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Perché The Economist (disperato) vota “no” al referendum

DI FEDERICO DEZZANI –
federicodezzani.altervista.org

La scelta della più celebre rivista dell’oligarchia finanziaria, The Economist, di sostenere il “no” al referendum del 4 dicembre, ha lasciato molti interdetti: ma come, i poteri forti, dopo aver scritto la riforma, consigliano ora di affossarla? La decisione del potente settimanale inglese nasce dall’imprevisto esito delle elezioni americane e dalla condotta, sempre più imprevedibile, di Matteo Renzi nei confronti di Bruxelles: la vittoria del “no” e la formazione di un successivo governo tecnico, docile a malleabile, è considerata la soluzione migliore affinché l’Italia non disturbi le decisive elezioni in Francia e, soprattutto, Germania. La mossa è rischiosissima e testimonia, soprattutto, il caos che regna ai vertici del sistema.

Se Renzi fa troppa cagnara, meglio il “no”

Ha creato non poco scalpore l’editoriale pubblicato il 24 novembre dal settimanale inglese The Economist. Un editoriale dal titolo chiaro, netto, quasi brutale: “Why Italy should vote no in its referendum”, “Perché l’Italia dovrebbe votare no al referendum”.

Undici paragrafi, asciutti e concisi, dove il settimane spiega le ragioni che dovrebbero indurre gli italiani a bocciare la riforma costituzionale: possibili derive autoritarie, una camera alta non eletta, senatori scelti tra le istituzioni più corrotte del Paese, rischi che i principali beneficiari della riforma sia il Movimento 5 Stelle (ma stiamo parlando della stessa formazione fondata dall’ex-responsabile per l’Italia del colosso britannico Logica plc, tal Gianroberto Casaleggio?), etc. etc. Alcuni investitori sostengono che la vittoria del “no” al 4 dicembre potrebbe innescare un effetto domino sull’eurozona ma, dice sempre The Economist, “gli italiani non dovrebbero essere ricattati” (!) e, nonostante tutte le gravi incognite, il “no” è pur sempre la scelta migliore.

L’ultimo paragrafo contiene il pizzino per le alte cariche dello Stato italiano1:

“What, then, of the risk of disaster should the referendum fail? Mr Renzi’s resignation may not be the catastrophe many in Europe fear. Italy could cobble together a technocratic caretaker government, as it has many times in the past. If, though, a lost referendum really were to trigger the collapse of the euro, then it would be a sign that the single currency was so fragile that its destruction was only a matter of time.”

L’addio di Matteo Renzi, il premier che fino a poco tempo fa era definito dalla City come “l’ultima speranza per l’establishment italiano”, non sarebbe quindi una catastrofe. Si potrebbe, consiglia (o sollecita?) il settimanale inglese, mettere insieme il solito governo tecnico, come già fatto tante volte in passato. Se, nonostante tutto, la vittoria del “no” dovesse innescare il collasso dell’eurozona, bé, significherebbe che la moneta unica era così debole che, presto o tardi, sarebbe comunque implosa.

Che è successo? Perché The Economist consiglia di votare come i populisti del M5S che il settimanale finge di temere e chiede agli italiani di affossare la riforma costituzionale? Non è stata la riforma Boschi dettata dall’alta finanza, JP Morgan in testa, e caldeggiata dalla Troika, UE-BCE-FMI? La mossa è apparentemente incomprensibile.

Il settimanale The Economist è spesso citato nei nostri articoli, perché contiene “les lettres de cachet” che l’oligarchia bancaria anglofona, quella che da sempre si prodiga per la federazione dell’Europa, invia ai vari governi del mondo: basti da ultimo ricordare, a testimonianza dell’influenza del settimanale inglese, la copertina di fine marzo in cui troneggiava la scritta “Time to go” sopra la foto di Dilma Rousseff, seguita a distanza di cinque mesi dalle effettive dimissioni della presidentessa brasiliana sull’onda di uno scandalo massonico-giudiziario. Tra i suoi maggiori azionisti del settimanale figurano i Rothschild e gli Schroder, cui si sono affiancati i (parvenus) Agnelli-Elkann: finire nel mirino dell’Economist significa quindi avere una muta di cani famelici alle calcagna, come già sperimentò a suo tempo Silvio Berlusconi.

Per Renzi, insomma, è arrivato il benservito da parte dell’alta finanza.

