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Perché il pasto da casa è un diritto?

Ora le scuole devono organizzarsi. Se i bimbi stanno male i responsabili sono i genitori

Chi lo chiama «schiscietta», chi ancora «baracchino» oppure «lunch box» ma nei negozi del centro conquistano le vetrine e sono tra gli articoli più gettonati

14/09/2016 –
paola italiano –
torino –

I giudici della prima sezione civile del tribunale di Torino hanno respinto un reclamo del ministero dell’Istruzione e hanno ribadito che tutti gli studenti hanno diritto di consumare a scuola il pasto da casa. Tutti, non solo le 58 famiglie che avevano vinto la causa in Corte d’Appello a giugno.

Perché è un diritto?

Perché l’orario scolastico per chi sceglie il «tempo pieno» va dalle 8,30 alle 16,30. Ed è lo stesso ministero a dire che l’ora del pranzo non è una pausa, ma è un momento educativo a tutti gli effetti. Da questo discende che tutti devono poter partecipare, perché si tratta di garantire il diritto costituzionale all’istruzione. Il servizio mensa è nato per agevolare le famiglie: ma non è obbligatorio, ed è a pagamento, a «domanda individuale». Questo vuol dire che, per iscrivere il figlio al tempo pieno, non è necessario iscriverlo anche alla mensa. Infatti, ci sono genitori che vanno a prendere il figlio per pranzo e lo riportano a scuola nel primo pomeriggio. Ora, i giudici dicono che non sono costretti a farlo.

Ma allora non sarebbe più giusto che i genitori che non vogliono che il figlio mangi in mensa, lo iscrivano al tempo «definito», cioè la sola mattinata, e non al tempo pieno?

No, i genitori devono essere liberi di scegliere l’offerta formativa che prediligono in modo incondizionato, ed è questa una delle principali novità nell’ordinanza di ieri. I giudici osservano che lasciare il figlio a scuola per 5 ore o per 8 ore non sempre e non solo è una scelta di carattere educativo, ma dipende spesso da dinamiche famigliari che non consentono ai genitori, normalmente per motivi di lavoro, di andare a prendere i figli a pranzo. Questo vuol dire semplicemente che molte famiglie non hanno scelta. E, invece, devono poterla avere: e il loro diritto non può essere subordinato all’iscrizione a un servizio a pagamento, per giunta non obbligatorio, come la mensa. In altri termini, un genitore deve poter scegliere il tempo pieno e lasciare il figlio a scuola anche all’ora di pranzo, senza essere costretto a pagare.

Come si fanno a garantire adeguate misure igienico-sanitarie?

Le ditte che hanno in appalto il servizio di ristorazione, sono tenute ad attenersi agli standard stabiliti dall’Unione Europea. Ma si tratta di regole che si applicano solo in ambito commerciale e su cui devono vigilare le Asl, e non si applica ai privati. Le Asl non hanno diritto di controllo sul pasto cucinato in casa e dato al figlio. Non esistono leggi che vietano di introdurre a scuola cibo dall’esterno: le uniche limitazioni sono contenute nel capitolato d’appalto e nelle polizze stipulate dalle ditte appaltatrici: ma queste, dice il collegio, non hanno valore di fonte normativa e non possono pregiudicare il diritto più ampio che viene affermato, cioè quello del diritto all’istruzione, costituzionalmente garantito.

Come devono organizzarsi allora le scuole?

I giudici avevano già spiegato che non spetta al tribunale dire come le scuole si devono organizzare. Ma hanno messo alcuni paletti: il primo, è quello di evitare una «segregazione» di chi sceglie il pasto da casa. Poiché il tempo della mensa è un momento a tutti gli effetti formativo, non deve essere snaturato, quindi ci devono essere gli insegnanti e i ragazzi devono stare insieme, condividere lo stesso ambiente. Nella nuova ordinanza si spiega che se mangiano nello stesso refettorio sia gli studenti con il pasto domestico sia quelli della mensa, allora sarà opportuno «stabilire regole di coesistenza». Per evitare che la ditta appaltatrice sia chiamata a rispondere delle responsabilità per il cibo portato da fuori, i giudici ipotizzano che si possa dividere in due ali il refettorio, oppure si può pensare «a un avvicendamento tra gruppi di utenti». Il paletto è questo: «si tratta comunque, e in ogni caso, di coesistenza e non di reciproca esclusione».

Di chi sono le responsabilità se qualcuno sta male?

Non si può negare al genitore il diritto a scegliere tra il servizio di refezione offerto dal Comune e la consumazione a scuola di un pasto preparato a casa, «evidentemente sotto la propria responsabilità». Ognuno è responsabile di quello che cucina: il genitore e la ditta di ristorazione. Gli insegnanti e il personale devono vigilare affinchè i bambini non si scambino il cibo, come avviene già ora.

http://www.lastampa.it/2016/09/14/cronaca/perch-il-pasto-da-casa-un-diritto-aj0WtlxVS5m7JF18WLTUrM/pagina.html

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