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Perché la Cina vuole Xi presidente a tempo indeterminato

Xi Jinping si prepara a mantenere a tempo indefinito la carica di presidente cinese, mentre gli osservatori si interrogano sulle ripercussioni a livello globale della mossa annunciata domenica scorsa dai dirigenti politici del Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese (PCC), che ha proposto l’eliminazione dalla Costituzione cinese del limite dei due mandati per il presidente, facendo schizzare in Borsa i titoli con la parola “imperatore”, spianando la strada a Xi per occupare questa posizione oltre la scadenza del 2023.

Tutte le cariche di Xi

Oltre a essere presidente cinese, dal 14 marzo 2013, in attesa di cominciare il suo secondo mandato il mese prossimo, Xi ricopre anche altre cariche, tra cui quella di segretario generale del Partito Comunista Cinese, rinnovata nell’ottobre scorso, e di presidente della Commissione Militare Centrale, l’organo di vertice delle Forze Armate. Nella gerarchia del potere cinese entrambe sono più importanti di quella di presidente, e da esse Xi deriva, in larga misura, il proprio potere. La carica di presidente viene vista come largamente cerimoniale, anche se rispetto alle prime due è l’unica a essere vincolata dalla Costituzione cinese a un limite temporale, che, a meno di clamorose sorprese, verrà eliminato il mese prossimo dall’Assemblea Nazionale del Popolo.

La vocazione internazionale

Eppure Xi l’ha sfruttata appieno, nel corso del suo primo mandato: come presidente cinese, Xi Jinping è noto internazionalmente, e nei primi cinque anni da quando si è insediato formalmente al vertice dello Stato, ha compiuto 28 viaggi all’estero, e ha visitato più di cinquanta Paesi, ricorda il South China Morning Post: un bottino molto più ampio di chiunque dei suoi predecessori nello stesso periodo di tempo. Dall’estero, in Kazakistan, ha anche lanciato l’iniziativa a cui tiene di più e alla quale è associato, la “Belt and Road” per la connessione infrastrutturale sia terrestre che marittima di Asia, Europa e Africa, che a Pechino, nel maggio scorso, ha celebrato anche il suo primo forum per la cooperazione internazionale.

Nella veste di presidente cinese, Xi può parlare dal palco del World Economic Forum di Davos, come ha fatto lo scorso anno, difendendo la globalizzazione, o da quello dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, come accaduto nel 2015, rappresentando la Cina e le sue ambizioni, e rapportandosi da pari agli altri leader mondiali. “Avrebbe potuto rimanere al potere anche come segretario generale del Pcc o come presidente della Commissione Militare Centrale”, ha affermato uno dei massimi studiosi della politica cinese, David Shambaugh, docente di Scienze Politiche e Affari Internazionali alla George Washington University in dichiarazioni riprese dal quotidiano di Hong Kong, “ma senza cambiare lo statuto presidenziale non sarebbe stato tecnicamente in grado di rappresentare la Cina sul palcoscenico globale. Questa è una chiara indicazione che Xi punta a stare al potere a tempo indefinito”.

Financial Times chiede “chiara risposta dell’Occidente”

Proprio questa intenzione, manifestatasi con la volontà di eliminare il riferimento al vincolo costituzionale ha allarmato molti analisti: il Financial Times chiede, in un articolo di commento, “una chiara risposta dell’Occidente” alla mossa annunciata domenica scorsa tramite l’agenzia Xinhua, per le “implicazioni globali” che avrebbe un mandato a tempo indefinito per il presidente cinese.

Le reazioni della società civile e degli osservatori internazionali

In Cina, molti utenti di internet hanno visto un risvolto nord-coreano nella proposta del Comitato Centrale del Pcc, e alcuni hanno anche scomodato paragoni storici, come quello con Yuan Shikai, il signore della guerra che negli anni Dieci del Ventesimo Secolo voleva restaurare una monarchia costituzionale, dopo la caduta dell’ultima dinastia che ha retto il Celeste Impero.

Pericolo di involuzione istituzionale

Uno dei più autorevoli osservatori della scena cinese, Bill Bishop, autore della newsletter Sinocism, ha paragonato la figura di Xi a una sorta di “Putin-plus”, con la differenza, ha aggiunto, che Xi viene visto dal sinologo come “più efficace, molto più potente e francamente molto più ambizioso” del leader russo. Forti critiche alla proposta del Comitato Centrale del Pcc sono arrivate anche da Hong Kong, e più in particolare dall’attivista pro-democratico Joshua Wong, uno dei volti più noti delle proteste del 2014 di Occupy Central contro il piano di riforma del meccanismo di elezione della massima carica di Hong Kong proposto da Pechino. Secondo Wong la Cina “avrà ancora un dittatore come capo di Stato, Xi Jinping”.

Lui vuol vivere “il suo sogno imperiale”

Tra i molti commenti preoccupati o apertamente contrari al mandato indefinito per Xi c’è a che quello di Willy Wo-lap Lam, uno dei massimi esperti di elite politiche cinesi, che ad Agi ha spiegato che “stiamo assistendo a una delle più sorprendenti retrocessioni in politica da quando il partito ha preso il potere nel 1949”. La priorità del presidente cinese “diventato imperatore a vita”, continua, “è di rimanere al potere e di vivere il suo sogno imperiale. Naturalmente, vuole anche assicurarsi che il Pcc rimanga il partito di governo perenne della Cina. Xi spera di “liberare” Taiwan mentre è in vita e che la Cina raggiunga lo status di superpotenza, al pari degli Stati Uniti, negli anni Quaranta, se non addirittura negli anni Trenta del Ventunesimo Secolo”.

Nuova Era dopo il Congresso

Gli obiettivi elencati dallo studioso di Hong Kong richiedono una visione di lungo periodo, che di certo non manca a Xi. Nella sua relazione allo scorso Congresso del partito, che ha consacrato il contributo ideologico di Xi inserendolo nella carta fondamentale del Pcc accanto al suo nome, Xi ha citato gli obiettivi per il futuro della Cina e del Pcc, al vertice del quale è stato rieletto alcuni giorni più tardi. L’obiettivo di Xi è di fare della Cina “un grande e moderno Paese socialista” entro il 2050, e un Paese dotato di Forze armate moderne entro il 2035, ma il raggiungimento del “sogno cinese di rinnovamento nazionale” – concetto da lui stesso introdotto nei primi giorni del suo primo mandato al vertice del Pcc, nel novembre 2012 – ha aggiunto, “non sarà una passeggiata nel parco”.

“La Cina non si può fermare e tirare il fiato”

Per affrontare le sfide che attenderanno la Cina nel futuro, spiega in un editoriale il tabloid Global Times, “la Cina non si può fermare e tirare il fiato”: già oggi, dalle conclusioni dell’irrituale terzo plenum del Comitato Centrale in corso in questi giorni a Pechino – e che di solito si tiene l’autunno successivo alla prima riunione post-congressuale dell’Assemblea Nazionale del Popolo (in programma per il 5 marzo) – potranno arrivare importanti indicazioni sui nuovi assetti statali della Cina, che in molti scommettono, in larga misura coincideranno con le ambizioni e con il ruolo del presidente cinese.

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Articolo originale Agi Agenzia Italia

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