legge, “all’interno della quale siano messi in mostra a rotazione beni provenienti da diversi musei europei”. Come dire: mica eravamo gli unici a depredare l’Africa. Non ci vuole un laurea in Storia per saperlo. .

Il problema: costi trasporti e garanzie 

Michael Barrett, uno dei principali curatori della raccolta etnografica del Varldskulturmuseet di Stoccolma si dice ottimista sull’esito della conferenza. “Penso ci sia, nella attuale generazione di esperti, un’autentica volontà di trovare una soluzione alla questione”, spiega. Non si tratta comunque solo di rendere giustizia sopra un torto fatto e subito. Il problema è anche più prosaico, e riguarda anche i costi dei trasporti, le assicurazioni e le legittime garanzie di sicurezza che i britannici chiedono siano rispettate, prima di restituire ciò che è stato storicamente maltolto.

Perché il “prestito a lungo termine”?

Ammette infatti John Picton, professore della Soas University of London (già School of Oriental and African Studies): “Dal punto di vista morale la questione è anche troppo chiara. Quei reperti sono stati strappati al Regno del Benin”. Per il resto, però, si può trattare, perché si va profilando una soluzione di compromesso, quale quella di un “prestito a lungo termine alla Nigeria” per cui la restituzione, di fatto, non costituirebbe un pericoloso precedente per un British Museum alle prese con un’altra questione spinosa. Il fatto, cioè, che la Grecia sta appellandosi persino alla Brexit per reclamare la restituzione dei marmi del Partenone.

 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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