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Perché sono state falsificate le Lettere pastorali?

Sotto falso nomeLa risposta è ovvia. L’autore è qualcuno che si è trovato a dover risolvere problemi nuovi una generazione dopo Paolo, problemi che Paolo stesso non aveva mai affrontato, e che vuole farlo sotto l’egida di un’autorità che sarà ascoltata. E chi poteva avere più autorità di Paolo nelle chiese da lui fondate?

Così, per esempio, l’autore affronta il problema dei falsi maestri che promuovevano «favole e genealogie» nella Prima lettera a Timoteo e di quelli che sostenevano che la resurrezione era «già avvenuta» nella Seconda. Affronta anche il problema della guida delle comunità e del ruolo delle donne all’interno della chiesa. E lo fa fingendo di essere Paolo.

Alcuni studiosi hanno pensato che a giustificare questi falsi sia intervenuta una circostanza più precisa. In un saggio molto interessante, lo studioso americano Dennis MacDonald ha sostenuto che le Lettere pastorali furono scritte per combattere le concezioni che circolavano nelle storie di Tecla. È vero, infatti, che gli Atti di Paolo, in cui si trovano oggi le storie di Tecla, furono scritti settanta-ottanta anni dopo le Lettere pastorali. Ma le storie registrate negli Atti di Paolo dovevano aver circolato parecchio prima che il presbitero dell’Asia Minore fabbricasse il suo racconto. E le concezioni sottese alle storie di Tecla contrastano con quelle espresse dalle Pastorali in modo sorprendente. Forse una di esse è stata scritta per dare autorevolezza a una concezione opposta contando sull’autorità di Paolo?

Negli Atti di Paolo il matrimonio è oggetto di disprezzo. Nelle Pastorali il matrimonio è incoraggiato: i capi delle chiese devono obbligatoriamente essere sposati. Negli Atti di Paolo il sesso è condannato: soltanto rimanendo casti sarà possibile entrare nel regno dei cieli. Nelle Pastorali l’attività sessuale è incoraggiata: le donne saranno salvate soltanto se partoriranno. Negli Atti di Paolo le donne – in particolare Tecla – possono insegnare ed esercitare la loro autorità. Nelle Pastorali le donne devono stare zitte ed essere sottomesse; non possono né insegnare né esercitare alcuna autorità. Poiché le Pastorali sembrano contrapporsi direttamente alle posizioni espresse dagli Atti di Paolo, MacDonald sostiene che le lettere furono falsificate da qualcuno che aveva ascoltato le storie di Tecla e voleva rettificare il racconto in base al “vero” punto di vista di Paolo.

Si tratta senza dubbio di una tesi affascinante e potrebbe essere giusta. Per molti studiosi, però, il problema più grande ha a che fare con la datazione dei testi. Gli Atti di Paolo furono scritti probabilmente da un presbitero dell’Asia Minore alcuni decenni dopo le Lettere pastorali. Le storie che il presbitero include nel suo racconto potrebbe essere molto più vecchie, ma senza prove che lo dimostrino, è difficile esprimersi. Potrebbe esserci, però, una ricostruzione storica alternativa.

Ed è questa. Le chiese di Paolo erano divise sotto molti aispetti, come abbiamo visto. Una di queste divisioni riguardava il sesso, la sessualità e le questioni di genere. Alcuni cristiani paolini pensavano che le donne dovessero essere trattate nello stesso modo – che avessero dunque il medesimo status e la medesima autorevolezza – degli uomini, poiché Paolo aveva detto che «In Cristo non c’è né uomo né donna» (Gal 3, 28). Altri cristiani paolini pensavano invece che le donne fossero uguali agli uomini solo «in Cristo», espressione con cui volevano dire “in teoria”, non nella realtà sociale. Questi cristiani volevano ridurre l’enfasi con cui Paolo aveva affrontato il tema del ruolo delle donne e uno di loro si decise a scrivere una serie di lettere, le Pastorali, che autorizzavano questa concezione sotto l’egida del nome di Paolo. C’erano anche altri argomenti che desiderava affrontare: la natura della guida nella chiesa, il bisogno di eliminare i falsi insegnamenti, i rapporti tra schiavi e padroni, genitori e figli, e così via. Così ha confezionato tutti questi temi in una serie di lettere e le ha scritte servendosi del nome di Paolo, contraffacendole al fine di fornirle della voce autorevole di cui avevano bisogno.

