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Perché Kim vuole a tutti i costi la Corea del Nord alle Olimpiadi. Un retroscena

Kim Jong-un, durante il discorso di capodanno, ha detto che la Corea del Nord potrebbe partecipare alle olimpiadi invernali che si terranno in Corea del Sud. Prove di diplomazia sportiva? “Finché siamo in una situazione instabile che non è né di guerra né di pace, il Nord e il Sud non possono garantire il successo delle Olimpiadi, sedersi a parlare o fare passi verso la riunificazione”, ha detto il leader nordcoreano. Seul ha accolto con favore l’apertura di Kim al dialogo e ha proposto una data per i colloqui, il 9 gennaio, aggiungendo che le prossime Olimpiadi – in programma a Pyeongchang dal 9 al 25 febbraio – possono rappresentare una possibilità per “migliorare le relazioni tra Nord e Sud Corea e stabilire la pace”. L’avanzamento delle relazioni tra le due Coree, ha precisato il presidente sud-coreano Moon Jae-in, “non si può non accompagnare alla risoluzione del programma nucleare nord-coreano”. Si attendono ora la risposta di Pyongyang alla data proposta da Seul e la reazione degli Usa.

Il disgelo avverrà su una pista di pattinaggio? Non è esattamente così
 

Dall’apertura di Seul ai colloqui alla partecipazione nordcoreana ai giochi (la Corea del Nord aveva boicottato i Giochi estivi di Seul del 1988, ma aveva inviato i suoi atleti ai Giochi asiatici del 2014) il passo non è breve. “Dobbiamo aspettare gli sviluppi dei prossimi giorni, anche perché la decisione non spetta solo a Seul ma anche al comitato olimpico”. A parlare all’AGI è Francesco Sisci,  giornalista e studioso dell’Accademia delle Scienze sociali di Pechino. “Non è una novità che si parli con il regime di Kim Jong-un – prosegue lo studioso -. Americani, cinesi, sudcoreani, giapponesi, russi: tutti gli attori coinvolti nella crisi parlano con Pyongyang. Abbiamo notizie sporadiche, non abbiamo elementi sostanziali sul modo in cui avvengono questi colloqui, ma sappiamo che ci sono”.  

La disponibilità al dialogo del regime nordcoreano, apprezzata anche dalla Cina, non deve sorprendere:  “Kim Jong-un, suo padre Kim Jong-il e suo nonno Kim Il-sung, hanno sempre usato due politiche: una minuscola carota e un mostruoso bastone”, sottolinea Sisci. Dopo l’ultimo test missilistico del 2017, quello del 29 novembre scorso, Kim aveva dichiarato che la Corea del Nord aveva completato il suo programma nucleare. “La partecipazione alle Olimpiadi, posto che non sappiamo se ci sarà, che non è ancora chiaro cosa potrebbe significare, e che non distoglie il leader nordcoreano dall’avere sempre “il pulsante nucleare sul tavolo”, esprime una visione del mondo paranoica, chiusa e diffidente. Ma Kim non vuole l’apocalisse, al contrario, vuole trattare”.

Il vero interlocutore per Pyongyang è Washington
 

Tra qualche giorno potrebbe andare così in scena il “conditional talk” tra le due Coree sulla partecipazione olimpica di Pyongyang. Il condizionale è d’obbligo visto che la Corea del Nord non ha ancora risposto alla proposta del ministro della Riunificazione delle due Coree di Seul. La partecipazione ai giochi non è garantita: due atleti nordcoreani, i pattinatori Ryom Tae-Ok e Kim Ju-Sikes, si sono qualificati per Pyeongchang, ma il Comitato olimpico nordcoreano ha fatto passare la scadenza del 30 ottobre senza confermare la loro partecipazione. I due atleti potrebbero ancora competere se li invitasse il Comitato Olimpico Internazionale. Cosa sappiamo finora? “Seul è da sempre disposta a sedersi a un tavolo con Pyongyang”, ha detto Francesca Frassineti, ricercatrice associata Ispi.