Ed è un benservito clamoroso, perché cade in una congiuntura drammatica per l’oligarchia euro-atlantica: a giugno, la vittoria del “leave” al referendum inglese sulla permanenza nella UE, a novembre, l’affermazione alle presidenziali americane del candidato populista Donald Trump, un vero e proprio choc per l’establishment liberal e la tecnocrazia europea (si ricordi la reazione scomposta, per non dire isterica, di Jean-Claude Juncker). Ci deve essere qualche seria ragione se, in contesto già così deteriorato ed instabile, la City consiglia di bocciare il referendum costituzionale, a costo di innescare una reazione a catena potenzialmente letale per la moneta unica.

Il motivo, senza troppi giri di parole, è che la bocciatura del referendum costituzionale e la conseguente caduta (o perlomeno il dimezzamento) di Matteo Renzi, sono oggi considerati il male minore, preferibili ad una vittoria del “sì” ed al proseguimento della destabilizzazione a bassa intensità condotta dall’ex-sindaco di Firenze con la sua deriva “populista”. Renzi è, in sostanza, una piccola cancrena in uno Stato periferico dell’eurozona: una cancrena da amputare velocemente, per impedire che diffonda ulteriori infezioni al corpo già gravemente malato dell’Unione Europea. La bocciatura del referendum e la formazione di un governo tecnico sono, paradossalmente, più utili all’oligarchia finanziaria che la permanenza del premier-cazzaro a Palazzo Chigi. Perché?

Innanzitutto, come abbiamo sempre evidenziato nelle nostre analisi, Matteo Renzi non è propriamente un esponente dell’establishment anglofono liberal, né, a differenza di Mario Monti e Mario Draghi, appartiene all’esclusiva e blasonata massoneria inglese.

L’ex-sindaco di Firenze, si pensi a figure a lui vicine come Marco Carrai e Michael Ledeen, appartiene (come Silvio Berlusconi) ad un ramo secondario del sistema atlantico: quello israeliano/neoconservatore. Tale è la sua origine e tale rimane la sua affiliazione: poco importa se si è schierato pubblicamente per Hillary Clinton ed ha sempre assecondato la volontà di Barack Obama. Come nel caso di Silvio Berlusconi, è poi quasi certa una sua affiliazione al Grande Oriente di Francia (storicamente molto radicato in Toscana) e ciò spiega una seria di mosse del suo governo: i favori concessi alla francese Total nel campo petrolifero Tempa Rossa, il pezzo di mare ceduto ai francesi davanti alle coste sarde, la posizione dominante assunta dai francesi in Telecom Italia negli ultimi mesi col placet del governo, etc. etc. Renzi, quindi, non è un “uomo della City”, come possono essere Draghi e Monti.

Tuttavia, non è certo un improvviso dissapore tra logge ad aver indotto l’Economist a scaricare il presidente del Consiglio. Il vero motivo è l‘irritante condotta assunta da Matteo Renzi nell’ultimo anno e, specialmente, negli ultimi mesi: Renzi sta facendo troppa cagnara in Europa, in una fase di delicatissime tornate elettorali durante cui, soprattutto Angela Merkel, avrebbe bisogno che nessuno fiatasse in Italia , così da non aumentare i malumori tra i falchi del rigore e lo stesso elettorato tedesco. Un governo tecnico, o persino un governo Renzi II reso mansueto dalla sconfitta referendaria, sarebbero più graditi nell’odierna tesissima situazione europea.

Che sia questa la volontà della City, è facilmente comprensibile dalla recente intervista rilasciata da Mario Monti, “l’illuminato” contro cui Matteo Renzi si era già scagliato all’inizio dell’anno durante un battibecco sull’Europa. Dice Monti2:

Voterò “no” perché gli svantaggi delle nuove norme costituzionali superano i vantaggi. Ma per quanto riguarda Renzi, non c’è nulla nella legge o nella prassi consolidata, che gli imponga di dimettersi nel caso che la riforma venga bocciata. Qualunque cosa accada il 4 dicembre, mi auguro che Renzi rimanga e riprenda con rinnovato vigore il lavoro che ha lasciato a metà. Nel caso Renzi voglia comunque lasciare, non c’è alcuna ragione di andare al voto anticipato né tanto meno vede la necessità di un governo tecnico. Al contrario, il presidente Sergio Mattarella potrà chiedere a qualcuno del governo in carica di formare un nuovo governo fino alle prossime elezioni nel 2018”.

Quello che preme all’oligarchia finanziaria è quindi la bocciatura del referendum e la conseguente formazione di un governo, docile e malleabile, che raggiunga il 2018, consentendo così di affrontare le decisive elezioni in Francia e Germania senza alcuna cagnara nel meridione europeo.