Ma non tutti erano convinti e non tutti accettavano queste lettere come opera di Paolo. Ricorderete, per esempio, che Marcione non le conosceva (è difficile stabilire se sapeva almeno della loro esistenza). Inoltre, l’altra fazione nella divisione a proposito del ruolo delle donne nella chiesa non era mica sconfitta solo per l’esistenza delle Lettere pastorali. Sopravviveva e vedeva in Paolo il nemico del matrimonio e del sesso e il sostenitore delle donne. Quest’altra fazione raccontava storie su Paolo che corroboravano la propria posizione, storie che finirono per concentrarsi su uno dei principali convertiti di Paolo, Tecla. C’è stato un momento nel II secolo in cui tutti questi documenti avevano ampia circolazione, le storie fabbricate su Paolo e Tecla e le false lettere di Paolo che alla fine furono incluse nel Nuovo Testamento.

 

La Seconda lettera ai Tessalonicesi

 

Quando, intorno ai vent’anni, ero un cristiano evangelico conservatore, c’erano pochi cose di cui ero più sicuro, dal punto di vista religioso, del fatto che Gesù sarebbe presto ritornato dal regno dei cieli per condurre me e i miei compagni credenti in paradiso in un “rapimento” prima della tribolazione finale. Leggevamo qualsiasi libro sostenesse la nostra convinzione. Poche persone oggi sanno che il bestseller degli anni settanta, a parte la Bibbia, era The late, Great Planet Earth, scritto dal cristiano fondamentalista Christian Hal Lindsey. Basandosi su uno studio accurato (o trascurato, dipende dai punti di vista) dell’Apocalisse e di altri libri profetici contenuti nella Bibbia, Linsey scriveva con sicurezza di ciò che stava per accadere nel Medio Oriente via via che le superpotenze dell’Unione Sovietica, della Cina, dell’Unione Europea e infine degli Stati Uniti stavano arrivando a un confronto che avrebbe portato a un olocausto nucleare, proprio prima del ritorno in terra di Gesù. Tutto ciò – diceva – sarebbe accaduto prima della fine degli anni ottanta, come insegnava la Scrittura stessa.

Ovviamente, non è accaduto niente di tutto ciò. Oggi non abbiamo più un’Unione Sovietica. Questo non ha impedito comunque alla gente di continuare a scrivere di un’imminente fine del mondo, ai giorni nostri, che potrebbe arrivare in qualsiasi momento. Fra i bestseller recenti, con vendite che in miniatura ricordano quelle dei libri di Harry Potter, troviamo la serie di romanzi intitolata Left Behind, che ha per soggetto coloro che “sono stati lasciati indietro”, quelli che non sono stati presi nel Rapimento imminente. Questi romanzi sono stati scritti da Jerry Jenkins e da Timothy LaHaye, già autore con la moglie Beverly di libri sul sesso per i cristiani.

Ciò che la maggior parte dei milioni di persone che credono in un prossimo ritorno di Gesù non comprende è che ci sono sempre stati cristiani che la pensavano così. Era un’idea molto diffusa fra i cristiani conservatori all’inizio del XX secolo come alla fine del XIX, nel XVIII come nel XII, nel II come nel I: insomma, in ogni secolo. L’unica cosa che accomuna tutti quelli che hanno nutrito questa convinzione è che tutti avevano irrefutabilmente torto.

