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Perdere l’amore (seconda parte)

perdere l'amoreBarbara Vigorito– La settimana scorsa ci eravamo soffermati a fare qualche riflessione sulla paura di perdere l’amore, non avevamo potuto approfondire se vi ricordate per questioni di spazio.

Oggi riprendiamo da dove avevamo lasciato e vi ricordo che le mie argomentazioni vogliono solo offrire uno spunto di riflessione ed eventualmente di dibattito, uno spazio in cui poter dire la vostra e fare domande e non ha assolutamente carattere di terapia ma solo di dissertazione filosofica seppur fondata su basi culturali e scientifiche ed anni di studio ed esperienza con l’essere umano.

Uno dei punti fondamentali dicevamo è che la paura di perdere l’amore ha radici profonde nell’infanzia, non importa ciò che ricordate, probabilmente chi di voi è condizionato da questa paura ha sperimentato in tenerissima età la sensazione dell’abbandono. Può darsi che non sappiate spiegarvi questa cosa…

Magari avete avuto genitori a vostra memoria amorevolissimi e sempre presenti eppure in voi alberga questa paura che ha mille sfaccettature nella sua manifestazione (la volta scorsa avevamo preso ad esempio la gelosia, ma ci ne sono altre manifestazioni, dopo ne vedremo alcune).

Vi spiego come funziona.

Il neonato non è ancora in grado di fare elaborazioni complesse col suo cervello, nonostante sia già in grado di funzionare il suo compito fondamentale dal momento della nascita in poi è l’apprendimento, infatti in seguito all’apprendimento il bambino man mano che cresce riesce a fare delle connessioni e a riconoscere cosa gli sta intorno e formulare un pensiero un “giudizio” su quello che man mano sperimenta. Sulla base delle sue esperienze le connessioni neuronali si “tarano” e categorizzano quello che succede cosicchè tutto ciò che può essere assimilato a quella prima esperienza provoca nel cervello lo stesso tipo di connessione neuronale. Il neonato non ha capacità di dare un giudizio o dare un senso a quello che gli accade e interpreta quello che gli succede semplicemente come un soddisfacimento dei suoi bisogni o un non soddisfacimento dei suoi bisogni. E’ come se avesse un interruttore “on/off”: soddisfacimento bisogno uguale felicità uguale amore, non soddisfacimento del bisogno uguale infelicità uguale abbandono.

Ognuno di noi ha caratteristiche che sono determinate in parte dalla propria genetica e in parte dall’ambiente e dalle esperienze di vita. Chiaramente appena nato un bambino non ha ancora esperienze per cui la maggior parte di come lui è e si comporta deriva dalla genetica.

Questo per dire che ognuno di noi può interpretare il medesimo episodio in maniera completamente diversa.

Mi è parso doveroso fare questa premessa per far comprendere meglio quello che sto andando a dire.

Il neonato esprime i suoi bisogni attraverso il pianto. Ponete il caso che voi in un momento qualsiasi della vostra giornata di neonato abbiate avuto una fame che avreste mangiato un bue se solo aveste avuto i denti… “Come lo comunico alla mia mamma?… Piango…” La mamma vi ha affidati momentaneamente al papà perchè doveva andare in bagno (sono tutti esempi naturalmente), quindi non è stata così tempestiva nel soddisfacimento del vostro bisogno di essere nutrito. Anche se non ne avete memoria e i vostri genitori come dicevamo sono stati amorevoli e presenti può essere capitato un fatto analogo. In un neonato l’interepretazione di questo non soddisfacimento del bisogno è uguale ad abbandono e si creano connessioni neuronali e quindi emozioni che verranno nella vita associate a cose simili. Il neonato non riesce a dare un senso a quello che gli sta capitando perchè non sa per quale motivo la mamma non arriva subito, non sa se verrà a nutrirlo e non ha nemmeno bene il sentore del tempo che passa tra il suo percepimento del bisogno e l’arrivo effettivo della mamma.

Quel tempo, che può essere un minuto o un’ora è percepito dal neonato come “morte”. Se durante la vita si reiterano queste connessioni neuronali è come se si calpestasse un sentiero: man mano che la gente vi cammina sopra è sempre più evidente…

La stessa cosa avviene nel nostro cervello.

Ora per favore mamme di neonati non fatevi prendere dal panico o dai sensi di colpa per favore… Si parla in linea generale per spiegare come funzioniamo è praticamente impossibile essere sempre supersollecite per quanta buna volontà ci mettiate, ricordate che da bambino a bambino la cosa è diversa, dipende da come ogni singolo individuo interpreta i fatti… Chiaramente la paura di perdere l’amore può anche derivare da eventi più traumatici, ma questo è intuitivo.

Dunque la paura di perdere l’amore ha diverse manifestazioni come dicevamo…

La gelosia è già stata affrontata la scorsa settimana, altre manifestazioni potrebbero essere un eccessivo egoismo, o l’inadeguatezza ad impegnarsi in un rapporto a lungo termine e profondo (quanti single ci sono al giorno d’oggi?), o per esempio può essere una delle componenti per cui molti scelgono di non fare più figli.

La paura di perdere l’amore contribuisce ad avere forti implicazioni nel sociale sulla famiglia e sul comportamento che ognuno di noi ha col prossimo.

Se siete d’accordo continuerei l’argomento la prossima volta. Intanto vi saluto rinnovandovi sempre il mio invito a fare la vostra meditazione quotidiana (ormai è un mantra…) e a scrivere a me: info@jpccounselingconsulting.it o ad Articolotre.com qualora aveste qualche domanda o vi facesse piacere condividere considerazioni e commenti.

A presto io e “La Chiameremo Anna…” vi aspettiamo martedì prossimo.

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