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Perché il primo accordo sulla Brexit e già a rischio

La stampa britannica, almeno quella vicina ai conservatori, ha accolto come una trionfatrice Theresa May al suo ritorno da Bruxelles, dove è riuscita a stringere un primo accordo sul divorzio dall’Unione Europea. La premier britannica ha trovato l’intesa con il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, sugli impegni finanziari pregressi, i diritti dei comunitari residenti in Gran Bretagna e il confine tra Irlanda e Ulster. La prossima fase del negoziato riguarderà i rapporti commerciali tra Ue e Londra, una volta uscita quest’ultima dal mercato comune e dall’unione doganale. Il governo May spera di ottenere un regime simile a quello che regola le relazioni con il Canada. Un accordo simile dopo un periodo di transizione di appena due anni irriterebbe però gli altri partner di Bruxelles, che non accetterebbero di veder riservato un trattamento di favore al Regno Unito. E, senza un’intesa sul commercio, Londra potrebbe alzarsi senza pagare il conto.

Davis: “Senza accordo commerciale non paghiamo”

Il “ministro della Brexit”, David Davis, ha dichiarato alla Bbc che, se non verrà garantito un accordo commerciale, la Gran Bretagna non onorerà gli impegni finanziari raggiunti con Bruxelles, una somma tra i 40 e i 45 miliardi di euro: “Nessun accordo significa che non pagheremo”. L’accordo, ha proseguito, “è condizionato a un risultato, è condizionato a un periodo di attuazione, è condizionato a un accordo commerciale”. La posizione di Davis contraddice le affermazioni del Cancelliere dello Scacchiere, Philip Hammond, secondo il quale Londra avrebbe pagato il conto indipendentemente dal risultato delle trattative.

Pressioni internazionali su Bruxelles

Le pressioni internazionali su Bruxelles perché non conceda a Londra un trattamento di favore sono però già iniziate, rivela una fonte comunitaria al Guardian. “Siamo stati approcciati da alcuni Stati che hanno espresso preoccupazione e hanno chiarito che sarebbe un problema enorme se il Regno Unito ottenesse subito un trattamento migliore di quello del quale godono loro”, spiega la fonte, “non è un bizzarro rigido principio, è che le cose non funzionerebbero. Prima di tutto dobbiamo mantenere l’equilibrio dei diritti e degli obblighi, altrimenti mineremmo la nostra unione doganale e il nostro mercato comune. In secondo luogo, non possiamo agitare le relazioni con Paesi terzi. Se concedessimo al Regno Unito un accordo sbilanciato, allora gli altri partner con i quali ci siamo impegnati e che hanno sottoscritto accordi equilibrati, tornerebbero alla carica per chiedere di modificarli”.

Non solo, come hanno sottolineato numerosi diplomatici, è irrealistico che un periodo di transizione di due anni possa essere sufficiente. “Le chance di concludere anche un accordo modesto, come quello tra Ue e Canada, e vederlo ratificato in tutti i 27 Paesi in un periodo di due anni sono intorno allo zero. L’orlo del precipizio è quindi ancora in vista, il periodo di transizione lo allontana e basta”, spiega Lord Kerr, il diplomatico che scrisse la bozza dell’articolo 50 dei Trattati che regola l’uscita dalla Ue. “Gli accordi commerciali sono lunghi e complessi e invariabilmente richiedono più di cinque anni per essere concordati”, afferma l’ex Segretario Permanente al Tesoro Nick Macpherson, “è quindi molto probabile che il periodo di transizione duri fino al 2024”. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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