Anche Paolo pensava che la fine dovesse arrivare durante la sua esistenza. Più chiaramente che altrove, questa sua convinzione è evidente in una delle lettere sicuramente autentiche dell’apostolo: la Prima lettera ai Tessalonicesi. Paolo scrive ai cristiani di Tessalonica, a causa del turbamento provocato dalla morte di alcuni compagni di fede. Quando aveva convertito questi uomini, Paolo aveva insegnato loro che la fine dei tempi era imminente e che presto sarebbero entrati nel regno, non appena Gesù fosse ritornato. Ma i membri della congregazione erano morti prima che succedesse. Avevano dunque perso la loro ricompensa celeste? Paolo scrive per rassicurare i sopravvissuti che anche i loro morti saranno portati in cielo. Di fatto, quando Gesù tornerà in gloria sulle nubi del cielo, «i morti in Cristo si leveranno per primi; poi noi che siamo vivi, coloro che restano, saranno presi insieme a loro per incontrare il Signore nell’aria» (4, 17). Leggete il versetto con attenzione: Paolo si aspetta di essere ancora vivo quando ciò accadrà.

Poi va avanti dicendo che ci sarà un evento improvviso, inaspettato. Quel giorno arriverà «come un ladro di notte» e, quando la gente penserà che tutto vada bene, «un’improvvisa distruzione si abbatterà su di loro» (5, 2-3). I Tessalonicesi dovevano stare all’erta e prepararsi perché, come le doglie per una partoriente, possiamo sapere che accadrà presto, ma non possiamo prevedere con esattezza quando.

È proprio questa enfasi sulla subitaneità della ricomparsa di Gesù, che coglierà la gente di sorpresa, a rendere così interessante la seconda lettera che Paolo apparentemente avrebbe scritto ai Tessalonicesi. Anche questo libro, infatti, verte sulla seconda venuta di Gesù, ma in questo caso il problema che desidera affrontare è totalmente diverso. I lettori sono stati «fuorviati» da una lettera che sembra sia stata falsificata sotto il nome di Paolo (2, 2), in cui si dice che «il giorno del Signore è vicino». L’autore della Seconda lettera ai Tessalonicesi, sostenendo di essere Paolo, afferma che la fine, in realtà, non arriverà a breve. Prima devono accadere alcune cose. Ci sarà una qualche sorta di sollevazione politica o religiosa e apparirà una figura simile all’Anticristo che prenderà il suo posto nel Tempio di Gerusalemme e dichiarerà di essere Dio. Soltanto allora «il Signore Gesù» verrà «per distruggerlo con il soffio della sua bocca» (2, 3-8).

In altre parole, i Tessalonicesi possono stare tranquilli: non è ancora arrivato il momento finale della storia quando Gesù riapparirà. Sapranno quando starà per arrivare dagli eventi che si riveleranno a compimento della Scrittura. Può essere opera dello stesso autore che ha scritto l’altra lettera, la Prima ai Tessalonicesi? Paragonate lo scenario della comparsa di Gesù nella Seconda, per cui ci vorrà ancora del tempo e ci saranno segni riconoscibili, con quello della Prima, dove la fine arriverà come «un ladro di notte», che comparirà quando meno te lo aspetti. Sembra esserci una differenza sostanziale tra gli insegnamenti delle due lettere, che è la ragione per cui molti studiosi pensano che la Seconda non sia di pugno di Paolo.

È particolarmente interessante che l’autore della Seconda lettera ai Tessalonicesi sostenga di aver già insegnato queste cose ai suoi convertiti, quando era fra loro (2, 5). Se le cose stanno così, come si spiega la Prima? Là il problema è che la gente pensa che la fine possa arrivare da un omento all’altro, basandosi su quanto Paolo ha detto loro. Ma stando alla Seconda, Paolo non ha mai impartito un insegnamento del genere. Ha detto invece che ci sarà tutta una serie di eventi che avranno luogo prima che arrivi la fine. Inoltre, se questo è ciò che aveva insegnato, come ripete nella Seconda, allora è piuttosto strano che non ricordi loro l’insegnamento della Prima, dove invece i Tessalonicesi pensano di aver appreso qualcosa di molto diverso.

