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Perché sul terrorismo ora la May se la prende (anche) con i social

Una stretta sui social per rendere più efficace la prevenzione di attentati come quello che, nella notte di sabato scorso, ha provocato la morte di sette persone a Londra. Il pensiero si sta facendo strada, sempre più forte, nelle menti di molti politici. Tanto che nel G7 di Taormina, e prima ancora a Lucca, i sette paesi più industrializzati del mondo hanno trovato un’intesa di massima per esercitare pressioni sui grandi social e le grandi piattaforme, accusate spesso di chiudere troppo facilmente un occhio sui contenuti che circolano tra i loro utenti. 

Il dossier sul tavolo del G7

A farsi promotrice dell’idea, a Taormina, proprio il premier britannico Theresa May, che pochi giorni prima aveva subito il dramma dell’attentato di Manchester. Dopo l’attacco al London Bridge il primo ministro, che per sei anni è stata anche ministro dell’Interno, è tornata con forza sul tema, costringendo i diretti interessati ad una prima risposta. “Il terrorismo alimenta il terrorismo”, sono state le parole di May. Un’espressione che può essere intesa anche alla lettera, ed indicare il processo che vede gruppi isolati di esaltati che riescono entrare in contatto grazie alla Rete e alle sue opportunità. Quello che ora Londra vuole con forza è che si crei una “alleanza tra i governi democratici” per una regolamentazione comune del cyberspazio. “Non possiamo lasciare a questa ideologia lo spazio che le è necessario per prosperare” sono ancora le parole del premier, “eppure ciò è esattamente quello che internet assicura, come anche le grandi compagnie che su internet garantiscono i loro servizi”.

Le repliche dei giganti del web

Parole, quelle di Theresa May, che hanno immediatamente suscitato le preoccupazioni delle grandi piattaforme. Primi a rispondere i responsabili di Facebook. “La nostra linea è quella di far sì che Facebook sia un ambiente ostile al terrorismo”, ha dichiarato al Financial Times Simon Milnes, direttore delle policy dell’azienda, “usando una combinazione di combinazione di tecnologie e revisione umana, aggrediamo i contenuti a sfondo terroristico per rimuoverli dalla nostra piattaforma non appena ci accorgiamo della loro presenza”. Inoltre “se le dichiarazioni lasciano intravedere la presenza di un pericolo immediato, avvertiamo immediatamente le autorità di polizia”.

Il problema, però, sembra essere più ampio, ancora più ampio delle stesse inchieste di stampa che, come quella del Guardian, di recente hanno portato luce su più di un angolo remoto del gruppo. Certo, non è per nulla chiaro se i tre terroristi del London Bridge fossero grandi consumatori del social (anche se uno pare si sia radicalizzato grazie a Youtube). Ma la circostanza che nella capitale britannica si siano avuti tre attentati in tre mesi aumenta le preoccupazioni anche su questo versante. Del resto l’allarme non è nuovo. La prima volta che fu sollevata ufficialmente la questione fu nel 2014, quando la commissione servizi di sicurezza di Westminster criticò formalmente Facebook per non aver agito a sufficienza per impedire l’uccisione, in un attacco da parte di un fondamentalista, del soldato inglese Lee Rigby.

Servono meno macchine e più mediatori

Uno dei problemi principali da affrontare è che i fondamentalisti sono in grado di mutare costantemente il modo di utilizzo della rete. L’attentatore di Westminster ad esempio avrebbe usato nell’ultima fase della preparazione del suo attacco i messaggi criptati di Whatsapp, stando ad una serie di voci riprese dalla stampa britannica. E se si parla di Youtube, si deve ricordare che ogni singolo minuto vengono caricati video per 400 ore di visualizzazione. Ma, secondo una parte del mondo politico d’Oltremanica, molto potrebbe essere ottenuto utilizzando, nei controlli, meno macchine e più mediatori. Un punto su cui si sono soffermate le recenti rivelazioni su Facebook.

“C’è gente che, semplicemente, non vuole collaborare”

Twitter, da parte sua, sottolinea che tra il luglio ed il dicembre dello scorso anno siano stati sospesi 376.000 account per sospette violazioni riconducibili a contenuti correlati a potenziale terrorismo. E ancora Youtube precisa che gli account sono immediatamente bloccati non appena si abbia un seppur vago sospetto di attività terroristiche. Il problema si fa ancora più complicato man mano che si scende di dimensioni della piattaforma. Le pressioni esercitate finora sui principali social qualche effetto lo hanno raggiunto. Ma questo ha portato i potenziali jihadisti a spostarsi su quelle più piccole, dove i controlli sono ancora più difficili e dove è più facile nascondersi. Magari grazie a qualche sguardo troppo distratto. Lo ha detto, di recente, anche il direttore dell’Europol, Rob Wainwright: “C’è gente che, semplicemente, non vuole collaborare”.

Articolo originale Agi Agenzia Italia

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