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Perché mai dovremmo difendere i diritti degli atei?

zeusbus“Anche i diritti dei non credenti dobbiamo difendere? Addirittura?” È questa la reazione più comune quando spiego a qualcuno il mio lavoro, usando la seguente stringatissima formula: “faccio parte di un’organizzazione che difende i diritti dei non credenti nel mondo”.

Lavoro infatti per la IHEU, l’Unione Internazionale Etico-Umanista, organizzazione che da 65 anni agisce su tre fronti: 1) la promozione dell’Umanismo nel mondo; 2) la difesa dei non credenti in pericolo, ovunque essi siano; 3) la rappresentanza degli umanisti presso le Nazioni Unite, il Consiglio d’Europa e altre istituzioni internazionali.

Dicevo che per molte persone sembra assurda l’espressione “diritti dei non credenti”. Alcune addirittura mi chiedono di ripetere, per paura di non aver capito bene. Io, essendo ormai abituato, intercetto il loro stupore riportando due semplici dati dal Freedom of Thought Report, rapporto pubblicato annualmente dalla IHEU per monitorare la situazione della libertà di pensiero nel mondo.

I due dati sono i seguenti: ancora nel 2017, in 13 paesi nel mondo è prevista la pena di morte per atei e apostati; in più di 40 paesi è previsto invece il carcere per il reato di blasfemia o di offesa al sentimento religioso. A questi due dati ne aggiungo sempre un terzo che non riguarda direttamente i non credenti ma che non può essere ignorato a mio avviso: in più di 70 stati l’omosessualità è ancora dichiarata illegale – e anche qui la religione è sempre protagonista occulto sullo sfondo…

Di solito già questi tre dati bastano a convincere il mio interlocutore che è necessario non solo parlare di, ma anche e soprattutto battersi per i diritti dei non credenti. Qualcuno, poi, rimane piacevolmente sorpreso nell’apprendere che gli umanisti sostengono, con la medesima convinzione, quella che in gergo istituzionale si chiama FoRB (Freedom of Religion and Belief), ovvero il diritto di ogni essere umano a credere in qualsiasi religione senza subire violenze o discriminazioni da parte di altri individui o gruppi religiosi, maggioritari e non.

Eppure a volte tutto ciò non basta. Mi trovo allora costretto a scendere nei particolari, per rendere più vivida l’immagine e soddisfare il gusto dell’orrido e dell’evenemenziale che risiede in ognuno di noi. Sono così costretto a parlare della violenza del giorno, del morto della settimana, della discriminazione del mese. È la parte che più odio. Per questo eviterò di ripetermi qui, poiché credo (o almeno spero) che non ce ne sia bisogno in questa sede.

 

Vorrei piuttosto discutere un altro diffuso luogo comune sulla medesima questione: l’idea secondo la quale in Italia gli atei non avrebbero più motivo di lamentarsi poiché “da noi” non ci sarebbe più discriminazione nei loro confronti ma, anzi, sarebbero diventati essi stessi i primi intolleranti – povero Scalfari…

Stando a certi resoconti molto lontani dalla realtà, la società italiana sarebbe “ormai” aperta nei confronti dei non credenti, lo Stato sarebbe diventato “sostanzialmente” laico e la Chiesa avrebbe “ormai” perso il potere egemonico che aveva in passato, anche grazie al presunto “progressismo” di papa Francesco, il “papa ribelle”.

Seguendo questo ragionamento, con grande nonchalance in molti sostengono addirittura che un’associazione come l’UAAR non avrebbe più motivo di esistere, visto che in Italia gli atei sono “finalmente” liberi di vivere come gli pare. Tutti questi “ormai” e questi illusori “finalmente” sono incredibilmente ingenui, per due motivi diacronici. Da una parte, perché i diritti e le libertà di cui disponiamo oggi non sono caduti dal cielo all’improvviso, ma sono al contrario il risultato del trentennale lavoro di un’organizzazione necessaria come la nostra. Dall’altra, perché non è affatto vero che siamo “ormai” liberi di vivere come ci pare.

Mille ed una discriminazioni nei nostri confronti si nascondono nelle pieghe della quotidianità, a livello istituzionale così come nel microcosmo delle relazioni interpersonali: se non ce ne accorgiamo, non è soltanto per una questione di disinformazione, di distrazione o, nel peggiore dei casi, di malafede; si tratta piuttosto di vera e propria assuefazione ad una condizione che ci è stata imposta sin da piccoli come normale, intangibile, impossibile da mettere in discussione.

Certi pregiudizi sono così radicati in noi stessi da farci considerare accettabili tutta una serie di comportamenti e meccanismi legali che altrimenti considereremmo assurdi e discriminatori: i crocefissi nelle aule e negli uffici pubblici; l’Insegnamento della Religione Cattolica nelle scuole da parte di professori scelti dal Vaticano ma pagati dallo Stato Italiano; l’oscuro e iniquo meccanismo dell’8×1000; l’esenzione dall’IMU degli edifici ecclesiastici, compresi quei presunti luoghi di culto adibiti in realtà a esercizi commerciali; la continua ingerenza ecclesiastica nell’agenda politica italiana, sistematicamente modificata secondo i voleri del Vaticano; l’omofobia, ora sfacciata, ora subdola, di quei tanti che si rifanno alla “tradizione cristiana” per discriminare altri cittadini sulla base del loro orientamento sessuale; la mancanza di spazi pubblici per celebrare funerali e cerimonie laiche; il diritto delle donne all’interruzione di gravidanza calpestato e umiliato in nome del diritto dei ginecologi, per lo più cattolici, all’obiezione di coscienza – voglio fermarmi qui, ma potrei andare avanti ancora a lungo.

Per questi e molti altri motivi è davvero insensato pensare che “ormai” gli atei non abbiano più nulla da reclamare e che l’UAAR possa “finalmente” farsi da parte. È difficile immaginare quando (e se) una simile età dell’oro arriverà. Tra i tanti dubbi, una cosa è certa: quel giorno non è ancora arrivato.

Giovanni Gaetani
Responsabile Crescita e Sviluppo della IHEU

 

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