Probabilmente Paolo non è l’autore della Seconda lettera ai Tessalonicesi. Il che rappresenta un elemento particolarmente interessante. Verso la fine l’autore dice di essere Paolo e fornisce una specie di prova: «Il saluto è di mia mano, di Paolo. Questo è il segno autografo di ogni mia lettera; io scrivo così» (3, 17). Ciò significa che “Paolo” avrebbe dettato la lettera a un copista che l’aveva materialmente scritta, fino alla fine, dove Paolo la firma di proprio pugno. I lettori potevano vedere il cambiamento di grafia e riconoscere quella di Paolo, che autenticava la lettera come sua, diversamente da quella contraffatta di cui parla in 2, 2. È singolare che l’autore dichiari che questa era la sua pratica abituale, ma non sia quello che accade nella maggioranza delle lettere sicuramente autentiche di Paolo, fra cui la Prima ai Tessalonicesi. Le parole sono difficilmente attribuibili a Paolo, ma avrebbero un senso se a scriverle fosse un falsario nel tentativo di convincere i lettori di essere davvero l’apostolo. Forse, però, per dirla con Shakespeare, «promette con troppa foga» …

Alcuni studiosi si sono spinti oltre e hanno ipotizzato che quando l’autore, che dice di essere Paolo, tenta di rassicurare i lettori di non essere fuorviati da una lettera falsa («da qualche lettera fatta passare per nostra»), che afferma che la fine è ormai prossima, il falsario si riferisca alla Prima ai Tessalonicesi! Ovvero, qualcuno che viveva in un’epoca successiva voleva disilludere i lettori del messaggio che Paolo stesso aveva insegnato sulla fine imminente, poiché dopotutto non era arrivata e Paolo insieme con gli altri nel frattempo erano morti. Quindi un autore cercava di confortare i lettori falsificando una lettera che diceva che una lettera autentica era un falso. Giusto o meno, quello che sembra abbastanza sicuro è che qualcuno dopo Paolo decise di intervenire in una situazione in cui la gente attendeva con tale ansia la fine da trascurare persino le incombenze quotidiane (3, 6-12); e lo fece scrivendo una lettera sotto il nome di Paolo, sapendo bene di non essere l’apostolo e di vivere in un’epoca successiva. La Seconda lettera ai Tessalonicesi, dunque, sembra essere un altro falso sotto il nome di Paolo.

 

La Lettera agli Efesini

 

Quando verso la metà degli anni ottanta insegnavo alla Rutgers University, tenevo regolarmente un corso sulla vita e gli insegnamenti di Paolo. Uno dei testi per la preparazione del corso era un saggio su Paolo dello studioso conservatore inglese F. F. Bruce. Usavo questo libro perché in pratica ero in disaccordo con tutto quello che c’era scritto e pensavo che fosse una buona idea per i miei studenti conoscere un punto di vista diverso dal mio. Una delle convinzioni di Bruce a proposito degli scritti di Paolo era che la Lettera agli Efesini fosse la più paolina delle lettere dell’apostolo. Non soltanto pensava he Paolo ne fosse l’autore, ma anche che la lettera condensasse meglio di qualsiasi altra il cuore e l’anima della teologia paolina.

Che è quanto un tempo pensavo anch’io, anni addietro, quando ero proprio all’inizio dei miei studi. Poi seguii un corso sul Nuovo Testamento che il professor J. Christiaan Beker teneva al Seminario teologico di Princeton. Becker era un formidabile studioso di Paolo. Verso la fine degli anni settanta aveva scritto un volume ponderoso e fondamentale sulla teologia paolina, uno dei veri grandi studi mai pubblicati sull’argomento. Beker era profondamente convinto che Paolo non avesse scritto la Lettera agli Efesini, che in realtà rappresenta una grave alterazione del pensiero dell’apostolo.

All’epoca, quando seguivo il suo corso, non ero convinto. Ma più studiavo, confrontando quanto dice la Lettera con ciò che dice Paolo nelle lettere unanimemente ritenute autentiche, più mi convincevo. Quando insegnavo alla Rutgers, ero sicuro che Paolo non avesse scritto la Lettera. Oggi la maggioranza degli studiosi della Bibbia è unanime. La Lettera agli Efesini può suonare paolina, ma quando si comincia a scavare un po’ più a fondo, le differenze e le incongruenze appaiono evidenti.