L’ultimo desiderio della City è invece che Renzi vinca il referendum e, uscitone rafforzato, cerchi disperatamente una riconferma a Palazzo Chigi, magari con elezioni anticipate nel 2017, portando avanti la strategia “populista” degli ultimi mesi. È il Matteo Renzi che toglie le bandiere dell’Unione Europea dall’ufficio della Presidenza del Consiglio, è il Matteo Renzi che imposta la campagna referendaria in chiave anti-Bruxelles, è il Matteo Renzi, soprattutto, che ha disperato bisogno di spendere denaro pubblico per accattivarsi gli elettori, attirandosi così le ire della Commissione Europea: “non si può dire che questa Commissione continui le politiche di austerità, se lo si dice me ne frego” è stata la sconcertante risposta di Juncker alla richiesta di maggiore flessibilità avanzata da Renzi3.

Come l’europeista Angela Merkel può pensare di essere rieletta alla prossime elezioni legislative, se l’elettorato tedesco vede che le “cicale” meridionali si ostinano a rifiutare il rigore? Ogni attacco di Matteo Renzi a Bruxelles ed all’austerità, è bene sottolinearlo, si trasforma in Germania in un voto contro la Merkel ed a favore degli euroscettici di Alternative für Deutschland.

Ecco quindi spiegato le ragioni del clamoroso “no” alla riforma costituzionale, pronunciato da The Economist: meglio sacrificare Renzi ed accettare tutti i rischi del caso, piuttosto che consentire al premier-cazzaro di continuare la sua destabilizzazione a bassa intensità dell’Unione Europea, una destabilizzazione che la debole Angela Merkel, “the Liberal West’s Last Defender”, l’ultimo baluardo del mondo liberale secondo il New York Times, non può assolutamente reggere in questo momento (il sostegno alla CDU-CSU è crollato ai minimi storici nei sondaggi di ottobre4).

Sia chiaro: l’Economist non sposterà un solo voto e saranno gli italiani, per ben altri motivi rispetto a quelli elencati dal settimanale inglese, a decretare con alta probabilità la vittoria del “no” al referendum del 4 dicembre. Come non è neppure certo che Matteo Renzi, uscito sconfitto dal voto, accetti la formazione di un governo tecnico o di una grande coalizione: se radunasse un numero sufficiente di parlamentari, potrebbe vendicarsi del benservito bloccando il Parlamento e rendendo così obbligatorie le elezioni anticipate. Come non è certo che, dopo una vittoria del “no”, gli improcrastinabili aumenti di capitale di Monte dei Paschi di Siena ed Unicredit riescano a concludersi con successo.

Il clamoroso pronunciamento dell’Economist in favore del “no” è, soprattutto, l’ennesima spia del caos che regna ai vertici del sistema dopo la Brexit: è tale il caos che la più blasonata rivista finanziaria inglese invita a bocciare la riforma scritta dalla stessa Troika pur di mettere a tacere il Renzi “populista”, è tale il caos che un’eventuale uscita dell’Italia all’eurozona è ormai apertamente contemplata dalla City (si veda a questo proposito anche l’editoriale “Italy’s referendum holds the key to the future of the euro” apparso sul Finacial Times il 20 novembre5), è tale il caos che si sta accantonando l’idea di salvare l’intera Unione Europea e ci si accontenterebbe del nocciolo franco-tedesco, è tale il caos da indurre l’Economist a scrivere che se l’euro implodesse il 5 dicembre, bé, è perché comunque non sarebbe durato ancora lungo!

Come concludere, se non con la massima di Mao Tse-tung?

“Grande è la confusione sotto il cielo, la situazione è ottima.”

 

referendumft

Federico Dezzani

Fonte: http://federicodezzani.altervista.org

Link: http://federicodezzani.altervista.org/perche-the-economist-disperato-vota-no-al-referendum/

26.11.2016

NOTE

1 http://www.economist.com/news/leaders/21710816-country-needs-far-reaching-reforms-just-not-ones-offer-why-italy-should-vote-no

2 http://www.huffingtonpost.it/2016/11/25/monti-financial-times-_n_13222994.html

3  http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/Juncker-Italia-ci-attacca-a-torto-beneficia-di-flessibilita-9aae5f68-2c95-4362-9536-260f8c54fd5a.html?refresh_ce

4 http://www.politico.eu/article/angela-merkels-conservatives-sink-to-all-time-low-in-poll-germany-elections-afd-cdu/

5 https://www.ft.com/content/7ea6837a-ad83-11e6-ba7d-76378e4fef24

Perché The Economist (disperato) vota “no” al referendum

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