“I colloqui del 9 gennaio, se confermati, avranno come oggetto solo la partecipazione i giochi olimpici. Non conosciamo le intenzioni della Corea del Nord”. Seul a cosa punta?  “Vuole riaprire un colloquio intercoreano di alto livello, fermo dal dicembre del 2015 – spiega Frassineti -. Seul spera di sfruttare questa finestra di opportunità per ridurre le tensioni sulla penisola coreana e intavolare una ripresa dei colloqui sul programma nucleare. Ma è una strategia limitata”. Cioè?  “Quando si parla di test nucleari e missilistici, il vero interlocutore per Pyongyang è Washington, da cui il regime di Kim vuole ottenere il riconoscimento di potenza nucleare”, spiega la ricercatrice di Ispi. “Seul sembra intenzionata a sfruttare l’apertura di Kim per rintavolare il dialogo tra le due Coree, ma sbaglia a legare il miglioramento del dossier nucleare all’evoluzione dei rapporti tra le due Coree; è un approccio debole giacché Seul non ha un ruolo riconosciuto nel dossier nucleare”. Gli scenari che si aprono lasciano presagire il peggio. “L’apertura sulle Olimpiadi potrebbe creare fratture tra Washington e Seul”, spiega Frassineti.  Del resto l’obiettivo del regime di Kim è di allontanare i due Paesi alleati da 70 anni. 

L’apertura alle Olimpiadi potrebbe allontanare Stati Uniti e Corea del Sud
 

“In passato la Corea del Nord si è dimostrata molto abile nel creare divisioni, è possibile che anche a questo stia mirando”, ha sottolineato Sisci. “La Corea del Sud può essere tiepida, non totalmente ostile, a un riconoscimento tacito dell’armamento nucleare nord coreano, mentre il Giappone è molto più contrario. Kim potrebbe voler giocare a creare una spaccatura”. Chiaramente – sottolinea lo studioso – sono soli ipotesi. “È chiaro che gli americani vogliono trattare, non vogliono la guerra: persino l’intransigente Bannon ha detto che l’opzione militare non è possibile. Ma la verità è che nessuno sa come gestire la Corea del Nord”.

Mentre si attendono le reazioni degli Stati Uniti, Frassineti ricorda che “Washington non ha ancora risposto alla proposta di Seul di spostare le esercitazioni congiunte dopo le paraolimpiadi di marzo; considerate legittime da americani e sud coreani nell’ambito dell’alleanza a scopo difensivo, sono azioni percepite come preludio di guerra da Pyongyang, che di tutta risposta ha innalzato il livello di tensione conducendo test nucleari e missilistici”. Cina e Russia propongono  da tempo la soluzione della doppia sospensione.

Tutti vogliono trattare, nessuno vuole la guerra
 

“Il segretario di Stato americano Rex Tillerson aveva annunciato trattative «senza precondizioni» con la Corea del Nord, dichiarazioni poi smentite da Trump, e che avevano suscitato la diffidenza dello stesso Giappone, giacché sembravano aprire alla possibilità di un tacito riconoscimento dello status nucleare nordcoreano. Oltre alla trattativa tra Stati Uniti e Cina (che nel rispondere alle accuse di Trump di vendere clandestinamente petrolio alla Nord Corea escludendo che le navi mostrate dai satelliti Usa fossero cinesi, ha mutato strategia, sottolineando che il governo cinese non vuole essere in alcun modo associato alla Corea del Nord) , c’è anche la trattativa tra Usa e Russia (se Mosca collabora per tenere sotto controllo la Corea del Nord, vorrà qualcosa in cambio dai fronti cui è più interessata: Siria e Ucraina): con la partecipazione russa, la partita coreana diventa globale, e prescinde dallo stesso Kim”, sottolinea Sisci.

Una mossa scaltra la sta facendo Tillerson. “Il segretario di Stato americano sta cercando con grande capacità di creare un consenso tra i diversi interlocutori: in assenza di una linea comune, è molto più facile per Pyongyang portare avanti una politica divisoria”, spiega Sisci. 

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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