La Lettera agli Efesini è rivolta ai gentili cristiani (3, 1) per ricordare loro che, anche se un tempo erano lontani da Dio e dalla sua gente, gli ebrei, ora sono riconciliati; sono stati resi giusti in Dio e il confine che divideva gli ebrei dai gentili – la Legge mosaica – è stato cancellato dalla morte di Cristo. Ebrei e gentili possono convivere in armonia ora, in Cristo, e in armonia con Dio. Dopo aver presentato questa serie di posizioni teologiche nei primi tre capitoli (soprattutto nel secondo), l’autore passa alle questioni etiche e discute il modo con cui i seguaci di Gesù devono vivere al fine di manifestare la loro unità in Cristo.

Le ragioni per ritenere che Paolo non abbia scritto questa lettera sono numerose e interessanti. Innanzitutto lo stile non è quello di Paolo. Di solito, l’apostolo si esprime con frasi brevi, chiare, mentre nella Lettera agli Efesini i periodi sono lunghi e complessi. In greco, la formula iniziale di ringraziamento (1, 3-14) – dodici versetti – è un’unica frase. Non che ci sia qualcosa di strano nello scrivere periodi molto lunghi in greco; ma non è il modo di scrivere di Paolo. È come nel caso di Mark Twain e William Faulkner; entrambi scrivono in modo corretto, ma non si può confondere l’uno con l’altro. Alcuni studiosi hanno evidenziato che nella Lettera gli Efesini, su un centinaio di frasi circa, nove superano le cinquanta parole. Confrontiamola con le lettere sicuramente paoline. La Lettera ai Filippesi, per esempio, si compone di centodue frasi, di cui soltanto una supera le cinquanta parole; la Lettera ai Galati si compone di centottantuno frasi, di cui, anche in questo caso, soltanto una supera le cinquanta parole. Il libro presenta inoltre uno straordinario numero di parole che non s’incontrano negli altri scritti di Paolo, in tutto centosedici, ben superiore alla media (il 50% in più rispetto alla Lettera ai Filippesi, per esempio, che all’incirca la stessa lunghezza).

Ma la ragione principale per pensare che Paolo non abbia scritto la Lettera agli Efesini consiste nel fatto che ciò che l’autore dice non corrisponde a ciò che Paolo sostiene nelle lettere sicuramente autentiche. Alcuni passi (2, 1-10, per esempio) somigliano molto agli scritti di Paolo, ma solo superficialmente. Qui, come nelle lettere autentiche dell’apostolo, apprendiamo che i credenti sono stati separati da Dio a causa del peccato, ma possono tornare in pace con Dio esclusivamente attraverso la grazia, non come risultato delle loro «opere». Ma qui, stranamente, paolo include sé stesso fra coloro che, prima della venuta di Cristo, si sono lasciati trascinare dalle «nostre passioni carnali seguendo le voglie della carne e dei pensieri cattivi». Un’affermazione del genere non sembra provenire dallo stesso Paolo delle lettere autentiche, che dichiara di essere stato «quanto alla giustizia che deriva dall’osservanza della legge, irreprensibile» (Fil 3, 6). Si aggiunga che, sebbene in questa lettera stia parlando della relazione fra ebrei e gentili, l’autore non parla della salvezza al di là delle «opere della Legge», come fa Paolo. Parla, invece, della salvezza al di là delle «buone azioni». Il che non è ciò che Paolo intendeva.

L’autore inoltre afferma che i credenti sono stati già «salvati» dalla grazia di Dio. Di fatto, il verbo «salvare» nelle lettere autentiche di Paolo è sempre usato al futuro. La salvezza non è qualcosa che la gente possiede già; è ciò che avrà quando Gesù tornerà sulla terra e libererà i suoi seguaci dalla collera divina.

A ciò si aggiunga che Paolo insisteva parecchio nei suoi scritti sul fatto che i cristiani che erano stati battezzati erano «morti» per i poteri del mondo, schierati contro i nemici di Dio. Erano «morti con Cristo». Ma non erano stati ancora «resuscitati» in Cristo. Questo sarebbe accaduto alla fine dei tempi, quando Gesù sarebbe ritornato, e tutti, vivi e morti, sarebbero stati resuscitati per affrontare il giudizio universale. Ecco perché nella Lettera ai Romani (6, 1-4) Paolo ripete: chi è stato battezzato è morto con Cristo e sarà resuscitato con lui, nella seconda venuta di Gesù.

Paolo era molto pressante su questo punto: la resurrezione dei credenti era un evento fisico futuro, non qualcosa di già avvenuto. Con la Lettera ai Corinzi, infatti, intendeva rispondere ad alcuni cristiani di quella comunità che erano di parere opposto e sostenevano che già ora vivevano un’esistenza risorta in Cristo e i benefici della salvezza. Paolo dedica il capitolo  15 della Lettera ai Corinzi a dimostrare che la resurrezione non è qualcosa che è già successo. Bensì un evento fisico futuro che deve ancora accadere. I cristiani non sono stati ancora resuscitati in Cristo.

Ma mettiamo a confronto quest’affermazione con ciò che dice la Lettera agli Efesini: «da morti che eravamo per le colpe, ci ha fatto rivivere con Cristo [….]. Con lui ci ha anche risuscitato e ci ha fatto sedere nei cieli» (2, 5-6). Qui i credenti hanno già sperimentato una resurrezione spirituale e godono un’esistenza celeste nel presente. Ovvero proprio ciò contro cui si scaglia nella Lettera ai Corinzi!

Punto dopo punto, quando si legge con attenzione la Lettera agli Efesini, ci si rende conto di quanto sia in contrasto con l’opera di Paolo. Presumibilmente, questo libro fu scritto in un’epoca successiva da un cristiano di una delle chiese fondate da Paolo che voleva affrontare un tema centrale al momento: il rapporto tra ebrei e pagani all’interno della chiesa. Lo fece sostenendo che a scrivre la lettera era Paolo, sapendo perfettamente che non era così. Per raggiungere il suo obiettivo produsse un falso.

 

La Lettera ai Colossesi

 

All’incirca le stesse cose si possono dire per la Lettera ai Colossesi. A uno sguardo superficiale, sembra opera di Paolo, ma quando si scava a fondo, non è così. La Lettera ai Colossesi presenta molte parole e frasi che ritroviamo anche nella Lettera agli Efesini, al punto che molti studiosi pensano che chiunque sia l’autore della Lettera agli Efesini abbia utilizzato l’Epistola ai Colossesi come fonte allo scopo di imitare il modo di scrivere di Paolo. Peccato che si sia servito di un testo di cui Paolo quasi sicuramente non fu l’autore.

La Lettera ai Colossesi muove da presupposti diversi e ha obiettivi differenti da quelli della Lettera agli Efesini. Qui l’autore è particolarmente interessato a un gruppo di falsi maestri che stanno diffondendo una sorta di «filosofia». Sfortunatamente l’autore non descrive nel dettaglio che cosa prevedesse questa filosofia, di cui fornisce soltanto qualche cenno. A quanto pare, i falsi maestri invitavano gli ascoltatori a venerare gli angeli e a osservare le prescrizioni alimentari e alcune feste religiose previste dalla Legge mosaica. Una delle ragioni per cui l’autore non spiega precisamente in che cosa consistesse l’insegnamento di questi falsi maestri potrebbe essere che chi leggeva la lettera sapeva bene a chi si riferisse e che cosa questi falsi maestri dicessero.

L’autore si contrappone a loro, ribadendo che solo Cristo, non gli esseri angelici, è una divinità degna di venerazione e che la sua morte ha posto fine alla necessità di rispettare la Legge mosaica. Per lui, infatti, i credenti in Cristo erano già al di sopra delle leggi e dei regolamenti umani, perché erano già stati resuscitati in Cristo nei cieli, in una sorta di unità mistica con Cristo nel presente. Ciò non vuol dire, comunque, che i cristiani possono vivere come vogliono. Sono ancora chiamati a vivere in modo moralmente ineccepibile. Perciò, i due capitoli finali descrivono a grandi linee alcuni requisiti etici della nuova vita in Cristo.

Le ragioni per pensare che il libro non sia stato scritto da Paolo sono all’incirca le stesse che abbiamo visto a proposito della Lettera agli Efesini. Fra l’altro, lo stile e il contenuto del libro sono molto diversi da quelli delle lettere sicuramente autentiche. Lo studio più interessante sullo stile della Lettera ai Colossesi è stato scritto dal tedesco Walter Bujard una quarantina di anni or sono. Bujard analizza a fondo ogni caratteristica stilistica della lettera: il tipo e la frequenza delle congiunzioni, degli infiniti, dei participi, delle frasi relative, delle catene di genitivi. In particolare si concentra sul confronto tra la Lettera ai Colossesi e le altre epistole di Paolo di lunghezza simile: la Lettera ai Galati, la Lettera ai Filippesi e la Prima lettera ai Tessalonicesi. Le differenze tra questa lettera e gli scritti di Paolo sono evidenti. Tanto per darvi un assaggio:

 

Ricorrenza delle congiunzioni avversative: Gal, 84 volte; Fil, 52; 1Ts, 29; Col, soltanto 8.

 

Ricorrenza delle congiunzioni causali: Gal, 45 volte; Fil, 20; 1Ts, 31; Col, soltanto 9.

 

Ricorrenza delle congiunzioni che introducono una frase: Gal, 20 volte; Fil, 19; 1Ts, 11; Col, soltanto 3.

 

Gli elenchi vanno avanti per molte pagine, registrando ogni tipo d’informazione, con numerose riflessioni che portano tutte nella stessa direzione: lo stile è diverso da quello di Paolo.

E anche in questo caso, il contenuto non sembra in linea con il pensiero di Paolo, ma semmai con quello della Lettera agli Efesini. Anche qui, per esempio, l’autore indica che i cristiani sono stati già «resuscitati con Cristo» quando sono stati battezzati, a dispetto dell’insistenza con cui Paolo sostiene che la resurrezione dei credenti è futura, non passata (cfr. Col 2, 12-13).

Siamo dunque di fronte a un altro caso in cui un seguace posteriore di Paolo, volendo affrontare una situazione presente, lo fa assumendo il nome di Paolo ovvero contraffacendo una lettera sotto il suo nome.

 

Conclusione

 

Abbiamo visto come nella chiesa delle origini circolassero numerosi falsi paolini: lettere che sostenevano di essere state scritte da Paolo ma che, in realtà, erano opera di qualcun altro. Alcune di queste lettere sono ritenute dei falsi da chiunque sulla faccia della terra, come la corrispondenza tra Seneca e Paolo, per esempio. Altre sono oggetto, invece, di acceso dibattito fra gli studiosi. Sebbene la maggioranza ammetta che, accanto alle sette lettere nel Nuovo Testamento sicuramente scritte da Paolo, le altre sei probabilmente (per alcuni studiosi, sicuramente) non sono opera di Paolo, per le ragioni che abbiamo visto. In realtà, di ragioni ce ne sono molte altre, ma le argomentazioni risultano un pizzico noiose dopo un po’.

Alcuni studiosi, però, sono riluttanti a definire queste deuteropaoline dei falsi. C’è chi ha sostenuto che presentano tratti stilistici diversi da quelli delle lettere autentiche di Paolo, perché l’apostolo le aveva dettate al proprio segretario, che aveva un modo diverso di scrivere. Siccome in alcune lettere Paolo parla di un co-autore, c’è chi ha suggerito che potrebbero essere proprio questi altri autori ad aver scritto le lettere, il che ne spiegherebbe le differenze. C’è infine chi ha sostenuto che nelle scuole filosofiche era prassi che i discepoli scrivessero trattati firmandoli con il nome del maestro, in segno di umiltà, poiché le loro idee traevano origine dal maestro stesso.

Tutte proposte interessanti, certo; ma, a mio avviso, tutte sbagliate. Nel prossimo capitolo cercherò di dimostrare perché.

 

(EHRMAN, BART D., Sotto falso nome. Verità e menzogna nella letteratura cristiana antica, Roma, Carocci 2012, pp. 102-112)

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